Sono passati circa undici anni da quando l’orsetto antropomorfo Paddington ha fatto breccia nei nostri cuori approdando sul grande schermo con il primo lungometraggio a lui dedicato. Nato nel 1958 dalla penna della scrittore inglese Michael Bond, che ne ha da subito fatto un personaggio iconico per i giovani appassionati di letteratura anglosassone, l’amatissimo animale che porta il nome di una stazione londinese torna al cinema con Paddington in Perù, terzo capitolo della saga iniziata nel 2014 sotto la direzione di Paul King. Il regista britannico torna, questa volta, solamente in veste di co-autore – assieme a Simon Farnaby, Mark Burton e, ovviamente, allo stesso Bond – e lascia invece il posto, in cabina di regia, all’esordiente Dougal Wilson, noto soprattutto per la direzione di videoclip come quello dei Coldplay, Live in Technicolor II, che nel 2009 gli valse la nomination ai Grammy Awards.
Dopo il primo Paddington, che aveva presentato al pubblico il personaggio e raccontato di come dal remoto e “misterioso” Perù fosse arrivato a Londra, trovando la generosa accoglienza della famiglia Brown, e dopo un secondo capitolo che aveva prima minato e poi consacrato le certezze tematiche di un racconto che esalta la benevolenza e l’inclusività, poggiandosi sulle fondamenta del legame familiare, questo terzo film integra il viaggio, integra la scoperta delle proprie radici e le sensazionali visioni regalateci dai paesaggi sudamericani. Olivia Colman, Antonio Banders ed Emily Mortimer (che sostituisce Sally Hawkins nel ruolo di Mary Brown) sono le tre grandi novità attoriali di questo terzo film, che vede inoltre la presenza dei già noti Hugh Bonneville, Madeleine Harris e Samuel Joslin, oltre alle voci di Ben Whishaw (doppiato in italiano da Francesco Mandelli) e Imelda Staunton.

Alla scoperta delle proprie radici
Fresco del suo primissimo passaporto inglese e invitato dalla zia Lucy (Imelda Stauton) presso la propria casa di cura, Paddington (Ben Whishaw) si prepara ad intraprendere un lunghissimo viaggio verso il Perù, sua terra natia, accompagnato da una famiglia Brown bisognosa di trovare quelle certezze affettive che da sempre la legano ma che, nell’ultimo periodo, sono messe a dura prova dall’ingestibile ed incessante crescita di Judy (Madeleine Harris) e Jonathan (Samuel Joslin). Giunti presso la “casa per orsi in pensione” però, i cinque vengono a sapere che la zia è misteriosamente scomparsa e, grazie agli indizi scovati nella sua stanza e ai consigli dell’ambigua Reverenda Madre (Olivia Colman), partono alla sua ricerca attraverso le vedute mozzafiato della foresta pluviale amazzonica e delle catene montuose del Perù. All’inizio del loro viaggio i Brown incontrano il capitano di battello Hunter Cabot (Antonio Banderas) e sua figlia Gina (Carla Tous) che da subito si offrono di accompagnarli, facendo ben presto emergere la vera natura di lui, cacciatore di tesori perseguitato dai suoi stessi antenati e ossessionato dalla ricerca dalla leggendaria città perduta di El Dorado.
Antonio Banderas e Olivia Colman sono quelle note di colore che, insieme alle meravigliose scenografie di cui si fa vanto il Perù, rinfrescano il franchise e gli danno la giusta spinta per andare avanti, forte delle sue certezze e, al contempo, delle novità proposte. I nuovi arrivati sono le due facce di una stessa medaglia, entrambe presentatesi come accoglienti e corrette ma celanti intenzioni sinistre, contraltare di quella gentilezza elegante e spontanea di cui Paddington si fa portatore sin dal primo film. A distinguere Hunter e la Reverenda Madre vi sono però gli affetti, vi è il familiare legame che porta Banderas a scontrarsi con le continue visioni allucinatorie dei suoi avi, che altro non sono che proiezioni rifratte delle più negative sfaccettature del suo carattere e che, nonostante tutto, lo avvicinano ai Brown per il senso di appartenenza e per l’indissolubilità di quei legami affettivi che ne intrecciano il percorso, in un viaggio di formazione alla ricerca di un tesoro che si scoprirà molto più astratto di quanto inizialmente lo si potesse immaginare.

La famiglia è per tutti
Paddington in Perù si concentra su questo, rimarca una tematica che sta alla base di tutta la narrativa dedicata al personaggio creato da Michael Bond: la famiglia. Proprio quando i Brown sono nel bel mezzo di quella crisi transitoria in cui i piccoli si preparano a spiccare il volo e a lasciare il nido o, perlomeno, ad intraprendere la propria strada, arriva per il protagonista la chiamata che lo vuole a confronto con le proprie origini, a confronto con sé stesso. Per potersi affacciare al suo domani, Paddington ha bisogno di guardare al passato, di indagare quell’attrazione verso la propria terra che da sempre avverte in maniera viscerale. Ma egli non può compiere da solo questo viaggio di formazione, questo viaggio dell’eroe all’interno di un mondo inesplorato, sconosciuto ed impervio; Paddington necessita dell’aiuto di chi rappresenta il suo presente, dei suoi cari, tanto quanto Hunter necessita dell’occhio giudizioso della figlia Gina per poter contrastare i minacciosi rimproveri dei suoi antenati.
La pellicola parla ad un pubblico vasto per farsi portatrice di messaggi sempre necessari, quali la consapevolezza di sé e l’accettazione e comprensione dell’altro. Un film che parla ai giovani, che parla agli adulti, che parla a tutti; un film sulla famiglia e per la famiglia, che potrà essere apprezzato sia dai fan di vecchia data, che ritroveranno quella stessa poetica e quella stessa atmosfera che avevano dato grande respiro ai primi due film – la regia di Dougal Wilson si mantiene rispettosa e fedele a quella a lei precedente -, sia dai nuovi spettatori che si imbatteranno per la prima volta in uno dei più onesti e ben riusciti progetti per ragazzi che il cinema abbia proposto negli ultimi 20 anni.
Paddington in Perù è un’ottima risposta per chi sostiene che non fosse necessario portare avanti ulteriormente la saga perché, pur peccando in originalità rispetto ai primi due lungometraggi, non ne tradisce le solide basi ma ne porta avanti concetti preesistenti, facendo crescere la storia al pari dei suoi personaggi e aggregando quest’impostazione di epica memoria che richiama i più antichi poemi e alcune grandiose pellicole, come l’herzoghiano Fitzcarraldo. Le avventure di Paddington proseguono e ci si augura continuino a farlo per molto tempo ancora, animate da quell’autentica bontà e da una cura espressiva e di linguaggio degne di lungometraggi con ben più alte pretese e aspirazioni.



va bene anche per 3enni? i primi due lo hanno un po’ spaventato
Lo consigliano a partire da un’età leggermente più avanzata e io, non avendo figli, faccio un po’ fatica a valutarlo. Anche se di primo acchito direi che non ci vedo nulla di spaventoso in questo terzo film, considerando l’effetto dei primi due forse aspetterei ancora un po’.