HomeRecensioniOrphan: First Kill, recensione dell'horror con Isabelle Fuhrman

Orphan: First Kill, recensione dell’horror con Isabelle Fuhrman

La recensione di Orphan: First Kill, prequel dell'horror di grande successo del 2009. Disponibile su Netflix.

Sarebbe interessante (per motivi strettamente legati alla critica cinematografica) sapere in quanti sequel (o prequel, come in questo caso) di saghe horror sia stato usato il verbo “kill” all’interno del titolo. Tale dato potrebbe essere indicativo per capire se ci sia una spiegazione legata alla mancanza di fantasia o se ci sia invece uno studio commerciale specifico per avere dei risultati in termini di appeal sul pubblico.

Mettiamo sia vera l’ultima ipotesi, allora nel caso di Orphan: First Kill ha pagato poco, almeno nel nostro Paese, dato che la pellicola diretta dallo specialista di horror di seconda fascia, William Brent Bell, prequel di Orphan, uno dei casi cinematografici del genere negli Stati Uniti, è arrivata da noi direttamente in home-video diversi mesi dopo la sua distribuzione nelle sale americane. Forse il suo arrivo su Netflix potrebbe dare nuovo slancio ad un’operazione in realtà piuttosto sensata dal punto di vista della linea editoriale.

La pellicola del 2009, accodandosi al ritorno in auge delle saghe orrorifiche, aveva infatti ottenuto un’ottima accoglienza al box office, arrivando a far parlare di sé anche per delle accuse mosse da diverse associazioni pro-adozione a proposito di alcune modalità con le quali gli autori avevano rielaborato la storia vera della serial killer ceca affetta da ipopituitarismo Barbora Skrlova, protagonista di un clamoroso fatto di cronaca del 2007, da cui la saga è tratta.

Una vicenda che aveva ancora molto da dire e che dunque è stata spulciata e reinventata anche per questo prequel, che magari fallisce nella struttura drammaturgica e nella costruzione di un’atmosfera horror credibile e coerente, ma non è male quando piega la vicenda per disattendere le aspettative legate a dei cliché, che solitamente riempiono questo genere di pellicole. Ricordatevi che siamo sempre in un horror con l’alieno, l’elemento disturbante con la funzione sconvolgente/rivelatoria della vera natura di un nucleo famigliare. Un’operazione che a volte si fa anche con le bambole, guarda caso vestite più o meno come le Leena di Isabelle Fuhrman, fondamentale elemento di continuità tra Orphan: First Kill e il titolo madre.

Un nano è una carogna di sicuro

Siamo nel 2007 (ovviamente) in Estonia e più precisamente all’interno di un ospedale psichiatrico “iper blindato” a causa della presenza di un singolo ospite, tale Leena Klammer (Fuhrman), una trentenne con una patologia endocrina a causa della quale per tutta la vita avrà l’aspetto di una bambina. Una cosa che, siamo d’accordo tutti, manderebbe chiunque fuori di testa, anche se Leena un po’ esagera, dato che ha reagito alla sua condizione divenendo una sociopatica dalle tendenze omicide. Il suo modus operandi prevede il farsi adottare da delle famiglie per poi, nel migliore dei casi, derubarle.

Come in ogni horror di seconda fascia che si rispetti, pure Orphan: First Kill non si sottrae alla trovata narrativa di rendere il suo villain un manipolatore con i superpoteri che, approfittando di una sicuramente generosa provvidenza, riesce a fuggire dall’ospedale psichiatrico “iper blindato”, mettendo in mostra tutta la sua furia omicida e finendo addirittura con l’indossare il costume. In sintesi: fugge, uccide un paio di persone e poi ricomincia la sua attività, stavolta riuscendo a farsi adottare da una famiglia statunitense, assumendo l’identità di Esther, una bambina scomparsa diversi anni prima.

La famiglia in questione è la famiglia Albright, composta da mamma Tricia (Julia Stiles), papà Allen (Rossif Sutherland) e l’antipaticissimo fratello maggiore Gunnar (Matthew Finlan). I tre la accolgono più o meno bene, anche se è Allen a beneficiare maggiormente del ritorno di sua “figlia”, anche perché scopre di avere molto in comune con la sua nuova versione, come l’amore e il talento per la pittura (c’è anche una fantastica metafora per spiegare questa attitudine della ragazza). La Esther 2.0 fa però acqua da tutte la parti e desta presto perplessità sia nella psicologa infantile che nel detective che indagò sulla scomparsa della sua dirimpettaia reale.

