lunedì, Aprile 15, 2024
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One Night in Miami, recensione del film diretto da Regina King

La recensione di One Night in Miami, il debutto alla regia dell'attrice Regina King. Disponibile su Amazon Prime Video dal 15 gennaio.

One Night in Miami è il titolo dell’esordio, dietro la macchina da presa, dell’attrice Regina King: dopo il Premio Oscar vinto con Se la Strada Potesse Parlare di Barry Jenkins e il successo della serie tv Watchmen, la King tenta un nuovo grande colpo adattando l’omonima opera teatrale di Kemp Powers (qui anche in veste di sceneggiatore) e diventando la prima regista afroamericana a presentare un film, Fuori Concorso, all’ultima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Il film sarà disponibile in streaming sulla piattaforma Amazon Prime Video a partire dal prossimo 15 gennaio.

Ambientato durante la notte del 25 febbraio 1964, One Night in Miami racconta la storia del giovane Cassius Clay (Eli Goree), in seguito noto col nome di Muhammad Ali, nel momento in cui diventa il nuovo campione dei pesi massimi al Miami Beach Convention Center; contro ogni aspettativa, Clay sconfigge il suo avversario sorprendendo tutto il mondo sportivo. Mentre una grande folla si raduna a Miami Beach per festeggiare la vittoria, Clay – che non può restare sull’isola a causa delle leggi di Jim Crow sulla segregazione razziale – trascorre la nottata all’Hampton House Motel in uno storico quartiere nero di Miami insieme a tre dei suoi amici più stretti: l’attivista Malcom X (Kingsley Ben-Adir), il cantante Sam Cooke (Leslie Odom Jr.) e la star del football americano Jim Brown (Aldis Hodge). La mattina seguente, i quattro sono determinati come non mai a costruire un mondo nuovo per se stessi e per la loro comunità.

Regina King, al suo esordio, sceglie di cimentarsi con un’impresa che – almeno su carta – si sarebbe potuta rivelare come una pericolosa arma a doppio taglio: un’opera teatrale, impegnata, complessa e che tocca temi e personaggi che hanno infranto il muro sottile dell’immaginario collettivo della pop culture. Powers si è lasciato ispirare da eventi realmente accaduti, immaginando un plausibile scenario (o, meglio ancora, un ring mentale) dove quattro pesi massimi della società civile si sono confrontati e scontrati nell’arco di una notte lunga quanto una vita. Soprattutto Clay e Malcom X, per noi non-americani, sono due icone incontrastate dello sport e dell’attivismo, uomini che hanno lottato per l’affermazione dei diritti della comunità afroamericana; due uomini la cui fama ha valicato il Tempo e la Storia, finendo per essere immortalata in film come Alì e Malcom X, interpretata dagli occhi (meccanici) di registi come Michael Mann e Spike Lee.

One Night in Miami tradisce, nell’impianto drammaturgico, la propria origine teatrale: come una sorta di marchio, sviluppa per quasi due ore un concept – potenzialmente esplosivo – tenendo conto dell’integrità spazio-temporale aristotelica e del ruolo della parola. Sul palcoscenico è quest’ultima a mandare avanti l’azione, rappresentando la punta dell’iceberg del dramma inteso come azione. E gli eventi filtrati attraverso la macchina da presa sono drammatici, ma allo stesso tempo brillanti, mai banali o retorici: i discorsi delle quattro icone sono incalzanti e si sviluppano nell’arco di una lunga notte, imitando la discontinuità del pensiero umano, le idiosincrasie che ci caratterizzano e la velocità con cui le riflessioni mutano, fluide come acqua mai uguale a se stessa.

Se l’intento della King – ma anche della pièce originale di Powers – è quello di accendere i riflettori della curiosità umana sulla questione afroamericana, calando la narrazione in un preciso momento storico significativo e iconico, l’esito è però sorprendente: non c’è traccia di retorica scontata nel film, né di banalizzazioni pericolose. La regista non si schiera mai apertamente con una posizione, privilegiando piuttosto l’affresco corale di quattro differenti identità che si incontrano, entrano in conflitto tra loro, reagiscono alle sollecitazioni esterne e agli eventi della vita e della Storia. Il ritratto che restituisce dei quattro grandi è ricco di complesse sfumature, incapace di ricadere nell’abusato cliché della macchietta cinematografica o della classica “agiografia laica” che innalza le persone a simboli privi di un approfondimento psicologico.

Impegnato e patinato (al punto giusto); teatrale ma capace di avere la forza di utilizzare la macchina-cinema per mostrare la realtà, anzi, una proiezione ideale di una realtà plausibile che potrebbe essere accaduta, cambiando il corso degli eventi e influendo sulla Storia; classico ma post-moderno, One Night in Miami vive delle proprie contraddizioni senza mai diventare manicheo. Lo stesso atteggiamento adottato dalla King, una promessa di riflettere su grandi temi ancora attuali – mai quanto in questi anni contrassegnati dal movimento Black Lives Matter – senza però cadere nella retorica, scavando piuttosto tra le pieghe più complesse dei chiaroscuri della Storia e del pensiero umano, da sempre potente nonché l’unico capace di alterare il semplice corso degli eventi incidendo sul loro movimento: ancora una volta, è il pensiero la vera scintilla del cambiamento.

Guarda il trailer ufficiale di One Night in Miami

GIUDIZIO COMPLESSIVO

One Night in Miami tradisce, nell’impianto drammaturgico, la propria origine teatrale: come una sorta di marchio, sviluppa per quasi due ore un concept – potenzialmente esplosivo – tenendo conto dell’integrità spazio-temporale aristotelica e del ruolo della parola. Sul palcoscenico è quest’ultima a mandare avanti l’azione, rappresentando la punta dell’iceberg del dramma inteso come azione.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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One Night in Miami tradisce, nell’impianto drammaturgico, la propria origine teatrale: come una sorta di marchio, sviluppa per quasi due ore un concept – potenzialmente esplosivo – tenendo conto dell’integrità spazio-temporale aristotelica e del ruolo della parola. Sul palcoscenico è quest’ultima a mandare avanti l’azione, rappresentando la punta dell’iceberg del dramma inteso come azione.One Night in Miami, recensione del film diretto da Regina King