Dopo aver trascorso gli ultimi anni tra Godzilla e Kong, Adam Wingard torna alle dimensioni, ai generi e soprattutto alla libertà dei film precedenti. Onslaught – Assalto finale segna infatti un ritorno alle origini molto più netto di quanto possa sembrare. Non soltanto perché abbandona i budget e le proporzioni titaniche del MonsterVerse per un action-horror da 15 milioni di dollari, ma perché Wingard lo considera apertamente parte di una sorta di trilogia iniziata con You’re Next e proseguita con The Guest. Tre film autonomi, non sequel nel senso tradizionale, ma legati dalla misteriosa KPG, organizzazione coinvolta in programmi militari ed esperimenti su esseri umani, e soprattutto dalla stessa idea di cinema di genere: piccolo, sporco, violento e fieramente derivativo.
La trama di Onslaught – Assalto finale
Da qualche parte nel deserto del New Mexico, il dottor Hans Kammler (Dan Stevens), discendente di uno scienziato nazista coinvolto nei programmi americani del dopoguerra, porta avanti per conto della già citata KPG un progetto: costruire il soldato perfetto. Tre militari vengono trasformati geneticamente in macchine da guerra praticamente inarrestabili. Il Macellaio (Alex Pereira), Scarafaggio (Dave Campbell) e Lamento (Tyler Hall) possono controllare il proprio battito cardiaco, vedere al buio e, almeno secondo quanto viene raccontato, contrarre i muscoli con una forza tale da rendere estremamente difficile persino perforarli con i proiettili. Durante una dimostrazione delle loro capacità davanti all’agente governativo Baylor (Michael Biehn), i tre uccidono tutti i presenti e fuggono nel deserto.
Non molto lontano vive Celeste (Adria Arjona), ex cecchina dell’esercito che gestisce un parcheggio per roulotte e prova a costruirsi un’esistenza lontana dal proprio passato militare. Quando l’ex marito Griffin (Jacob Scipio) le lascia per qualche giorno la figlia Daisy (Blake Kennedy), i tre soldati in fuga finiscono per raggiungere il campo caravan. Nel frattempo, Cyrus (Drew Starkey), agente inviato dal governo per contenere e insabbiare l’incidente, si mette sulle loro tracce.

Celeste contro tutti
C’è una differenza fondamentale rispetto a gran parte dell’horror a cui Adam Wingard guarda. Il genere ci ha abituati alla final girl, la ragazza che arriva alla fine, sopravvive al massacro e trova progressivamente la forza necessaria per reagire al mostro. Celeste quella trasformazione non deve compierla. Se proprio si volesse inventare una definizione opposta, sarebbe una specie di initial girl. Non scopre di saper combattere quando il film ne ha bisogno e non diventa improvvisamente invincibile nell’ultimo atto. È una veterana, conosce le armi, sa leggere un campo di battaglia e, quando la minaccia arriva, è già preparata a rispondere.
È una scelta che si inserisce bene anche nel modo in cui il cinema contemporaneo sta riscrivendo i propri archetipi femminili. Wingard non costruisce una versione femminile dell’eroe muscolare classico per poi sottolinearne continuamente l’eccezionalità. Celeste è semplicemente il personaggio più pericoloso della stanza quando è necessario che lo sia. La maternità non la rende più debole né diventa un espediente per relegarla al ruolo della vittima da proteggere: al contrario, è ciò che scatena la sua reazione. Adria Arjona (Hit Man, Andor) funziona soprattutto nella fisicità, rendendo credibile una protagonista che deve essere contemporaneamente madre, reduce e macchina da combattimento. Non c’è grande profondità psicologica, ma sarebbe quasi fuori posto cercarla in un film che comunica soprattutto attraverso corpi, armi e sangue.
Nati per uccidere
I tre soldati sono probabilmente la trovata più riuscita del film. Wingard li spoglia progressivamente della loro natura umana fino a trasformarli in veri e propri mostri. Gli occhi gialli, le armature spropositate, i movimenti meccanici e quella capacità di continuare ad avanzare indipendentemente da ciò che gli viene sparato addosso li avvicinano molto più ai grandi assassini dello slasher che ai supersoldati della fantascienza. A tratti sembrano Jason Voorhees e, quando compare una motosega, l’ombra di Leatherface diventa inevitabile. Ed è anche qui che il concetto del “soldato perfetto” assume una sfumatura più interessante di quanto la sceneggiatura riesca poi davvero ad approfondire.
Onslaught parla di soldati costruiti per nuovi teatri di guerra, combattenti privati di paura, esitazione e fragilità. Il film esce in un momento storico in cui droni, sistemi autonomi, militarizzazione tecnologica e guerre sempre più mediate dalle macchine occupano stabilmente il discorso pubblico, e Wingard prova a inserire il proprio massacro dentro questa inquietudine. Lo dichiara già nei titoli iniziali: una raffica di immagini d’archivio, discorsi presidenziali, guerre americane, Nixon, Bush, Obama, Operazione Paperclip e scienziati nazisti, montati come una breve e allucinata storia del complesso militare-industriale statunitense. Il problema è che la critica rimane soprattutto lì, urlata più che sviluppata.

Rumore, sangue e cattivo gusto
D’altronde la parola chiave di Onslaught è eccesso. Era già presente in You’re Next e The Guest, ma qui Wingard sembra non volersi imporre alcun limite. Se il primo era soprattutto horror e il secondo piegava quelle ossessioni verso il thriller, questo terzo tassello si tuffa apertamente nel grindhouse. Lo scienziato nazista folle interpretato da un Dan Stevens irriconoscibile, i soldati geneticamente modificati, gli agenti governativi grotteschi, le armature, le mutilazioni, le esplosioni e le quantità industriali di sangue appartengono a un cinema che rivendica apertamente il proprio cattivo gusto.
La musica partecipa allo stesso assalto sensoriale. Onslaught è un film rumoroso non soltanto quando esplodono le armi. Matthew Pusti costruisce una partitura dominata da sintetizzatori, elettronica e pulsazioni industriali, mentre Wingard dissemina il film di scelte musicali volutamente stranianti. La più memorabile è probabilmente Rot und Schwarz di Karel Gott, surreale versione in tedesco di Paint It Black dei Rolling Stones. Il risultato contribuisce ulteriormente alla natura sgraziata e incontrollata del film, che sembra cercare continuamente uno stimolo sonoro o visivo con cui aggredire lo spettatore.
In sostanza, Onslaught è una carneficina violentissima, popolata da personaggi che sembrano arrivare da film diversi e accompagnata da una critica sociale che si accontenta spesso di indicare il bersaglio senza colpirlo davvero. Eppure intrattiene, proprio perché non tenta mai di nascondere la propria natura. Adam Wingard non prende un B-movie e cerca di nobilitarlo: lo gira come un B-movie, ne amplifica la brutalità, l’assurdità e la sporcizia e sembra divertirsi ogni volta che può superare il limite del buon gusto. Un film esagerato che chiede semplicemente allo spettatore di accettarne le regole e lasciarsi travolgere dal massacro.


