Non Odiare, recensione del film con Alessandro Gassmann

scritto da: Diego Battistini

In occasione del 25 aprile diversi partiti appartenenti al Centro-Destra hanno scelto di non celebrare la ricorrenza della liberazione della nazione italiana dal giogo nazifascista. Una presa di posizione della quale non si è parlato abbastanza – specie sui giornali -, ma che dovrebbe indurre a riflettere tutti coloro che continuano, imperterriti, a mettere in dubbio la persistenza dell’ideologia fascista nel nostro paese. Negli ultimi anni questa incresciosa revisione di una delle pagine più buie della nostra storia ha raggiunto l’apice con la nascita di partiti e movimenti di chiara ascendenza “squadrista”, tanto che molti studiosi, giornalisti ed artisti hanno sentito il bisogno di riflettere in modo sistematico su questo “fanatismo nero”. Un atteggiamento che ha contraddistinto anche il regista Mauro Mancini, autore del film Non Odiare, dal 10 settembre nei cinema.

Per la verità, il film di Mancini, presentato in anteprima alla Settimana Internazionale della Critica in occasione della 77esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, pone al centro della narrazione più che il ritorno di segnali del fascismo, quelli del nazismo. Una scelta probabilmente ritenuta più efficace a livello narrativo dall’autore (vedremo poi tra poco perché), ma che depotenzia la portata di un’operazione importante sì, ma che forse avrebbe potuto essere più incentrata sugli spettri nazionali, senza dover scomodare quelli di altri paesi. Se infatti chiamare in causa il fascismo avrebbe permesso a Mancini di riflettere criticamente anche sul proprio paese e la sua Storia, l’aver prediletto invece il suo alter-ego tedesco ha limitato l’operazione al mero racconto di una vicenda che, seppur contraddistinta da un barlume di approfondimento storico sul tema dell’Olocausto, non ha comunque l’ambizione di diventare un apologo.

Simone Segre (Alessandro Gassmann) è un chirurgo di origine ebraica che lavora presso l’ospedale di Trieste. Il defunto padre (Cosimo Fusco), uomo severo e intransigente, ha subito da ragazzo la deportazione in un campo di concentramento; un’esperienza che ha segnato profondamente la propria vita e, di rifletto, quella degli altri componenti della sua famiglia. Un giorno, mentre sta facendo canottaggio lungo un corso d’acqua adiacente ad una strada di campagna, Simone è testimone di un incidente in cui rimane coinvolto un uomo. Il medico si precipita a soccorrerlo, cercando di bloccare un’emorragia potenzialmente mortale, ma si accorge che il ferito porta sull’avambraccio e sul petto due tatuaggi che richiamano al nazismo. Contravvenendo al giuramento di Ippocrate, Simone sceglie deliberatamente di non salvare l’uomo, il quale muore dopo pochi minuti. Il senso di colpa relativo al gesto compiuto, però, spingono Simone a rintracciare la famiglia dell’uomo – composta dai figli Marica (Sara Serraiocco), Marcello (Luka Zunic), anche lui fervente filo-nazista, e il piccolo Paolo (Lorenzo Buonora)- con l’intento di espiare il proprio peccato.

Luka-Zunic-scena-commissariato-polizia

Non Odiare, un titolo che sembra quasi un undicesimo comandamento, ha il pregio di non cercare risposte, e sopratutto di non voler giudicare i personaggi sulla base delle loro azioni. Affronta sicuramente un tema molto attuale e di per sé intrigante, però gli manca il coraggio di andare al di là di un sensazionalismo un po’ di maniera – ogni scena, a cominciare da quella introduttiva, appare troppo costruita, troppo marcata a livello di significato per essere davvero incisiva. Mancano, al film uno sguardo capace di sviscerare la complessa realtà che racconta, dove non vi sono né buoni né cattivi ma solo persone piene di contraddizioni (a cominciare dal protagonista), mentre al regista il rigore (formale e al contempo etico) che caratterizza il cinema dei fratelli Dardenne.

Così, benché l’opera affronti temi di un certo spessore – come detto, si passa dalla revisione del nazismo all’Olocausto, fino al problema della perdita della memoria storica -, è come se il film si trattenesse nell’indagare questi aspetti, accontentandosi di raccontare una storia esemplificativa che procede con tono sommesso, quasi con sottrazione, rifuggendo persino un climax che avrebbe potuto/dovuto portare ogni personaggio di fronte alle proprie responsabilità. Invece, Mancini, forse troppo compassionevole verso i suoi personaggi, propende per una sorta di fine lieto, dove, tutto sommato, ognuno trova la sua dimensione. Una scelta discutibile perché priva, di fatto, il film di uno sguardo etico: va bene non giudicare, ma il rischio è quello di un’assoluzione d’ufficio per tutti. Si pensi, in particolare, al personaggio di Marcello e alla sua mancata presa di coscienza rispetto ai propri ideali e alle azioni che ne derivano.

Un ultimo appunto, poi, lo si potrebbe fare all’uso della location: Trieste. Lo stesso regista, in un’intervista concessa a Film Tv, ha ammesso di averla scelta perché da sempre la città è stata ritenuta un crocevia di culture diverse, specificando però che l’intento è stato quello di renderla più intima e meno riconoscibile. Una scelta che, ancora una volta, dimostra quanto Mancini abbia avuto più a cuore la storia che non le problematiche ad essa potenzialmente connesse. E, da questo punto vista, è davvero un peccato. Perché, ricollegandoci a quanto detto in precedenza sul fatto che l’aver trattato il nazismo anziché il fascismo (qualcuno dirà che è la stessa cosa, ma non è assolutamente vero) faccia perdere a Non Odiare incisività e non permetta una riflessione anche sulla persistenza della nefasta ideologia di matrice totalitaria nel nostro paese, non possiamo pensare a quanto sarebbe stata importante e “giusta” (oltre che logica da un punto di vista storico) la scelta di ambientare la vicenda proprio nel capoluogo del Friuli Venezia-Giulia.

Fu infatti nella città di Trieste che vennero promulgate per la prima volta in Italia le Leggi Razziali, nel settembre del 1938. Un luogo, quindi, che avrebbe permesso di aggiungere un ulteriore riferimento al coinvolgimento del regime fascista in quello che fu lo sterminio del popolo ebraico (e non solo, perché come troppo spesso dimentichiamo ad essere deportati furono anche gli omosessuali, gli appartenenti ad etnie ritenute inferiori, nonché i dissidenti politici). La spersonalizzazione della città, che oltretutto non diviene neppure specchio dei conflitti interiori dei personaggi – diciamolo chiaramente, per il modo in cui è stata utilizzata poteva essere sostituita da qualunque altra città italiana -, è un altro elemento che va a discapito della riuscita di un film che avrebbe potuto essere più “politico” e, al contempo, più incline a prediligere uno sguardo (naturalmente critico) sull’Italia di oggi e la drammatica perdita di memoria storica insita nella nostra società. Per tali motivi la sensazione che si ha una volta finito il film è che Non Odiare, al di là delle nobili intenzioni, sia stata un’occasione mancata.

Guarda il trailer di Non Odiare

Diego Battistini

La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


Siti Web Roma