Un presente che suona ancora più forte di un passato dirompente, un rapporto musicato dalla fama, spezzato dal tempo e ricostruito davanti a migliaia di persone. Il suono di una musica universale, i volti e le voci dei fan, le parole di Liam e Noel Gallagher. E soprattutto un rapporto riscoperto, forse scoperto nuovo, più maturo, più consapevole.
Oasis: Don’t Look Back in Anger, presentato Fuori Concorso all’83esima Mostra del Cinema di Venezia, parte dal ritorno degli Oasis ma finisce inevitabilmente per raccontare qualcosa di molto più grande. Diretto da Dylan Southern e Will Lovelace e scritto da Steven Knight, il documentario accompagna infatti la reunion dei fratelli Gallagher e il gigantesco tour mondiale Oasis Live ’25, arrivato sedici anni dopo la separazione della band nel 2009. Ma ridurre il film alla cronaca di un ritorno significherebbe probabilmente tradirne la natura.
Perché Oasis: Don’t Look Back in Anger non è soltanto un film per i fan degli Oasis. È un film per i fan della musica, dell’arte, dell’evento. Per chi ama stare insieme, ritrovarsi in mezzo a migliaia di sconosciuti e scoprire, per qualche ora, di conoscere perfettamente tutti. Per chi almeno una volta ha guardato un palco aspettando che iniziasse qualcosa e ha sentito che quello che stava per accadere sarebbe rimasto. È proprio lì, tra il palco e la folla, che Southern e Lovelace trovano il cuore di un’opera che parla certamente degli Oasis, ma soprattutto di ciò che una canzone può diventare quando smette di appartenere soltanto a chi l’ha scritta.
Rialzarsi da terra
Sedici anni dopo la loro separazione, Liam e Noel Gallagher tornano insieme. Gli Oasis tornano insieme. Il tour Oasis Live ’25 diventa immediatamente uno degli eventi musicali più attesi degli ultimi decenni e Oasis: Don’t Look Back in Anger ne segue la costruzione e soprattutto l’esplosione, attraversando prove, backstage, palchi e stadi riempiti da decine di migliaia di persone. Ci sono Liam e Noel, finalmente di nuovo uno accanto all’altro. Ci sono le loro parole, il racconto di ciò che è stato e soprattutto di ciò che sta accadendo. E poi ci sono i concerti: immensi, rumorosi, travolgenti.
Dylan Southern e Will Lovelace entrano dentro l’evento alternando la performance alla sua conseguenza più importante: chi la sta vivendo. La macchina da presa abbandona continuamente il palco per cercare la folla. Trova occhi spalancati, lacrime, abbracci, telefoni sollevati, persone incapaci quasi di credere di trovarsi realmente lì. E alle immagini si accompagnano le testimonianze di chi racconta cosa abbiano rappresentato gli Oasis nella propria vita: una canzone incontrata nel momento giusto, un dolore attraversato, una possibilità di riconoscersi o semplicemente di non sentirsi soli.
Una fan lo racconta attraverso un’immagine potentissima: quando è caduta, gli Oasis non l’hanno semplicemente rialzata. Sono caduti insieme a lei, per poi aiutarla a rialzarsi insieme a loro. Perché anche gli Oasis sono caduti. Liam e Noel sono caduti. E sedici anni dopo hanno dovuto imparare, a modo loro, a rimettersi in piedi.

La musica è di tutti
Forse é proprio questa la grande intuizione di Oasis: Don’t Look Back in Anger: comprendere che raccontare gli Oasis significa, a un certo punto, smettere di guardare soltanto gli Oasis. Il documentario avrebbe potuto trasformarsi facilmente in una celebrazione nostalgica. Poteva vivere del passato, delle immagini di repertorio, della Manchester degli anni Novanta, dell’esplosione di brani come Definitely Maybe e (What’s the Story) Morning Glory?, della fama, degli eccessi, dei litigi, della separazione. Tutto questo esiste, inevitabilmente, perché senza quel passato sarebbe impossibile comprendere la portata del presente. Ma Southern e Lovelace scelgono soprattutto di guardare ciò che sta accadendo adesso.
Ed è qui che il documentario trova le proprie immagini più potenti. Non necessariamente sul palco, ma davanti ad esso. Sono i volti della folla a raccontare davvero Oasis Live ’25. Ragazzi che nel 2009 erano bambini accanto a persone cresciute insieme alla band. Generazioni differenti che urlano le stesse parole. Persone in lacrime, altre immobili, quasi sbigottite davanti alla possibilità di trovarsi finalmente dentro qualcosa che fino a quel momento avevano soltanto immaginato. La regia dei concerti è straordinaria proprio perché comprende che la grandezza dell’evento non si misura soltanto mostrando quanto sia grande uno stadio, ma soprattutto attraverso chi quello stadio lo riempie. L’inquadratura di un volto sconvolto dall’emozione può raccontare la portata degli Oasis molto più efficacemente di qualsiasi numero.
E così, guardando Oasis: Don’t Look Back in Anger, viene voglia di andare a un concerto. Viene voglia di entrare in uno stadio, di stringersi tra sconosciuti, di aspettare l’inizio di una canzone che tutti conoscono e poi cantarla insieme. Perché esiste qualcosa di profondamente collettivo nella musica che il cinema raramente riesce a restituire davvero. Una canzone nasce da qualcuno, ma può finire per appartenere a milioni di persone. Entra nelle loro vite, accompagna amori, separazioni, lutti, adolescenze, cadute e rinascite. A quel punto non importa più soltanto cosa significasse per chi l’ha scritta: conta ciò che è diventata per chi l’ha ascoltata.
Un presente che suona più forte
E poi ci sono loro, Liam e Noel. Le loro parole possiedono qualcosa di sorprendentemente cinematografico. Sembrano talvolta battute scritte, preparate, costruite per arrivare esattamente dove devono arrivare. E invece, i due fratelli conservano continuamente l’impressione opposta: quella di essere terribilmente loro. Veri, imperfetti, a volte sbagliati e proprio per questo incredibilmente giusti. Il loro rapporto diventa allora l’altra grande anima del documentario. Non una riconciliazione trasformata artificiosamente in favola, ma l’incontro tra due uomini che hanno condiviso qualcosa di gigantesco, si sono distrutti, allontanati e infine ritrovati quando non erano più le stesse persone che si erano lasciate.
Non si tratta semplicemente di recuperare il rapporto di un tempo. Si tratta forse di scoprirne uno nuovo. Più adulto, più consapevole, inevitabilmente segnato da tutto ciò che è successo nel mezzo. Ed è per questo che Oasis: Don’t Look Back in Anger funziona anche quando smette di essere un documentario sugli Oasis. Diventa un film sulla possibilità di tornare. Sulla possibilità di cadere senza che la caduta rappresenti necessariamente la fine. Sul potere quasi inspiegabile dell’arte di accompagnare qualcuno mentre accade.
Liam e Noel tornano sul palco e davanti a loro trovano migliaia di persone che, in tutti quegli anni, non hanno mai veramente smesso di aspettarli. Ma guardando quei volti viene da pensare che forse il movimento sia stato reciproco. Gli Oasis hanno accompagnato quelle persone durante una parte delle loro vite e quelle persone, adesso, stanno accompagnando gli Oasis nel loro ritorno. Alla fine rimangono uno stadio, migliaia di voci e due fratelli nuovamente sullo stesso palco. Un presente che non cancella il passato e nemmeno prova a correggerlo. Semplicemente, suona più forte.


