domenica, Agosto 7, 2022
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Outside the Wire, recensione del film action con Anthony Mackie

La recensione di Outside the Wire, il nuovo action movie targato Netflix con protagonista Anthony Mackie. Disponibile in streaming.

Il cinema action hollywoodiano, specie nella sua variante d’ambientazione bellica, è sempre stato specchio dei tempi geo-politici. Nel 1982 Clint Eastwood realizzò uno dei suoi tanti film dimenticati: Firefox – Volpe di fuoco. Un classico film d’azione d’epoca reaganiana, dove i nemici non potevano che essere i sovietici. A fine anni ’80, Rambo III veniva dedicato – come indicato dalla didascalia di apertura del film – al “valoroso popolo afghano” (all’epoca finanziato dagli Usa per tenere a bada le mire dell’URSS su quell’area). Lo stesso contro cui combatteranno gli eroi americani di innumerevoli film prodotti dal 2001 in poi (a seguito dell’attacco alle Twin Towers).

Con la relativa stabilità in Medioriente (in realtà, più un disinteressamento occidentale) e il parallelo riemergere degli attriti tra States e Russia, i “nipoti di Stalin” hanno ricominciato ad essere etichettati come nemici della democrazia liberale. Non a caso, quindi, il nuovo film Netflix Outside the Wire, disponibile in streaming, non racconta una storia ambientata in una non meglio precisata nazione africana governata da uno spietato dittatore o piuttosto in uno pseudo-stato asiatico con ambizioni indipendentiste, ma sul più vicino confine ucraino-russo.

Diretto da Mikael Håfström (Escape Plan – Fuga dall’inferno), il film racconta di un futuro prossimo al nostro: il 2036. La stabilità politica mondiale dipende da quanto accade sul “fronte russo”, dove il governo del Cremlino ha mosso guerra contro l’Ucraina con l’obiettivo di annetterla (e, chissà, forse riformare la vecchia Unione Sovietica). A ogni democrazia messa in pericolo il suo abituale salvatore: l’esercito americano (chi altri, sennò?). Composto però questa volta non solo da militari in carne ed ossa, ma anche da soldati-robot altamente efficienti; alcuni dei quali, inoltre, non troppo dissimili dagli esseri umani.

Il tenente Thomas Harp (Damson Idris) ha al suo attivo più di 900 ore di volo, molte delle quali spese in territorio di guerra. Eppure, la base dove è di stanza – e che non ha mai lasciato – è negli Stati Uniti. Com’è possibile? Semplice: non è un pilota di caccia ma di droni, che guida da remoto standosene comodamente seduto in ufficio. Quando durante una missione contravviene agli ordini dei superiori – facendo esplodere un convoglio nemico, ma causando anche la morte di due commilitoni -, viene processato da un comitato etico che decide di spedirlo in zona guerra, presso Camp Nathaniel, per essere rieducato.

Qui viene affidato al capitano Leo (Anthony Mackie), sotto le cui spoglie umane si nasconde un sofisticato androide: ultimo prototipo creato dagli ingegneri militari della U.S. Army. Con la scusa di scortare dei vaccini al di fuori del perimetro controllato dall’esercito statunitense, Leo e Harp si avventurano nella no man’s land con l’intento di intercettare ed eliminare il capo dei ribelli russi: lo spietato Victor Koval (Pilou Asbæk). Durante il viaggio, però, Harp ha la sensazione che Leo sia mosso anche da altri (misteriosi) interessi.

Outside the Wire è un film d’azione contaminato da elementi propri del war movie e del buddy movie. Rispetto ad altri film Netflix appartenenti al medesimo genere – ad esempio, The Old GuardProjetc Power – recupera un po’ quelle ingenuità ed ironia che hanno contraddistinto il genere tra gli anni ’80 e ’90. Un intento non disprezzabile, peccato che sequenze e dialoghi di alleggerimento riescano raramente ad amalgamarsi al resto della narrazione, risultando quindi forzati e strumentali.

