Una premessa doverosa. Se avete visto il trailer (italiano) di Norimberga, cancellatelo dalla vostra mente: il film, pur avendo un’impostazione molto classica che ricorda titoli come Il ponte delle spie, La talpa o Thirteen Days, non ha niente a che vedere con la patina polverosa e terribilmente demodé del montaggio con cui la distribuzione italiana ha scelto di venderlo; se volete avere un’anticipazione più realistica del film, il trailer internazionale di Sony Picture Classics è sicuramente preferibile. Ciò detto Norimberga, diretto da James Vanderbilt – noto a Hollywood soprattutto per il suo lavoro come sceneggiatore (Zodiac, The Amazing Spider-Man, Scream e molti altri) – è un film non facile da inquadrare e particolarmente soggetto al giudizio di chi lo guarda.
Prima di inerpicarci lungo i sentieri della soggettività, vanno sicuramente menzionati alcuni pregi oggettivi di questo titolo, che lo rendono particolarmente godibile. L’impianto tecnico di Norimberga è, ad esempio, di tutto rispetto: la regia virtuosa di Vanderbilt, il lavoro eccellente su trucco e costumi, il montaggio (anche sonoro) serrato, una fotografia severa e robusta, il commento sonoro indovinato del veterano Brian Tyler, un cast sontuoso ricco di volti d’altri tempi che bucano lo schermo. Formalmente, il film è ineccepibile ed evoca, seppur in minore, lo stile asciutto e chirurgico di Spielberg quando si cimenta con la grande Storia.
Di cosa parla Norimberga?
Le vicende traggono ispirazione da un adattamento del libro “Il nazista e lo psichiatra” di Jack El-Hai (edito in Italia da Rizzoli), che racconta la vita del tenente colonnello Douglas Kelley, psichiatra californiano a cui venne affidato l’incarico, nell’agosto del 1945, di esaminare 22 alti funzionari del partito nazista, tra cui Hermann Göring, secondo in comando di Adolf Hitler. Il compito del medico era stabilire se gli individui analizzati fossero o meno pazzi e come avrebbero reagito al processo di Norimberga, che si sarebbe tenuto pochi mesi dopo.
Kelley trascorse circa 80-90 ore con i prigionieri giungendo alle conclusioni che solo uno di loro era davvero pazzo. Tornato negli USA, lo psichiatra scrisse un libro sulle sue scoperte intitolato “22 Cells in Nuremberg”, diventando capo del Dipartimento di psicologia a Berkeley e consulente di polizia, esercito e aeronautica. All’età di 46 anni Kelley, che aveva già avuto diversi episodi di alcolismo, scatti d’ira e tendenze suicide, si uccise davanti alla sua famiglia ingerendo una capsula di cianuro di potassio, in modo analogo a quanto aveva fatto Göring per sfuggire all’impiccagione.

Russell Crowe da Oscar, Rami Malek convince a metà
A interpretare questo personaggio così instabile e complesso è Rami Malek che, in una versione sicuramente romanzata della storia, intrattiene un rapporto di fascinazione/repulsione verso Göring, di cui diventa per certi aspetti un inconsapevole servitore. E qui le interpretazioni si dividono. Se Russell Crowe, che interpreta il braccio destro di Hitler, è assolutamente granitico nella sua magistrale interpretazione (da Oscar), e dà vita a un gerarca nazista lucido, pieno di sé e convinto della propria capacità di manipolare a suo piacimento uomini e avvenimenti, la recitazione di Malek è più opaca; sicuramente sopra le righe e nervosa, oscilla continuamente tra la macchietta e la totale immedesimazione.
Animato da fini personalistici – scrivere un libro sulla mente criminale dei gerarchi nazisti attingendo direttamente alla fonte – Kelley è un eroe fallito che inanella una serie di sbagli clamorosi, diventando determinante solo alla fine della storia (peraltro dopo un discorso motivazionale piuttosto forzato ad opera del sergente Howie, interpretato da un ottimo Leo Woodall). Fino a che punto Malek restituisce lo spessore di un uomo senza particolari qualità e in parte affascinato dal male, tormentato dai propri demoni, invischiato nella tela abilmente intessuta dalla mente geniale di Göring? Fino a che punto la maschera da stolto indossata dall’attore è frutto di un lavoro sull’asservimento miope di Kelley verso gli scopi del gerarca e non di un’interpretazione un po’ gommosa e imbalsamata?

Un film che pone interrogativi di tragica attualità
La sceneggiatura, purtroppo, non aiuta a dirimere questi interrogativi, perdendo più volte il fuoco sul protagonista, letteralmente divorato dalla presenza scenica di Crowe. Anche dal punto di vista del ritmo Norimberga alterna momenti concitati scanditi da dialoghi ad orologeria ad altri più piatti in cui non si capisce che piega voglia prendere il racconto, come se un’orchestra suonasse l’Eroica di Beethoven interrompendosi ogni due minuti.
Si tratta in entrambi i casi di una scelta voluta che alimenta i chiaroscuri del film o di una scrittura molto ambiziosa ma un po’ dispersiva? Agli spettatori l’ardua sentenza. Per fortuna l’interpretazione di Crowe e lo sfarzo produttivo di cui si diceva prima, entro il quale va annoverato anche un cast di livello (John Slattery, Richard E. Grant, Michael Shannon), sono sufficienti a disperdere la nebbia dell’incertezza per proiettare lo spettatore nelle atmosfere del processo, innescando alcuni interrogativi, questi si, determinanti.
Come è possibile che sia avvenuto uno scempio pari a quello dell’Olocausto? Come è possibile che padri di famiglia, fratelli premurosi, figli modello, militari integerrimi si siano trasformati in violenti e spietati assassini? E soprattutto: se, come avrebbe dichiarato Kelley, gli imputati del processo di Norimberga “erano semplicemente creature del loro ambiente, come tutti gli esseri umani”, che si limitarono a eseguire gli ordini sotto l’influsso della fascinazione per Hitler, cosa distingue veramente noi da loro?
Cosa impedisce che tragedie come quelle della Seconda Guerra Mondiale si ripetano ancora e ancora e ancora sotto lo sguardo indifferente o impotente di milioni di persone? È su quella che Hannah Arendt definì “la banalità del male” che occorre interrogarci oggi come non mai, e qualsiasi spunto di riflessione rivolto al grande pubblico, incluso un film bello seppur imperfetto come quello di Vanderbilt, non può che essere il benvenuto.