La ragazza, nonostante abbia captato il pericolo, fa fatica a staccarsi dagli Albright, soprattutto a causa del legame con Allen, che risveglia in lei dei sentimenti e dei bisogni la cui frustrazione è (secondo quello che ci vuole dire il film di Brent Bell) alla base dei suoi particolari hobby. Bisogna però stare attenti a quello che si desidera, perché a volte quando si è troppo concentrati su rendere credibili se stessi non si riesce a leggere per bene chi abbiamo di fronte e questo può far cadere in errore molto facilmente.

Orphan, ma dalla parte di Leena

Orphan: First Kill è un film che contiene due film, perché tutta quanta la prima parte fa da intro alla pellicola vera e propria e questo potrebbe stonare se non ci fosse la trovata della gabbia a legare il tutto. Di fatto l’intera struttura narrativa del titolo è pensata intorno all’idea di costruire continuamente una prigione intorno alla sua mefistofelica protagonista, metafora, ovviamente, della sua condizione psicologica. Dal manicomio alla famiglia Albright, che con il suo rivelarsi ostica non fa altro che enfatizzare come il villain della pellicola sia la patologia che affligge Leena.

Un’idea che non è assolutamente male, perché è funzionale ad una rilettura del primo capitolo (che a livello di intrattenimento funzionava benissimo) in una chiave differente, ovvero mettendosi completamente dalla parte della protagonista (bravissima ad interpretare una bambina di 10 anni pur avendone 25 senza l’aiuto di nessun ritocchino digitale). Purtroppo la trovata per sbaragliare le carte a metà del secondo atto non porta ad una conclusione convincente come era accaduto per la pellicola del 2009. Anzi, alcune delle trovate sono così forzate da provocare anche qualche sorriso, che va bene per un film slasher, peccato che questo non lo sia (o lo sia solo in poca parte).

La parte della messa in scena in Orphan: First Kill è invece piuttosto pigra, perché va bene cercare di riprendere le atmosfere del film madre, ma l’idea di rendere più seria la pellicola porta ad un risultato fotografico abbastanza anonimo. La ricerca ossessiva del bianco per evidenziare il freddo nelle luci e l’idea di tenere gli interni sempre sul grigio o sul soffuso, associate al tentativo di spegnere ogni colore caldo, portano qualsiasi sequenza legata alla violenza a risultare molto plasticosa e quindi meno impressionante. Per non parlare del comparto effettistico, un’altra componente molto penalizzata. Bisogna però ammettere che rivitalizzare un personaggio maschile inutile mettendolo al centro di un duello di gelosia è veramente geniale e forse vale mezzo voto in più al film. Mezzo voto in più che comunque non daremo.

Guarda il trailer ufficiale di Orphan: First Kill

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Orphan: First Kill di William Brent Bell è un prequel piuttosto canonico, che presenta una struttura narrativa praticamente uguale a quella della sua pellicola madre, ma riletta dal punto di vista della sua mefistofelica protagonista, interpretata benissimo da Isabelle Fuhrman. Un film di gabbie, metafore di quella psicologica in cui è imprigionata la ragazza / bambina, con un plot twist a metà del secondo atto che cerca di disattendere un cliché fondamentale in questo tipo di horror, portando invece ad una conclusione così povera da rivelare le idiosincrasie del titolo e i suoi limiti nella componente effettistica e fotografica.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

RECENTI

Orphan: First Kill di William Brent Bell è un prequel piuttosto canonico, che presenta una struttura narrativa praticamente uguale a quella della sua pellicola madre, ma riletta dal punto di vista della sua mefistofelica protagonista, interpretata benissimo da Isabelle Fuhrman. Un film di gabbie, metafore di quella psicologica in cui è imprigionata la ragazza / bambina, con un plot twist a metà del secondo atto che cerca di disattendere un cliché fondamentale in questo tipo di horror, portando invece ad una conclusione così povera da rivelare le idiosincrasie del titolo e i suoi limiti nella componente effettistica e fotografica.Orphan: First Kill, recensione dell'horror con Isabelle Fuhrman