A pesare negativamente sul film sono soprattutto gli stessi limiti riscontrati a suo tempo nei prodotti Netflix sopracitati: una storia dalla trama fin troppo esile, colpi di scena telefonati (e, nel caso specifico di Outside the Wire, suggeriti persino dallo sconcertante trailer), un cattivo dallo spessore inesistente, protagonisti incapaci di risplendere di luce propria, e uno scontro finale tirato un po’ via (ma di regola non dovrebbe rappresentare il climax del racconto?).

Neppure le sequenze spettacolari riescono a far acquisire un senso al film di Håfström. Se, ad esempio, nel non eccelso Tyler Rake quantomeno si poteva apprezzare il caleidoscopico (finto) piano sequenza incentrato sulla fuga del mercenario da una palazzina di Mumbai, in Outside the Wire le blande coreografie non solo non aggiungono nulla a quanto già visto in precedenza in film analoghi, ma sono depotenziate da un montaggio anonimo che si riduce alla semplice contrapposizione campo/controcampo. Nessun movimento di macchina, nessuna ambizione a rendere più dinamica l’azione o a coinvolgere maggiormente lo spettatore.

E se qualche elemento – qua e là – suscita anche un certo interesse (ad esempio: il tema di una guerra tecnologica dove il “fattore umano” è compromesso a tal punto da trasformare ogni conflitto in una specie di mortifero videogioco dove la vita umana ha sempre meno valore), oltre ai limiti strutturali se ne possono evincere anche altri, relativi alla descrizione dei personaggi (come già accennato), e persino al casting. Se ormai abbiamo capito che nel cinema d’azione odierno la figura dell’antagonista è diventata accessoria (ma dove sono finiti i sadici nemici di una volta?), a non funzionare è soprattutto la caratterizzazione del capitano Leo. Un problema non di poco conto, dato che la narrazione ruota principalmente attorno a lui.

Benché Anthony Mackie sia un attore talentuoso – a breve lo vedremo rivestire i panni del supereroe Marvel Falcon -, non ha il physique du rôle per poter interpretare una figura di tale caratura. Non è una questione di bravura, ma di “adattabilità” al personaggio. Una volta una parte come quella di Leo sarebbe andata ad attori contraddistinti da tutt’altro carisma: per rimanere nell’alveo degli interpreti afroamericani, pensiamo ai vari Denzel Washington, Forrest Whitaker, o Wesley Snipes; mentre, allargando la riflessione agli interpreti bianchi, potremmo citare Sylvester Stallone, Arnold Schwarzenegger (come naturale, la figura dell’androide rimanda anche al “suo” Terminator), Dolph Lundgren, oppure – e qui ci avviciniamo alla contemporaneità – Jason Statham.

Che Mackie non abbia lo stesso ascendente degli attori citati è fuori discussione. «La mia faccia trasmette neutralità, calma», dice il personaggio di Leo ad Harp, spiegando il perché l’esercito americano abbia scelto proprio quegli specifici caratteri fisico-somatici per dare una parvenza umana al robot. Una battuta che, alla luce di quanto abbiamo scritto, appare involontariamente ironica. Sembra quasi essere una sorta di presa di coscienza del personaggio, consapevole anch’esso di essere condannato all’anonimato a causa del suo poco spessore. Un po’ lo stesso destino a cui non può sfuggire neppure il film di cui è protagonista.

Guarda il trailer ufficiale di Outside the Wire

GIUDIZIO COMPLESSIVO

A pesare negativamente su Outside the Wire sono gli stessi limiti riscontrati a suo tempo in altri film action prodotti da Netflix: una storia dalla trama fin troppo esile, colpi di scena telefonati, un cattivo dallo spessore inesistente, ed infine protagonisti incapaci di risplendere di luce propria.
Diego Battistini
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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Outside the Wire, recensione del film action con Anthony MackieA pesare negativamente su Outside the Wire sono gli stessi limiti riscontrati a suo tempo in altri film action prodotti da Netflix: una storia dalla trama fin troppo esile, colpi di scena telefonati, un cattivo dallo spessore inesistente, ed infine protagonisti incapaci di risplendere di luce propria.