“Chi salva una vita salva il mondo intero”, recita il Talmud. Una frase semplice che racchiude una grande verità alla base dell’essenza stessa della vita: siamo tutti legati l’un l’altro e alle volte basta solo uno spontaneo – quanto sporadico – atto di bontà per cambiare il corso degli eventi, figuriamoci il mondo.
È una saggezza antica a mostrarci una via per ridefinire il nostro ruolo all’interno della specie umana, in modo tale da lasciare un segno concreto su questa Terra (che abitiamo) attraverso la forza dirompente delle azioni che compiamo, soprattutto quelle buone e indirizzate verso il prossimo. Questa nota frase è diventata un leitmotiv comune in numerosi film, primo tra tutti il famoso Schindler’s List diretto da Spielberg, colonizzando il linguaggio (pop) dello schermo d’argento fino ad oggi, come dimostra il passaggio festivaliero del film One Life, diretto dal britannico James Hawes.
Adattamento della biografia If It’s Not Impossible… The Life of Sir Nicholas Winton scritta da Barbara Winton, il film è incentrato appunto sulla figura omonima di quest’uomo, un agente di borsa britannico figlio di genitori ebrei tedeschi che, negli anni Trenta, salvò centinaia di bambini dallo sterminio nazista. Nella Cecoslovacchia alla vigilia dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Winton ha 29 anni e crea un piano di salvataggio noto come Operazione Kindertransport (traducibile come “trasporto di bambini”), che prevede il trasferimento di centinaia di bambini (tra cui molti ebrei) fuori dal paese, prima dell’inizio del deflagrante conflitto.
Proprio grazie a quest’operazione, i piccoli furono nascosti e si salvarono dai campi di concentramento per un totale di 669 bambini sopravvissuti, prima che la missione fosse interrotta bruscamente a causa della chiusura dei confini. Dopo aver passato anni nell’anonimato, l’impegno di Winton fu riconosciuto pubblicamente solo negli anni Ottanta, quando l’uomo ebbe perfino modo di incontrare molti degli ex bambini salvati all’epoca.
Anthony Hopkins mattatore assoluto
One Life è, indubbiamente, un film inglese: lo è nella forma, nella messinscena, nella scelta dei suoi interpreti e soprattutto nella volontà di raccontare una storia inedita che tocca da vicino proprio l’Isola di Sua Maestà, coinvolgendola in prima persona nel conflitto bellico.
Anthony Hopkins (The Father) è il mattatore assoluto sulla scena, conscio della sua capacità mimetica di calarsi nei panni dell’altro (sia esso reale o immaginario, persona o personaggio) lavorando sempre per sottrazione, contenendo le emozioni fino a farle deflagrare all’improvviso, come guizzi di splendidi – e dolenti – fuochi d’artificio che esplodono nel cielo notturno. La sua controparte giovane è interpretata da Johnny Flynn, che fa leva sul talento camaleontico (e su una certa somiglianza con Hopkins) per creare un suo doppelgänger giovane e ostinato, attraversato da un mare contrastante di emozioni dolenti.

Hopkins e Flynn (già visto anche in un altro film bellico recente, L’arma dell’inganno – Operation Mincemeat) non sono però gli unici volti noti a completare il mosaico – impeccabile – di questa storia vera così speciale, adattata per la prima volta sullo schermo: ci sono anche Romola Garai, Lena Olin, Jonathan Pryce e un’imperdibile Helena Bonham Carter, sempre perfettamente in parte e che contribuisce, con la propria sensibilità, ad arricchire la tavolozza emotiva del film.
Dal punto di vista tecnico-formale, One Life è un impeccabile period drama a sfondo bellico tutto britannico, ricco di sfumature e dettagli, ben scritto e diretto, emotivamente trattenuto al punto giusto tanto non da strafare mai, cavalcando l’equilibrio sottile di un perfetto bilanciamento tra le parti e lasciando che sia la Storia stessa a parlare, senza indugiare in retorici sentimentalismi che possono strizzare l’occhio al pubblico.
La vita: la migliore delle narratrici
Presentato prima al Toronto Film Festival e, di recente, alla 21esima edizione di Alice nella Città, One Life dimostra ancora una volta come la vita sia la migliore delle narratrici, una drammaturga eccelsa capace di dosare le emozioni e di regalare vicende inedite e preziose, decisamente larger than life (appunto); ed è proprio a quest’ultima che dovrebbe guardare più spesso il cinema, invece di inventare sterili storie determinate da algoritmi, interessi e logiche di mercato.
Questo perché sono sempre le emozioni a solleticare le corde giuste negli spettatori, a persuaderli della bontà anche tecnica di un prodotto, grazie alla capacità di trascinare – fin da subito – nel cuore di uno storytelling sospendendo l’incredulità e spingendoli a condividere, con avida curiosità, il destino dei vari protagonisti, anche se quest’ultimi si snodano tra passato e presente.
Consapevole della forza dirompente della storia (pressoché inedita) presentata sul grande schermo, One Life fa leva sugli eventi e sulla saggezza instillata nella potenza delle buone azioni, raccontando la storia vera di colui che è stato soprannominato “l’Oskar Schindler britannico”; ma rispetto al corrispettivo americano, Hawes rifiuta la spettacolarizzazione delle emozioni e dei sentimenti limitandosi solo alla narrazione dei fatti nudi e crudi.
One Life intreccia i fili della Storia e di tante storie che, tutte insieme, compongo un quadro ben più ampio e strutturato all’interno del quale ogni persona conta ed è fondamentale per innescare un cambiamento, modificando realmente le sorti del mondo e il corso degli eventi attraverso piccoli – ma, al contempo, giganteschi – atti di generosità.


