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Non riattaccare, recensione del film con Barbara Ronchi

Diretto da Manfredi Lucibello e interpretato da Barbara Ronchi e Claudio Santamaria, Non riattaccare è al cinema dall'11 luglio.

Il terrore e la tensione corrono spesso lungo i fili del telefono, seducendo e suggestionando il linguaggio visivo della settima arte fin dagli albori del cinema classico: è inquietante, ad esempio, la telefona portatrice di morte – per fortuna, sventata – da parte di Grace Kelly in Delitto Perfetto di Hitchcock (un regista che sapeva come maneggiare con cura la famosa “scrittura della suspense”); ma è addirittura terrificante la presenza diabolica della piccola Samara che, in The Ring di Gore Verbinski, annuncia un’orribile fine in soli sette giorni come del resto la presenza dello psicopatico dall’altro lato del telefono di In linea con l’assassino, nel quale il talento di Joel Schumacher e quello di Colin Farrell creano un mix letale di azione, adrenalina e ansia indotte nello spettatore. Il telefono, strumento di un’importante rivoluzione nelle comunicazioni (esattamente come la radio), diventa oggetto del desiderio sullo schermo, ma anche mezzo per unire e disunire al contempo, accorciare le distanze e renderle totali complice il terrore o l’angosciano che serpeggiano tra le fitte trame e sotto-trame tessute da film e serie tv.

Nello stesso tempo utilizzare un medium del genere consente, soprattutto agli sceneggiatori, di poter recuperare appieno quel concetto hitchcockiano di “scrittura della suspense” elaborando delle storie articolate pur nella loro semplicità di allestimento, nelle quali l’aspetto visivo – e visionario – viene ridimensionato in virtù di un’integrità aristotelica straniante, lontana dalle consuetudini del rutilante cinema della post-modernità, ma vicina ad una scrittura drammaturgica quintessenziale nella quale a prevalere è l’arte del racconto, gli eventi che si susseguono davanti agli occhi degli spettatori che sospendono l’incredulità di quest’ultimo, mantenendo sempre alta la tensione.

Non a caso è nel genere che si trova una zona franca nella quale sperimentare, tra economia di mezzi e illuminanti soluzioni, cercando di utilizzare i codici canonizzati (sempre del genere, appunto) per raccontare storie quotidiane dal sapore perturbante, capaci di amplificare – o distorcere ad arte – la realtà grazie ad uno storytelling intelligente e mai banale; al massimo prevedibile, perché figlio di un pattern narrativo già visto innumerevoli volte, ma davvero mai troppo scontato o senza qualche messaggio importante da comunicare attraverso metafore e allegorie.

Meccanismo di genere e scrittura della suspense

È il caso di Non riattaccare, il nuovo film di Manfredi Lucibello (Tutte le mie notti) pronto ad approdare nelle sale dall’11 luglio, che sfrutta il linguaggio del noir e del thriller più puro per raccontare, in effetti, qualcosa di completamente diverso e che vede protagonista Barbara Ronchi (pluripremiata attrice protagonista, tra gli altri, di Rapito di Bellocchio e Dieci minuti), pronta a dividere la scena insieme alla sola “voce” di Claudio Santamaria. Nel silenzio di un’anonima notte romana, il telefono di Irene squilla: dall’altro lato del telefono c’è Pietro, il suo ex. La donna non lo sente da mesi, da quando la loro storia è finita, ma pur tentennando risponde lo stesso. Pietro è fuori di sé e le sue parole confuse lasciano presagire un atto disperato, forse un tentato suicidio.

A Irene quindi non resta che mettersi in viaggio in una città spettrale, vessata dal Covid-19 e dal Lockdown forzato, cercando di non riattaccare mai, con la speranza di raggiungere l’uomo in tempo. A partire da questa trama semplice ed efficace, Lucibello costruisce una storia di luci e ombre che si snoda nell’arco di una lunghissima notte, riducendo le incursioni del passato e del presente al minimo e concentrandosi sull’istante, sull’hic et nunc che vede coinvolta involontariamente Irene, donna chiamata a fare i conti con la propria esistenza dopo aver cercato, in tutti i modi, di immettersi sulla carreggiata del futuro senza però mai rielaborare, pienamente, traumi e ferite tragiche.

Il film ruota intorno alla presenza di Irene: è lei il motore immobile dell’intera vicenda, le sue decisioni innescano le situazioni mostrate sullo schermo e il meccanismo di causa ed effetto ha senso solo grazie alle sue azioni. Irene non potrebbe esistere senza l’interpretazione di Barbara Ronchi, come sempre perfetta nel far risuonare corde emotive nascoste, attrice sensibile capace di trasformarsi in una cassa di risonanza perfetta per amplificare storie umane complesse, radicate nella realtà ma adattate alle esigenze dello schermo, facendo riscoprire al pubblico la verità dell’esistenza perfino tra le pieghe di una sospensione dell’incredulità figlia dello strabiliante meccanismo della macchina-cinema.

