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Oppenheimer, recensione del film di Christopher Nolan

La recensione di Oppenheimer, il nuovo film di Christopher Nolan con Cillian Murphy, Robert Downey Jr., Emily Blunt e Matt Damon. Dal 23 agosto al cinema.

I film di Christopher Nolan sono sempre stati caratterizzati da un lavoro di stratificazione narrativa particolarmente complesso: fin dal suo esordio col misconosciuto (almeno in Italia) Following – che verrà distribuito per la prima volta nelle nostre sale dal prossimo 24 agosto – il regista britannico si è interrogato puntualmente su tutta una serie di tematiche alquanto rilevanti (di natura epistemologica ma anche metafisica), arrivando a costruire storie che difficilmente hanno seguito un andamento lineare e divertendosi a giocare con lo spaziotempo per far vacillare ogni certezza dello spettatore.

Anche in questo nuovo Oppenheimer, uscito in America lo scorso 21 luglio (in Italia arriverà soltanto tra un mese esatto, il 23 agosto, distribuito da Universal Pictures), ritorna l’esplorazione di alcuni temi cari alla sua poetica, come la moralità umana e l’identità personale, attraverso il racconto della controversa figura di J. Robert Oppenheimer, fisico statunitense che nel 1942, in piena Seconda Guerra Mondiale, grazie alle sue abilità venne chiamato a dirigere il programma denominato Progetto Manhattan. Passato alla storia come il padre della bomba atomica, Oppenheimer scrisse una delle pagine più terrificanti dell’umanità, alla quale consegnò un potere fino ad allora inimmaginabile: la capacità di autodistruggersi.

Dopo il bellissimo Dunkirk del 2017, Nolan torna quindi a raccontare la Seconda Guerra Mondiale, questa volta da una prospettiva completamente diversa. Sebbene i due film siano ambientati nello stesso periodo storico, non potrebbero essere più diversi: in Dunkirk eravamo con i soldati sul campo di battaglia; in Oppenheimer gli orrori della guerra ci vengono raccontati da chi ha cercato di porre fine agli scontri non mettendo a disposizione del conflitto il proprio corpo, bensì la proprio mente. L’ultima epopea di Nolan segue il fisico statunitense dagli inizi della sua carriera, restituendo il ritratto complesso di una figura tormentata, a suo modo ambiziosa, che voleva a tutti i costi fare la differenza.

Sempre consapevole della propria parte di responsabilità in alcuni dei più tragici accadimenti di quegli anni (come il lancio dell’atomica su Hiroshima e Nagasaki), Oppenheimer è in tutto e per tutto una figura dai contorni mitologici – di certo, il parallelismo con Prometeo in apertura di film non è casuale – di cui Nolan riesce sapientemente a definire le infinite contraddizioni, aiutato dalla magistrale interpretazione di Cillian Murphy (uno dei suoi attori feticcio, che tuttavia non aveva mai vestito i panni del protagonista in un suo film). Anche solo attraverso un’espressione facciale o tramite i suoi occhi così penetranti, Murphy è capace di veicolare un mondo interiore fatto di genio e inquietudine, di conoscenza e ambizione, ma anche di esitazione, soprattutto rimpianto e senso di colpa per essere “diventato Morte, il distruttore di mondi” (come si autodefinì lui stesso durante il Trinity Test).

Robert Downey Jr. in Oppenheimer. © Universal Studios. All Rights Reserved.

Creazione e distruzione: questo è Oppenheimer!

Tuttavia, l’attore irlandese non è l’unica stella a brillare in quello che è forse uno degli ensemble più incredibili mai visti sul grande schermo. Al suo fianco, un parterre di assoluto prim’ordine di cui si fa addirittura fatica a tenere il conto durante la visione, tra cui spiccano sicuramente Emily Blunt, Matt Damon e Florence Pugh (solo per citare quelli che hanno più minutaggio a disposizione). A tenergli testa, però, è indubbiamente Robert Downey Jr.: nei panni del vero antagonista della storia, Lewis Strauss (presidente della Commissione per l’energia atomica), l’ex Tony Stark del MCU si cimenta con il ruolo più bello della sua carriera e porta a casa un risultato a dir poco fenomenale (nella speranza di essere ricordato dall’Academy il prossimo anno), ricordandoci di essere molto più dell’eroe spiritoso e carismatico a cui ha dato corpo e anima per dieci lunghi anni.

