giovedì, Luglio 29, 2021
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Old, recensione del nuovo film di M. Night Shyamalan

La recensione di Old, il nuovo thriller di M. Night Shyamalan con Gael García Bernal e Vicky Krieps. Disponibile nelle sale dal 21 luglio.

Old è il nuovo film di M. Night Shyamalan pronto a riportare, sul grande schermo, il talento del cineasta che già ha regalato alla settima arte film cult come The Sixth Sense – Il sesto senso o Unbreakable – Il Predestinato. A distanza di anni dalle ultime fatiche – firmate con Split e Glass – il regista si affida ad una storia non originale ispirata dalla graphic novel Sandcastle di Pierre Oscar Lévy e Frederik Peeters, portando quindi al cinema un’opera d’autore della nona arte che vede protagonisti, tra gli altri, Gael García Bernal (Mozart in the Jungle) e Vicky Krieps (Il filo nascosto). Il film arriverà nelle sale dal 21 luglio distribuito da Universal Pictures.

In Old, una tranquilla famiglia decide di passare le vacanze in un esclusivo resort, approfittando della proposta di una giornata su un’idilliaca spiaggia isolata dal resto del mondo. Con loro ci sono un misterioso rapper, un’altra famiglia disfunzionale e una coppia; ma quando strani eventi inspiegabili iniziano ad accadere, i presenti si accorgono ben presto che la spiaggia tropicale ed appartata dove si stanno rilassando li sta facendo invecchiare rapidamente… riducendo le loro intere vite ad un solo giorno, costringendoli a trovare rapidamente una soluzione per salvarsi.

M. Night Shyamalan è tornato, è uscito dall’amato Delaware ed è salpato verso il mare aperto della Repubblica Dominicana, sfidando perfino una pandemia mondiale – come il Covid-19 – che ha trasformato le riprese in una sorta di distopico incubo sci-fi: il risultato finale è un film che oscilla tra il thriller inteso come saggio sulla scrittura della suspense (cinematografica), lo sci-fi distopico e il puro horror, che emerge prepotentemente in alcuni sprazzi di grafica violenza creativa. Old è un’opera complessa e stratificata, che ancora una volta mostra la capacità, tipica del genere, di funzionare come lente riflettente per deformare (ed interpretare) il reale. Paure, ansie e angosce che ci vincolano al concetto di tempo prendono corpo – e cercano risposte – nello spazio mainstream di un film in 35mm di 1h e 48 minuti.

Castello di sabbia (Sandcastle) è l’evocativo titolo della graphic novel di partenza: mai come in questo caso l’immagine del castello di sabbia sulla spiaggia, destinato a sparire a causa dell’azione del mare e del vento, sembra calzare a pennello con l’essenza stessa del film, che si profila (appunto) come un’elaborata riflessione sullo scorrere del tempo e sulle implicazioni che esso ha sulle nostre vite, collocata ovviamente in un’ottica dallo stile ben definito e riconoscibile. Shyamalan ha mostrato fin dal suo esordio la propria capacità di sapere scrivere – e “giocare” – tanto con la suspense e la tensione quanto con l’attenzione dello spettatore, ingannandolo e alterando la sua percezione della narrazione filmica che vede scorrere sullo schermo. Anche le tecniche di regia di Shyamalan sono funzionali a tutto questo, figlie di movimenti di macchina o di determinate inquadrature che fanno da preludio ad eventi sconvolgenti, drammatici o fondamentali che cambieranno il corso della narrazione.

E proprio dal punto di vista narrativo, si potrebbe idealmente dividere l’arco coperto da Old nei canonici tre atti a cui spesso fanno riferimento i manuali di sceneggiatura. Nel primo, quello che costituisce il setup e che quindi costruisce la narrazione drammatica che seguirà a breve, Shyamalan compie una semina lenta ma fondamentale, costellando la storia di indizi utili e dettagli che ritorneranno, con prepotenza, nel corso dei minuti. Maestro nel padroneggiare la scrittura per immagini, presenta allo spettatore i personaggi attraverso le loro azioni e le scelte che compiono, delineando i diversi caratteri che entreranno poi in conflitto tra loro, permettendo al vero e proprio “dramma” (inteso come azione) di deflagrare. Ma è, senza dubbio, il lungo secondo atto a regalare le emozioni maggiori in Old: una cavalcata selvaggia nel cuore di un orrore invisibile e sottile, una narrazione che ruba – sul piano emotivo – la lezione del body horror abbattendosi sui corpi, rendendoli protagonisti e oggetti, mettendoli in relazione con il concetto di tempo che aleggia sull’intero film.

E il tempo si trasforma così in tiranno, in avversario temibile da battere in un gioco che non permette soluzioni, almeno in apparenza; e la natura si rivela a sua volta arcigna consigliera, riprendendo una lezione che Shyamalan aveva già rischiosamente affrontato nel suo E venne il giorno. Ma è a vita, la vita stessa, a svelarsi nel suo macabro miracolo, matrigna e incognita impazzita: come se la spiaggia che ospita i protagonisti fosse un microcosmo della realtà, ma reinterpretato dalla lente deformante del cinema di genere. Purtroppo, però, gli ottimi spunti inquietanti e disturbanti che attraversano l’arco narrativo maggiore del film si stemperano man mano che la storia si avvia a completare il suo terzo ed ultimo atto, vittima forse di un cinema mainstream che ha ancora bisogno di punti saldi e certezze per conquistare il grande schermo d’argento.

Old è una metafora macabra che riprende molte delle suggestioni già affrontate da Shyamalan nella sua cinematografia: il ruolo degli adolescenti nel mondo e il loro microcosmo interiore, l’indagine sulla famiglia, i rapporti genitori-figli sono solo alcuni dei punti comuni a molti dei suoi film, che ritornano anche in quest’ultima opera che parte da un immaginario diverso per poi adattarlo alla sensibilità del regista indiano, pronto a scuotere le certezze del pubblico attraverso l’arma che padroneggia meglio: i colpi di scena, incalzanti e continui, pronti a spiazzare e a scuotere. Il risultato finale, nonostante la presenza del fantasma di un “politicamente corretto” da grande schermo che induce a cercare sempre la via più rassicurante lungo il cammino, restituisce agli spettatori le stesse disturbanti emozioni di un horror di genere (e che genere: il body horror) dove l’orrore attraversa i corpi spingendo la mente a riflettere, superando metafore e immagini.

Guarda il trailer ufficiale di Old

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Old è un’opera complessa e stratificata, che ancora una volta mostra la capacità, tipica del genere, di funzionare come lente riflettente per deformare (ed interpretare) il reale. Paure, ansie e angosce che ci vincolano al concetto di tempo prendono corpo – e cercano risposte – nello spazio mainstream di un film in 35mm di 1h e 48 minuti.
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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