A livello cinematografico sono pochi i testi che si possono definire veramente eterni, quelli che non hanno necessità di essere cambiati per poter continuare ad essere contemporanei. Nosferatu di Friedrich Wilhelm Murnau è senza dubbio uno di questi, non a caso proviene da un altro testo essenziale, ma per la letteratura, come “Dracula” di Bram Stoker. Ce lo prova paradossalmente proprio la visione più lontana e “traditrice”, ovvero quella di Francis Ford Coppola, la quale, pur ribaltando l’idea del vampiro e, di conseguenza, il rapporto tra vita e morte (la base della storia), vive sempre all’interno del medesimo canovaccio.
Questo, di fatto, contiene già tutto ciò che serve per creare un horror in grado di raccontare l’essenza dell’umanità in un senso politico, sociale, emotivo, psicologico e spirituale. Lo sa molto bene Robert Eggers, probabilmente lo ha sempre saputo, fin da quando ha cominciato a fantasticare di una sua possibile traduzione, e magari proprio per questo ne è stato attratto. Il suo Nosferatu è, infatti, prima di tutto una pellicola che vuole riproporre, sia a livello estetico che narrativo, la matrice del film del 1922, pescando al bisogno dalla meravigliosa versione fatta da Herzog. Basti pensare al personaggio di Willem Dafoe e al riposizionamento della Ellen di Lily-Rose Depp, quest’ultimo probabilmente la cosa migliore della pellicola.
La lettura di Eggers vive, di fatto, in uno dei filamenti possibili all’interno di un arazzo seminale per una narrazione universale dell’uomo occidentale, in una sospensione tra testo primigenio e suoi elaborati, che tributa e che smentisce, specialmente nel caso della versione coppoliana. Così facendo il regista dimostra la sua ottima compiutezza come riesecutore, ma anche il suo “non” essere ancora pienamente autore. Eggers è probabilmente ancora in una fase di fascinazione per un culto altrui piuttosto che in una di emanazione di uno proprio, anche se è in essa talmente calato da riuscire a sprigionare sul pubblico un magnetismo non comune.

Il triangolo delle ossessioni
A Wisborg, una cittadina della Germania in riva al mare, poco prima della metà del secolo breve, vivono i freschi coniugi Hutter, Thomas (Nicholas Hoult) e Ellen (Depp). I due si amano di un amore che potremmo definire salvifico, soprattutto per la ragazza, tormentata da incubi d’ogni sorta durante l’adolescenza e ora finalmente serena tra le braccia del suo lui… fintanto che ci sono.
Come un fulmine a ciel sereno, infatti, Thomas è chiamato a partire per una regione remotissima della Transilvania dove si trova il castello del cosiddetto Conte Orlock (Bill Skarsgård) per completare una remunerativissima operazione immobiliare. Un sacrificio da compiere per poter fare un salto di carriera e costruirsi un avvenire. Il ragazzo dunque parte alla volta di un viaggio che presto si tramuterà in un tormento fatto di visioni terribili, malesseri e angosce. E tutto questo ancor prima di arrivare all’enorme maniero, dove sarà accolto da una figura tetra e disturbante, per quanto apparentemente cordiale.
Thomas si accorgerà della natura “diversa” del Conte solo dopo aver firmato un sospetto contratto in una lingua sconosciuta e aver compreso come l’interesse di Orlock non sia per la casa, bensì proprio per sua moglie Ellen. Tutto troppo tardi. Quando, infatti, Thomas riuscirà a fuggire e a tornare a Wisborg, il vampiro sarà già arrivato in città, dove ha scatenato una terribile pestilenza per riuscire a mettere le mani sulla fanciulla, che dal canto suo, dopo la separazione dal marito, ha ricominciato ad avere le crisi e gli incubi che l’hanno tenuta sotto scacco in passato.

Eggers, l’ombra e la luce
Il lavoro filologico di Robert Eggers è, al solito, meticolosissimo, al limite tra il cerebrale e l’onanista, così pulito nella sua riproposizione da sembrare gelido. Il linguaggio horror tradizionale si ritrova nel lavoro registico, nella costruzione fotografica (questa, in particolare, diegeticamente fondamentale), nelle soluzioni di montaggio e, soprattutto, nella colonna sonora. Una cura sopraffina, tradita solo dalla voglia occasionale di impressionare lo spettatore.
L’intuizione del regista intorno alla quale gira l’intera pellicola conferma come Nosferatu fosse nella sua mente già ai tempi di The Witch, dato che essa si sposa alla perfezione anche con quella del suo primo film: la doppia natura del femminile. La donna è preda dei suoi desideri repressi dalla società in cui vive e allo stesso tempo l’unica che riesce a scorgerne la vitalità; vittima di un senso di colpa imposto da altri, ma anche illuminata predatrice in grado di ribaltare l’ordine stesso delle cose. Ella attrae il mostro e da esso è, allo stesso tempo, attratta. Una malata di mente per l’uomo dell’Ottocento e una “sacerdotessa di Iside” per gli antichi.
Un livello narrativo brillantemente cavalcato dal film, ma scientemente solo nella misura in cui era già contenuto in “Dracula” di Stoker e nei suoi derivati, in special modo il primo Nosferatu. Coppola (ancora lui) lo adoperò in chiave romantica per smantellare, Eggers lo usa in chiave erotica per rinsaldare il legame con il classico, affidandosi alla dimensione onirica più di qualsiasi altra strada. Questa scelta permette al regista di riportare il vampiro ad essere l’espressione più famelica di un male interno, personificazione mostruosa di un desiderio che è di Ellen, ma è anche, archetipicamente, di tutta la società e di tutta l’umanità. Un “appetito” che, se negato, può divorare il mondo.
Il risultato è che le tracce del contemporaneo si trovano in Nosferatu di Eggers nella misura in cui si trovano nel testo che rilegge, una scelta e non necessariamente un male, che però preclude ad un’evoluzione reale, che per essere tale deve passare per forza da un’appropriazione. Il materiale semantico non è mai del tutto rigenerato dall’autore, esattamente come il manto formale, che non è mai del tutto suo, mai del tutto ripensato. Il suo “difetto” è quello di non riuscire a sconvolgere il linguaggio o creare un cortocircuito (scopo abbandonato dopo The Lighthouse), ma di inquadrarlo limitandosi a modifiche puramente narrative. Eggers, come Nosferatu, decide di vivere nell’ombra, come se avesse paura di sparire alla luce di un sole a cui prima o poi dovrà tornare a esporsi per capire veramente se può sopravvivere.