In un certo senso, è come se le figure di Oppenheimer e Strauss rappresentassero i due poli opposti di uno stesso continuum, che la sceneggiatura – firmata unicamente da Nolan – impiega per dipanare un racconto già fortemente dualistico nelle sue premesse, in cui la storia del destino del genere umano si intreccia con quella dei due uomini. E nel tentativo di realizzare forse il suo film più radicato dai tempi del meraviglioso The Prestige (2006), Nolan riesce a sfuggire comunque alla gabbia del blockbuster tradizionale, scandendo ritmi e tempi del suo racconto attraverso la consistenza della parola: in Oppenheimer non è tanto quello che succede a mandare avanti l’azione, quanto piuttosto quello che si dice, in un flusso ininterrotto di scambi comunicativi che fanno il bello e il cattivo tempo (e che rendono il film un autentico tour de force in cui non è contemplabile alcuna distrazione).

Una verbosità martellante, per certi aspetti snervante, che il regista britannico utilizza per costruire un racconto in cui sono i dialoghi a definire gli alti e i bassi di un crescendo tensivo ed emotivo, senza mai concedere un attimo di respiro e senza mai sacrificare la spettacolarizzazione, con momenti visivamente ammalianti, degni del miglior Terrence Malick (impossibile non pensare al suo bellissimo documentario Voyage of Time), e almeno due sequenze destinate a restare impresse nella memoria (quella del test con l’esplosione muta, senza alcun suono o musica, pervasa unicamente da una luce accecante, e quella del discorso di Oppenheimer all’indomani dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, vero e proprio incubo perturbante ad occhi aperti).

Un’operazione dove ogni elemento tende ad un unico obiettivo: il coinvolgimento sensoriale dello spettatore. Dalle parole alle immagini (sequenze in bianco e nero si alternano a sequenze a colori per definire i diversi punti di vista), passando per l’incredibile lavoro sul suono (in un gioco di pieni e di vuoti che amplifica la tensione drammaturgica a livelli eccelsi), la minaccia di un pericolo incombente è chiara tanto ai giocatori schierati metaforicamente in campo, pronti a prendere parte a quella che sarà la partita più importante della loro vita, quanto agli spettatori che assistono increduli – tra continui salti temporali – alle derive dell’intelligenza umana, alle trappole dell’ambizione e ai limiti etici della scienza, costretti a dubitare in più di un’occasione dell’affabilità di un uomo imperscrutabile, dilaniato tra paura e senso del dovere. 

Con Oppenheimer, Nolan prende una drammatica storia vera e la trasforma nell’ennesima esperienza cinematografica, da vivere esclusivamente in sala, sullo schermo più grande possibile: un viaggio ostico e affascinante nella mente di un uomo che ha contribuito a definire i contorni della realtà in cui viviamo oggi, affrontando le conseguenze delle sue azioni e facendo i conti con il suo inesplicabile tormento morale, al culmine di un lavoro per cui sacrificò tutto. Quella concepita dal regista britannico, però, è anche – e soprattutto – una storia inquietante sul concetto di creazione e su come, attraverso di essa, si possa arrivare al suo inevitabile e spaventoso contrario: la distruzione.

Guarda il trailer ufficiale di Oppenheimer 

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Con Oppenheimer, Christopher Nolan prende una drammatica storia vera e la trasforma nell'ennesima esperienza cinematografica, da vivere esclusivamente in sala, sullo schermo più grande possibile: un viaggio ostico e affascinante nella mente di un uomo che ha contribuito a definire i contorni della realtà in cui viviamo oggi, affrontando le conseguenze delle sue azioni e facendo i conti con il suo inesplicabile tormento morale, al culmine di un lavoro per cui sacrificò tutto. Quella concepita dal regista britannico, però, è anche - e soprattutto - una storia inquietante sul concetto di creazione e su come, attraverso di essa, si possa arrivare al suo inevitabile e spaventoso contrario: la distruzione. 
Stefano Terracina
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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Con Oppenheimer, Christopher Nolan prende una drammatica storia vera e la trasforma nell'ennesima esperienza cinematografica, da vivere esclusivamente in sala, sullo schermo più grande possibile: un viaggio ostico e affascinante nella mente di un uomo che ha contribuito a definire i contorni della realtà in cui viviamo oggi, affrontando le conseguenze delle sue azioni e facendo i conti con il suo inesplicabile tormento morale, al culmine di un lavoro per cui sacrificò tutto. Quella concepita dal regista britannico, però, è anche - e soprattutto - una storia inquietante sul concetto di creazione e su come, attraverso di essa, si possa arrivare al suo inevitabile e spaventoso contrario: la distruzione. Oppenheimer, recensione del film di Christopher Nolan