Perché? È sicuramente questa la prima domanda che a chiunque balenerebbe in mente concentrandosi per un attimo sul fatto che siano passati solo 10 anni dall’uscita nelle sale di Oceania, 56° Classico Disney diretto da Ron Clements e John Musker, e appena due dal suo sequel. Perché produrre un remake in live action a così poca distanza dall’originale? Dietro questa scelta ci saranno sicuramente logiche di mercato, diritti in scadenza, decisioni da star (che Dwayne Johnson, anche produttore del film oltre che interprete, abbia pensato che tra dieci anni sarebbe stato troppo vecchio per interpretare Maui? Chissà). Sta di fatto che quest’ovvietà, ovvero che forse agli spettatori importasse molto poco di rivedere, anche se in forma diversa, un film peraltro molto amato e ancora fresco nella memoria, si è concretizzata in un prevedibile flop.
Costato la considerevole cifra di 250 milioni di dollari ai quali, secondo le stime, ne vanno aggiunti altri 100 per il marketing, Oceania ha incassato negli USA appena 82 milioni di dollari nei primi 10 giorni di uscita, ben al di sotto delle previsioni e, anche considerando i restanti incassi internazionali, molto lontano dal punto di pareggio dei costi. Un risultato del genere non può, tuttavia, dipendere solo da un’uscita troppo ravvicinata dall’originale, come dimostrano anche gli indicatori di Rotten Tomatoes e Imdb: il primo segnala un indice di gradimento della critica fermo al 31% e il secondo un giudizio medio del pubblico di 5,7. Pur prendendo questi dati con le pinze, è evidente che qualcosa non abbia funzionato anche da un punto di vista artistico.
Ritmo ed effetti speciali: un gran pasticcio
Se il pubblico di Oceania non supera i 6 anni di età, è probabile che godrà il film dall’inizio alla fine. Diversamente, tra i maggiori difetti del film c’è lo scoglio a tratti insormontabile dei primi 40 minuti (su 115) in cui non accade letteralmente niente. Facciamo conoscenza con la giovane protagonista Vaiana (Catherine Lagaʻaia), che tra un canto e un altro, comunica allo spettatore il suo dissidio interiore tra l’essere la figlia perfetta che eredita la guida del proprio popolo e un’avventuriera ribelle che supera i confini del mondo in cui vive. Questo dissidio, però, viene mostrato quasi come un dato di fatto, poco motivato e argomentato; allo stesso modo, la minaccia che incombe sull’isola Motunui, legata a un’antica leggenda, pare un mero pretesto per giustificare l’inizio del viaggio dell’eroe. Sicché quando Vaiana parte da sola a bordo della sua imbarcazione alla ricerca di Maui, smargiasso semidio del vento e del mare dotato di capacità mutaforma, il coinvolgimento emotivo dello spettatore medio è prossimo allo zero.
Anche sul fronte degli effetti visivi, il confronto con l’originale non regge. La libertà creativa dell’animazione è imparagonabile ai limiti di un film live action, per quanto costoso possa essere. Anziché percorrere una via alternativa, magari improntata sul realismo, che in qualche modo avrebbe collocato il film in una dimensione altra rispetto al primo, tutto, dalle ambientazioni ai vestiti, dai personaggi alla luce, sembra voler richiamare la pellicola d’animazione del 2016, generando un effetto straniante che contribuisce ulteriormente ad allontanare lo spettatore dalla materia sullo schermo. Un pasticcio, insomma, che non valorizza l’impegno tecnico sicuramente profuso dalla Disney nella realizzazione del film, a tratti perfettamente riconoscibile e apprezzabile.

Un secondo tempo riuscito seppur tiepido
Ritornando alla storia, bisogna aspettare la comparsa di Maui (e dei suoi divertenti tatuaggi) perché qualcosa inizi effettivamente ad accadere. Un ballo coloratissimo, quasi un inno alla creatività, in cui il tronfio Dwayne Johnson gigioneggia senza freno dà l’ideale avvio alla seconda parte del film, decisamente più divertente e spettacolare della prima. Il rapporto conflittuale tra Maui e Vaiana, ricco di divertenti siparietti e una netta contrapposizione di diversi caratteri riempie finalmente il film di qualcosa, facendolo veleggiare verso i due momenti più coinvolgenti: lo scontro con la tribù dei piccoli e feroci Kakamora e quello con Te Kā, terribile creatura di lava. La chimica tra i due protagonisti, tuttavia, resta tiepida, e con essa l’interesse verso le loro vicende, poco motivate e motivanti. Alla fine si assisterà, come prevedibile, a un’inversione di ruoli – l’allievo insegna al maestro e il maestro impara dall’allievo -, una dinamica poco originale e rappresentata, anche meglio, in decine di altri film per ragazzi e non.
Il finale conciliatorio, preciso e pulito come se fosse stato scritto da un AI, fa tornare alla mente l’interrogativo iniziale: perché? Perché Oceania andrebbe visto? Per i muscoli e la simpatia di Dwayne Johnson? Certo. Per regalare ai figli un pomeriggio spensierato nelle ultime due settimane di agosto (il film uscirà nelle nostre sale il giorno 19), con le scuole ancora chiuse e gli animatori dei centri estivi prossimi al collasso? Anche. I motivi per correre al cinema si limitano a questo e poco altro, e ciò spiega il risultato al botteghino; a causa di una serie di scelte strategiche evidentemente sbagliate, Oceania fallisce nell’intercettare un pubblico eterogeneo e finisce per essere un film per i più piccoli, con buona pace della Disney che ci ha investito un terzo di miliardo.


