Corpo. Se dovessimo trovare una singola parola per riassumere l’impresa mastodontica chiamata Odissea di Christopher Nolan, probabilmente sarebbe questa: corpo. Non solo perché è esattamente ciò che una delle storie più antiche del mondo acquisisce in questo film, un corpus cinematografico che materializza la parola scritta – e prima ancora orale – dell’omonimo poema omerico; ma anche perché è un termine che si adatta bene a definire l’approccio del regista nell’affrontare questa complicata e rischiosissima operazione di adattamento, e a ben guardare in tutta la sua carriera.
Dall’astratto al concreto
Inception dava forma ai sogni, che si rendevano visitabili e assemblabili a piacimento; in Interstellar lo spazio-tempo si trasformava in un non-luogo con il quale era possibile interagire per intervenire sulla realtà, manipolando oggetti di uso comune; in Memento un uomo incideva la propria memoria sulla sua stessa pelle con indelebili tatuaggi; in Tenet il concetto fisico di entropia era veicolato da una tecnologia che invertiva il normale scorrimento del flusso temporale. Perfino in Oppenheimer, forse il suo lungometraggio più ancorato alla realtà, la profezia della fine del mondo era una formula matematica.
Nolan, insomma, ha sempre cercato di fornire un certo grado di concretezza e tangibilità all’astratto, e quindi al suo stesso cinema. È risaputo, infatti, l’amore del regista nei confronti della pellicola, che secondo lui dona maggiore autenticità alle immagini. In Odissea, tale amore viene portato alla massima espressione: dopo l’incetta di Oscar e il quasi miliardo al botteghino di Oppenheimer, eccoci di fronte al primo film in assoluto realizzato interamente in IMAX 70 mm, grazie a un sistema studiato appositamente per “silenziare” le enormi e rumorose macchine da presa e permettere la registrazione dei dialoghi.

Realismo magico o magia realistica?
Anche per questo Odissea è un’opera che non va semplicemente guardata, ma diventa un’esperienza immersiva e totalizzante, alla pari degli Avatar di James Cameron. Sembra quasi di poter toccare con mano l’acqua del mare, il legno delle navi, gli scogli della rocciosa Itaca. Tutto, dalle location reali ai costumi ai mostri mitologici in animatronic, dà la sensazione di trovarsi in un mondo vivo e vibrante. Per non parlare della colonna sonora di Ludwig Göransson, che penetra nelle ossa come l’urlo agghiacciante di un uomo che, legato all’albero della sua imbarcazione, ascolta un canto di ammaliante bellezza e orrore.
Se il suono arriva, talvolta, a soverchiare l’azione e la parola degli attori, l’immagine ha il compito di apparire quanto più vera possibile. E allora, nel trasporre un racconto che arriva dalla leggenda e dove appaiono ciclopi, maghe, divinità, sirene e mostri marini, Nolan tratta la magia e l’elemento fantastico nello stesso modo con cui trattava la (fanta)scienza o l’inconscio: avvicinandoli al reale. Senza rinunciare, in questo caso, a una buona dose di grottesco. Così, Polifemo non è un costrutto artificiale in CGI, bensì un gigantesco pupazzo meccanico deforme, e gli incantesimi della maga Circe non sono formule magiche ma vengono messi in atto con violenza e rabbia, plasmando direttamente la carne viva dei poveri malcapitati.
Questi due momenti in particolare si rivelano, a sorpresa, i più potenti e viscerali del film, nonostante siano anche quelli in cui il cineasta sfiora un genere per lui inedito, il body horror. Tanto che quasi non sembra più di essere all’interno di un film di Christopher Nolan. Del resto però, a livello narrativo, Odissea è tra le opere meno nolaniane di tutta la sua filmografia. La struttura, come al solito, è tutt’altro che lineare e si muove tra passato e presente con la consueta fluidità. Eppure manca – forse vista la natura del poema originale, ben noto a chiunque abbia un minimo di conoscenze di mitologia greca – la costruzione del colpo di scena, o di una rivelazione finale che sconvolge e ribalta tutte le convinzioni dello spettatore.

Ulisse, ultimo baluardo di una civiltà decadente
In realtà, questo ribaltamento in un certo senso avviene, ma in chiave diversa. Nolan infatti insegue l’idea di un Ulisse (Matt Damon) che, un po’ come J. Robert Oppenheimer, porta su di sé il fardello dell’intelligenza. Entrambi la usano per scopi militari, per porre fine a una guerra logorante, e finiscono per osservare, impotenti, la distruzione che le loro invenzioni hanno causato. Ulisse (o Odisseo) è inoltre il prototipo dell’uomo illuminista, la cui fede nella ragione supera qualsiasi altra, inclusa quella nei confronti degli dèi. La sua stessa protettrice, Atena (Zendaya), viene spogliata dei suoi attributi divini. Tuttavia, è proprio questa sua superbia a provocare una catastrofe senza precedenti.
Oltre ad essere racconto bellico – tornano le spiagge e le attese interminabili di Dunkirk – ed epopea fantastica di un passato mai esistito, Odissea diventa allora la storia di una grande e prosperosa civiltà in decadenza (specchio della nostra?), che si avvia verso una fine preannunciata e inevitabile (di nuovo, Oppenheimer). I semi della distruzione sono già piantati, ma sbocciano definitivamente verso la fine, in un monologo di Ulisse alla moglie Penelope (Anne Hathaway), per poi germogliare negli ultimissimi secondi del film.

Epopea fantastica o racconto distopico?
È qui che avviene il cambio di prospettiva: se fino a poco prima pensavamo di trovarci all’interno di un mondo primordiale, dove la natura sovrasta l’uomo e lo domina fino a ucciderlo, improvvisamente ci sembra di aver appena assistito a una sorta di distopia. Che potrebbe risalire a milioni e milioni di anni fa o, al contrario, avvenire in un futuro remoto, in maniera non troppo diversa da saghe come Dune o Star Wars (“Tanto tempo fa, in una Galassia lontana lontana…”). L’Odissea è in effetti un mito senza età, ed è come se Nolan lo avesse liberato da ogni costrizione temporale per farlo suo e adattarlo alla propria sensibilità.
Ecco dunque spiegata la scelta di far parlare ai personaggi l’inglese corrente, o quella di dare ai costumi uno stile non del tutto accurato storicamente – anzi, il design è quasi futuristico -, oppure ancora quella di rendere il cast non completamente bianco. Quest’ultimo, da Matt Damon e Anne Hathaway, passando per Tom Holland e Robert Pattinson e arrivando ai comprimari Zendaya, John Bernthal, Charlize Theron, Lupita Nyong’o e John Leguizamo, fa davvero un ottimo lavoro, con buona pace delle sterili polemiche sollevate dal web anti-woke e anti-femminista che hanno afflitto anche il recente Supergirl.
Certo, la lettura appena fatta è solo una delle tante possibili. Eppure, trattandosi di un cineasta che della fantascienza ha fatto il suo genere prediletto, non stupirebbe se si rivelasse quantomeno vicina alle sue intenzioni. Ma anche se non lo fosse, Odissea rimane un’opera memorabile e di rara fattura, e rappresenta la conferma che Christopher Nolan è un autore ancora in grado di rinnovarsi e maturare, raggiungendo nel frattempo vette tecniche eguagliabili da pochi altri.


