Palm Springs, recensione del film di Max Barbakow

scritto da: Ludovica Ottaviani

Palm Springs – Vivi come se non ci fosse un domani è il titolo dell’attesa – e già molto amata – commedia diretta da Max Barbakow che arriva in Italia debuttando nella sezione “Tutti Ne Parlano” della Festa del Cinema di Roma; una romcom atipica che ha conquistato il Sundance Film Festival prima, il pubblico americano poi e che molto presto conquisterà anche il nostro, arrivando nelle sale il prossimo 22 ottobre grazie ad I Wonder Pictures.

La commedia romantica segue le vicende di due sconosciuti, Nyles (Andy Samberg) e Sarah (Cristin Milioti). Il primo è bloccato a un matrimonio a Palm Springs in qualità di fidanzato di una delle damigelle; ma anche la seconda non è da meno, essendo la damigella d’onore della sposa – che è sua sorella – e pecora nera ufficiale della famiglia. Dopo essere stata salvata da un brindisi disastroso, Sarah inizia ad essere attratta da Nyles e dal suo nichilismo insolito. Ma quando il loro incontro improvvisato è ostacolato da un’interruzione surreale ad opera di Roy (J.K. Simmons) che la trascinerà in un loop temporale nel quale Nyles galleggia da tempo indefinito, anche Sarah deve cominciare ad abbracciare l’idea che nulla ha davvero importanza e quindi cominciare a… vivere come se non ci fosse un domani.

Palm Springs è la quintessenza della commedia romantica ma intelligente, capace di superare gli ostacoli comuni nei quali può facilmente incappare un film basato su un cardine incorreggibile: un lui e una lei si incontrano. E l’attenzione dello spettatore, consapevole del fatto che i protagonisti finiranno insieme, si focalizza quindi sugli elementi che li terranno a distanza di sicurezza per l’arco di quasi 90’. Barbakow, amante dell’umorismo nero, tinge uno schema classico di estrema modernità e gusto personale, bagnando la rassicurante tradizione nelle acque inquiete della creatività post-moderna.

Il risultato è un film incalzante, ritmato e irresistibile: ancora una volta lo spunto di partenza sembra essere il classico paradosso temporale cristallizzato, nell’immaginario collettivo, dal Bill Murray (con marmotta al seguito) di Ricomincio da Capo; ma se lì il loop si trasforma subito in una quotidianità reiterata e castrante, una prigione dalla quale scappare e un’estremizzazione significativa del concetto di “routine” nella quale tutti finiamo per cadere prima o poi, in Palm Springs il bug della linea temporale diventa un pretesto per abbandonarsi ad un nichilismo gioioso, sfacciato e vitalistico.

Un inno all’idea che “(…) del doman non v’è certezza” e quindi all’importanza di vivere solo il presente, almeno finché le fragilità emotive, i limiti e le nostre (in)capacità umane nei confronti dei sentimenti non emergono con prepotenza, sovvertendo in qualche modo aspettative e ruoli consolidati come archetipi della pop culture. Nyles e Sarah non sono i classici protagonisti, piuttosto sono gli amici che fanno loro da spalla nelle commedie e che invece qui rubano tutte le luci della ribalta; emotivamente confusi, fragili, umani e quanto mai moderni ribaltano le aspettative che il pubblico ha su loro stessi, risucchiandolo nel loop sconsiderato che da incubo diventa sogno inconfessabile e infine metafora esuberante del nostro io contemporaneo.

Perché Palm Springs, dietro i dialoghi brillanti, la fotografia sgargiante della West Coast tutta piscine, gonfiabili a forma di pizza e le camicie hawaiane di Nyles, è una profonda riflessione amara su noi stessi e sulle nostre paure in ambito sentimentale. Tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo sentiti – o ci stiamo sentendo – confusi e nichilisti come Nyles, pronto a vivere solo un eterno presente irrisolto che permette di evitare i problemi, oppure spaventati come Sarah che continua a combinare guai solo per paura di prendere ancora una volta l’iniziativa sbagliata nella propria caotica vita. I due protagonisti sono lo specchio dei dubbi di un’intera generazione nei quali ognuno può specchiarsi, scendendo a patti con i propri fallimenti e annegandoli tra un sorriso e un Mai Tai.

Barbakow regala al grande schermo due protagonisti perfetti come Andy Samberg e Cristin Milioti, (accanto ad un caratterista “di lusso” e Premio Oscar come J.K. Simmons) irresistibili nelle loro imperfezioni, comuni ma atipici, normali nella loro personale stravaganza: e il risultato è un’alchimia perfetta, un’irresistibile voglia di abbandonarsi in quel loop ignoto di errori reiterati e sbagli clamorosi che è l’amore.

Guarda il trailer ufficiale di Palm Springs

Ludovica Ottaviani

Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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