mercoledì, Maggio 19, 2021
HomeRecensioniNon mi uccidere, recensione del film con Alice Pagani e Rocco Fasano

Non mi uccidere, recensione del film con Alice Pagani e Rocco Fasano

La recensione di Non mi uccidere, il film con Alice Pagani e Rocco Fasano. Disponibile dal 21 aprile sulle principali piattaforme digitali.

Non mi uccidere è il film che segna il ritorno di Andrea De Sica dietro la macchina da presa, dopo il successo della serie Netflix Baby e il suo folgorante debutto con I figli della notte. Ancora una volta il regista cerca di interpretare, attraverso il suo personalissimo sguardo, il difficile passaggio dall’adolescenza all’età adulta: un momento delicato che immortala con i chiaroscuri delle molteplici contraddizioni che lo animano, come ha raccontato durante la conferenza stampa di presentazione del film.

Adattando per lo schermo il romanzo omonimo di Chiara Palazzolo, De Sica ritrova come protagonista Alice Pagani – che aveva già diretto in Baby – accanto a Rocco Fasano (Skam Italia), Silvia Calderoni, Fabrizio Ferracane, Sergio Albelli, Anita Caprioli e Giacomo Ferrara (Suburra- La serie). Il film è disponibile dal 21 aprile in esclusiva digitale (per l’acquisto e il noleggio su Apple Tv app, Amazon Prime Video, Youtube, Google Play, TIMVISION, Chili, Rakuten TV, PlayStation Store, Microsoft Film & TV e per il noleggio su Sky Primafila e Infinity).

Mirta (Pagani) ama il ribelle Robin (Fasano) alla follia: lui le promette che sarà amore eterno, che staranno insieme per sempre, ben oltre la morte; purtroppo, in una cava abbandonata, la voglia di trasgredire costerà la vita ad entrambi. La ragazza però si risveglia e non può che sperare che Robin faccia lo stesso, proprio come le aveva promesso, ma niente è più come prima. Mirta capisce di essersi trasformata in una creatura che per sopravvivere si deve nutrire di carne umana e inizia ad avere paura, soprattutto quando viene braccata da uomini misteriosi che le danno la caccia: è così che inizia a combattere, mentre è alla disperata ricerca del suo Robin.

Non mi uccidere è la risposta audiovisiva al classico adagio “non si giudica un libro dalla copertina”, perché etichettarlo in un genere specifico sarebbe un errore gravissimo. L’abilità del film di De Sica sta nell’abbattere ogni rigido confine stilistico, riscrivendo il concetto di cinema d’autore (dotato quindi di uno sguardo personale e ben riconoscibile) applicato al complesso universo dei generi. È un horror? Un melò con sfumature dark? Ma non doveva essere la risposta italiana a Twilight, almeno secondo gli indizi che emergevano? De Sica è andato oltre tutto questo, rispettando solo le aspettative che si era posto e spiazzando la percezione degli spettatori.

Non mi uccidere è una “fiaba gotica” che affonda le radici nell’oscurità del mondo dell’infanzia, in quell’inquietante e sinistro perturbante che agita i nostri sogni durante la crescita. E proprio quando, seguendo la lezione di Freud, il mondo che ci circonda assume una connotazione distorta e sinistra, ecco che subentra la lezione dell’horror più splatter; l’unica lente deformante capace di interpretare le ombre del reale. Perché per raccontare le idiosincrasie inascoltate dell’adolescenza c’era bisogno di un regista che avesse già dimostrato di saperle raccontare nei suoi lavori precedenti, uno che ha trasformato il classico racconto coming of age per teenager nella discesa in un maelstrom gore, muovendosi agilmente nel solco del confine sottile tra buio e luce.

In Non mi uccidere l’estetica adottata sposa appieno la lezione del cinema dell’orrore: vecchi cimiteri, un paesaggio urban grigio e sporco, un’oscurità dilagante che avvolge i suoi protagonisti come il manto nero della notte. Gli scorci mostrati dalla macchina da presa rappresentano il presente di Mirta, in netto contrasto con i frammenti di ricordi che attraversano la sua mente confusa; al contrario, quei momenti si fanno più dolci e malinconici, la fotografia si apre facendo entrare più luce e la natura s’infiltra tra le crepe della memoria. La resa tecnica del film procede, di pari passo, con il respiro della sua protagonista: cambia, si adatta, la segue e insegue; finisce per patteggiare per lei, mettendola al centro di un’azione serrata e frenetica resa in modo splendido sullo schermo.

Anche gli attori confermano di essere i volti giusti al posto giusto, perché in fin dei conti il cinema si nutre proprio di questo: di immagini, immagini capaci di nutrire sensazioni, risvegliando i sensi. E coinvolgendo altri sensi, come l’udito che è solleticato dalla colonna sonora scelta – e composta – anche da De Sica (insieme ad Andrea Farri): non un semplice tappeto sul quale adagiare le sequenze, ma uno strumento ulteriore per avvolgere lo spettatore, coinvolgendolo in un’esperienza di visione unica e totalizzante. E proprio questo che è un punto di forza di Non mi uccidere, purtroppo, finisce per trasformarsi in una pericolosa arma a doppio taglio, perché il film va percepito con i sensi, non con gli occhi della ragione.

Infatti, se analizziamo la sceneggiatura che dovrebbe costituire l’ossatura di Non mi uccidere, ci rendiamo conto che non è così forte come l’armatura esterna: un gigante dai piedi d’argilla, che diventa meno credibile quando cerca la via della spiegazione, della parola che porta avanti il dramma (inteso come azione) senza lasciare spazio alla potenza delle singole immagini e dei momenti. È proprio quando si cerca di razionalizzare i comportamenti dei personaggi, indagando le loro origini e i motivi che li spingono ad agire (certe volte con poco senso, dimostrando scarsa profondità), che si rompe quell’atmosfera sospesa da fiaba spettrale e macabra, con una “principessa” protagonista che attraversa l’inferno per ritrovare ciò che ha di più prezioso: sé stessa.

Guarda il trailer ufficiale di Non mi uccidere

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Non mi uccidere è la risposta audiovisiva al classico adagio “non si giudica un libro dalla copertina”, perché etichettarlo in un genere specifico sarebbe un errore gravissimo. L’abilità del film di De Sica sta nell’abbattere ogni rigido confine stilistico, riscrivendo il concetto di cinema d’autore (dotato quindi di uno sguardo personale e ben riconoscibile) applicato al complesso universo dei generi.
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

I più letti

- Advertisment -