Nonostante fa le cose per bene. Ha poche regole, ma molto chiare. I protagonisti sono anime, i loro corpi giacciono in coma, sospesi tra la vita e la morte, su un letto d’ospedale. Questo limbo ha un funzionamento molto semplice, non troppo rigoroso, ma chiaro. Punto primo: le persone non possono vedere le anime, ma è come se le percepissero. Quando una di esse cammina tra i viventi, questi si scostano. Secondo: quando qualcuno muore, dalla sua dipartita si origina un forte vento che prova a trascinare con sé gli altri. È una forza inspiegabile, ma nasce da un’emozione: il desiderio di non andarsene da soli. Terzo: se qualcuno si sveglia dal coma, non ha alcun ricordo delle esperienze ultraterrene. Quarto: le anime sono confuse quanto noi spettatori, non sempre ricordano quello che gli è successo, ma possono provare dolore, gioia e amore come se fossero in vita.
Bastano queste piccole invenzioni di sceneggiatura per permettere a Nonostante di trasferirsi almeno un paio di volte da un genere all’altro, rinnovando così l’interesse per ciò che racconta. A dirla tutta, queste sono le uniche idee veramente originali in un film molto convenzionale soprattutto nei suoi personaggi, ma funzionano così bene da essere sufficienti a reggerlo in piedi. Dopo l’esordio alla regia con Ride, Valerio Mastandrea arriva in concorso nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia. Il regista, qui anche attore, delinea la figura di un protagonista totalmente “mastandreana” (forse è arrivato il momento di coniare questo aggettivo?). Un’anima in pena, letteralmente, un po’ insofferente alla non-vita, ironico e brontolone. È come se fosse nato proprio dall’unione dei caratteri più riusciti nella carriera dell’attore. Funziona.
Le anime però non si chiamano per nome, scorrono tutta la sceneggiatura in un anonimato radicale. “Lui, lei, quello”, senza chiamarsi mai con l’appellativo per cui si era noti in vita. Come a dire: mentre si sta per attraversare la soglia, non resta più nulla della propria identità. Professione, status sociale, fama, sono cose della vita. Per le anime conta solo il carattere, i desideri e, a sorpresa, le aspirazioni. Il personaggio di Lino Musella, ad esempio, organizza gite; trasferte di un solo giorno per continuare a vedere il mondo e stare in compagnia. C’è Laura Morante che fa la più anziana del gruppo, colei che ricorda come è cambiato il modo di “intrattenersi tra morenti”. Inevitabilmente c’è anche la nuova arrivata, bella, spaesata, pronta ad essere accolta dal gruppo.

Chi si è stati e chi si può ancora provare ad essere
L’inizio di Nonostante è vagamente da musical: si attraversano le corsie ballando a ritmo con il mondo. Il resto è da commedia malinconica. Si riflette su ciò che si è stati e su quello che si può ancora provare ad essere nell’attesa. Al coma ci sono cause semplici, come un incidente d’auto, e altre tragicomiche come il salvataggio casuale di un bambino precipitato dal balcone. È quando però Nonostante vira sul romantico che si trova la sua maggiore potenzialità, purtroppo poco sfruttata. Due anime che si amano cosa possono augurarsi? Di uscire dal coma, dimenticando ciò che è stato, o di morire insieme?
È qui che Nonostante perde la sua semplicità di partenza e non riesce a tirare le somme nel modo migliore di una storia che, per fortuna, non sconfina mai nel sentimentalismo e neanche nel filosofico. Manca il suo centro più ambizioso, certo, ma non rovina quanto di buono fatto nella prima parte. Quello di Mastandrea si rivela essere un film sul tema dell’attesa. In questa sospensione esistenziale in cui galleggiano i personaggi trova una spinta proprio per tornare a parlare dei fondamentali della condizione umana. Quando riesce a farlo tramite immagini, come quella di due persone che si tengono mentre l’aria di morte li allontana (un po’ alla Marc Chagall), diventa anche buon cinema.

Raccontare l’assenza delle persone care
È proprio per via di questi momenti che si vorrebbe chiedere più coraggio, più idee, più compattezza e più emozioni a un film a cui però è incredibilmente facile voler bene. Tutto ciò non arriva, non certo per la mancanza di talento nella produzione, bensì perché questo suo equilibrio molto popolare e innocuo è la sua essenza. Nonostante trova qui un formato incredibilmente esportabile, facile e popolare. Non se ne distacca e lo sfrutta bene.
Sono proprio le regole di questo piccolo mondo sospeso, i suoi personaggi macchietta, e il concept narrativo, a far venire voglia di vederlo declinato con sensibilità religiose e culturali diverse. Qualora se ne facessero dei remake esteri, da ogni paese potrebbero uscire diverse chiavi di lettura, nuovi pazienti con ansie e dilemmi specifiche del posto in cui hanno vissuto. In fondo, proprio come viene detto nel film, ciascuno di noi può essere raccontato a partire dalla fine.
Mastandrea, per lo meno, ci mette tutto se stesso. Una piccola scena problematica e un po’ goffa, con un vecchio in spiaggia inquadrato da lontano, viene giustificata dalla dedica che si legge prima dei titoli di coda al padre dell’autore. Quello che resta, dopo averla letta, è così una piccola opera imperfetta di un regista che ha provato a raccontare il senso dell’assenza delle persone care, immaginandone la vita.