Irene esiste grazie alla sua interprete, che si mette al servizio della vicenda architettata da Lucibello, meccanismo perfetto di genere che strizza l’occhio alle tensioni storiche del cinema d’autore, sospesa tra classico e (post) moderno, per raccontare una storia universale d’amore che finisce per coinvolgere tutti, perché ogni spettatore viene chiamato a riflettere sul mistero del sentimento nel lasso di tempo breve – e sincopato – di un’opera di finzione che si snoda sullo schermo d’argento.

Tra la contaminazione di genere e la metafora

Dal punto di vista tecnico e registico, Lucibello si ispira agli “standard” del genere di riferimento senza lasciarsi ingabbiare da limiti canonici ed estetici, sfruttando piuttosto le premesse per muoversi nel terreno della metafora e dell’allegoria più potente; l’ambientazione notturna è seducente e chiaroscurale, il viaggio al termine della lunga notte vissuta da Irene avvolge il suo personaggio – e il passato della donna – in un indecifrabile alone di mistero irrisolto, di tragico non-detto che la accompagna tappa dopo tappa, evento e (pericoloso) incontro dopo l’altro.

Ad enfatizzare la sensazione di claustrofobia contribuisce la scelta (specifica) di ambientare la vicenda narrata nel periodo dell’epidemia da Covid-19, trasformando la realtà in un escamotage narrativo potente, una miccia pronta a far deflagrare ancor di più tensioni, difficoltà e pericoli: il Lockdown che vincola, circoscrive, separa e aumenta le distanze rendendole infinite, permettendo in tal modo alla solitudine di diventare compagna di avventure e unica presenza sulla scena, tutti questi sono elementi in più che contribuiscono a scrivere, tassello dopo tassello, la suspense che agita Non riattaccare, opera quintessenziale che accompagna all’unica presenza umana sulla scena – quella di Irene – la voce fuori campo di Pietro, il suo ex-compagno, il cerino acceso caduto sulla benzina ristagnante del loro rapporto ormai finito, tra omissis e silenzi. E quest’ultimi scandiscono, saltuariamente, il ritmo di un film che punta tutto sulla parola e sulla potenza evocativa – ed emotiva – delle immagini e delle situazioni mostrate, amalgamandosi in modo perfetto con la colonna sonora composta dal cantautore Motta, malinconia urbana che sottolinea la condizione psicologica di Irene nel corso della sua avventura.

Ma Non riattaccare non è tanto un esperimento di genere da parte diLucibello, nonostante la presenza – al timone produttivo – dei Manetti Bros. e di Piergiorgio Bellocchio (tra gli altri), tutti nomi che si possono ricollegare alla riscoperta attuale di una tradizione tutta italiana in ambito cinematografico, e che ha visto brillare la nostra industria audiovisiva soprattutto negli anni ’70: il regista si è limitato soltanto ad utilizzare quel linguaggio specifico per narrare “altro”, una storia d’amore struggente, un rapporto talmente intenso da bruciare in fretta due anime che hanno finito per farsi del male, anche se in modo involontario. Il film sfrutta quindi anche i codici del road movie per narrare un viaggio dentro di sé, un percorso di auto-consapevolezza rimandato troppo a lungo che viene compiuto nel momento più inopportuno, ma forse necessario, da parte della protagonista.

Irene è un personaggio complesso e realistico, dipinto attraverso infinite sfumature che lo rendono sfaccettato e vicino al nostro quotidiano, ben distante dalla macchietta stilizzata che spesso “abita” le opere di genere, non sempre interessate ad approfondire psicologie e umanità che animano personaggi nati sulla carta. Nonostante una serie di svolte narrative che depotenziano un po’ l’impatto finale del film, riconducendolo nei ranghi più metaforici dell’allegoria e della riflessione esistenziale, le vicende che si snodano sulla carte – e sullo schermo – sono le uniche scelte plausibili da compiere tanto per Irene quanto in sceneggiatura, trasformando Non riattaccare in un’opera coerente, a metà strada tra la contaminazione tra i generi, in grado di ottimizzare la claustrofobia di tempi e spazi per intrattenere lo spettatore inducendolo, al contempo, a compiere una riflessione più ampia sulla vita e le scelte che spesso vengono compiute.

Guarda il trailer ufficiale di Non riattaccare

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Non riattaccare contamina i codici dei generi - dal noir, passando per il thriller più adrenalinico e il road movie - senza però vincolarsi ai loro linguaggi canonici, sfruttandoli piuttosto per raccontare "altro", ovvero la complessità di una storia d'amore vissuta dall'inizio alla fine, lungo un viaggio al termine di una lunghissima notte dipinta tra chiaroscuri, incontri disturbanti, metafore e allegorie. Il talento del regista Manfredi Lucibello è nella capacità di comprimere lo spazio e il tempo in una stretta integrità aristotelica, sottolineando così le suggestioni dietro la scrittura della suspense.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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