venerdì, Gennaio 21, 2022
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One Second, recensione del nuovo film di Zhang Yimou

La recensione di One Second, il nuovo film diretto da Zhang Yimou presentato nella Selezione Ufficiale di RomaFF16.

One Second è il film che riporta sul grande schermo, a distanza di tre anni dall’ultima regia con The Great Wall, il grande maestro Zhang Yimou (Lanterne rosse, Hero) che è pronto a raccontare di nuovo una sfumatura inedita della sua Cina, svelandoci una parte della storia più recente ancora non raccontata sul grande schermo. Una sceneggiatura che ha finito per mescolare insieme realtà e finzione, visto che il film di Yimou è stato osteggiato dalla censura cinese che ne ha imposto il ritiro durante il Festival di Berlino 2019, adducendo come motivazione dei non meglio identificati “motivi tecnici”. Dopo due anni di revisioni, tagli e scene aggiunte e rigirate, il film è finalmente pronto ad approdare nelle sale italiane distribuito da Fenix Entertainment ed Europictures e presentato nella Selezione Ufficiale della sedicesima edizione della Festa del Cinema di Roma.

Il film è ambientato nella provincia del Gansu della Cina nordoccidentale, durante la Rivoluzione Culturale (1966-76) nel pieno del governo di Mao Tse-tung. È incentrato sull’incontro – e il forte legame che da esso nasce e poi si sviluppa – tra Liu Guinü, una donna vagabonda senza una casa, e Zhang Jiusheng, un prigioniero evaso da un campo di lavoro. L’uomo è un appassionato cinefilo alla disperata ricerca di una pellicola contenente un frammento, della durata di un solo secondo, della sua amata figlia: le loro strade si incroceranno fino a confluire “alla corte” di Mr. Film, l’unico proiezionista capace di gestire un cinema intrattenendo così il numeroso pubblico.

One Second è l’omaggio, neorealista e vibrante, di un grande maestro come Zhang Yimou nei confronti della Settima Arte: l’amore per la macchina-cinema innesca la narrazione, fa deflagrare gli eventi permettendo così allo spettatore di sbirciare dietro lo schermo d’argento tra vecchie cineprese, proiettori e pellicole, senza dimenticare di gettare uno sguardo lucido e critico sulla situazione cinese degli anni ’60. Una condizione ancora figlia delle situazioni socio-politico-culturali nate in seno al secondo conflitto mondiale, con la lunga marcia di Mao Tse-tung in atto e la voglia di affermarsi come una grande potenza comunista, sorvolando su disuguaglianze e piccoli (ma grandi) drammi umani. Una vicenda che riflette tanto sulle contraddizioni della Storia stessa, sulle sue assurde e surreali idiosincrasie, quanto sul valore del cinema e dell’amore che è capace di muovere. Yimou cerca di raccontare tutto questo partendo da una storia solo in apparenza piccola e raccolta: quella di un uomo in cerca di “qualcosa” e della ladruncola che si frappone tra lui e il suo oscuro oggetto del desiderio.

Ma che cos’è questa reliquia, questo oggetto/obiettivo da raggiungere a ogni costo, anche attraversando il deserto a piedi, giustificando un’evasione da un campo di lavoro? Si tratta di un cinegiornale. E di un fotogramma, lungo un secondo, che immortala l’amatissima figlia, consegnata all’eternità della celluloide che le eviterà il trattamento che il tempo riserva ad ognuno di noi, ovvero la vecchiaia e infine l’oblio della memoria. Un fotogramma diventa il motore immobile di un film che è, prima di tutto, una storia che parla d’amore: amore verso qualcuno e amore verso il cinema. Yimou è follemente innamorato della macchina-cinema e si vede da come la maneggia, dal respiro ampio delle inquadrature in interno e in esterno, da come essa stringe sui volti espressivi degli attori, capace di raccontare tutto l’infinito dramma della condizione umana attraverso una semplice ruga del viso, un’espressione o uno sguardo enigmatico.

Ma One Second è anche un film di incontri lungo la strada, un road movie atipico che attraversa (poco) i luoghi di una Cina per noi lontana – nello spazio e nel tempo – e ancora inesplorata e molto, invece, quelli dell’anima, conducendo lo spettatore in un viaggio per immagini e attraverso la fascinazione dell’immagine, capace di esercitare il suo charme seduttivo sull’occhio di chi guarda. Un piacere retinico che passa per la bellezza equilibrata delle inquadrature, una forma suntuosa e dal respiro epico adattata per raccontare una storia più piccola e meno strutturata, che si sviluppa quasi come una lunga gag incentrata su scoperte e tradimenti, cambiamenti improvvisi di rotta, capovolgimenti di uno status quo che poi viene prontamente ristabilito.

Superando le lungaggini eccessive che si annidano nel ritmo della sceneggiatura, One Second è il corrispettivo cinese di Nuovo Cinema Paradiso, il racconto di un passato formativo – ma lontano, nonostante la vicinanza storica – che ha influenzato il presente stesso del regista, che ha così firmato il suo personale atto d’amore verso il cinema come fabbrica dei sogni capace di sconfiggere perfino la morte e il tempo. E One Second non deve molto solo allo sguardo di Tornatore, ma anche alla sensibilità pungente del Neorealismo italiano, genere capace di catturare un’istantanea – e vivida – fotografia di un paese e della sua storia, senza mai dimenticare il filtro della finzione di celluloide.

GIUDIZIO COMPLESSIVO

One Second è l’omaggio, neorealista e vibrante, di un grande maestro come Zhang Yimou nei confronti della Settima Arte: l’amore per la macchina-cinema innesca la narrazione, fa deflagrare gli eventi permettendo così allo spettatore di sbirciare dietro lo schermo d’argento tra vecchie cineprese, proiettori e pellicole, senza dimenticare di gettare uno sguardo lucido e critico sulla situazione cinese degli anni ’60.
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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