Il linguaggio sa assumere forme e sostanze dissimili, varie, mutevoli, sa essere risposta ad un bisogno, naturale conseguenza di un’esigenza, mezzo necessario per il raggiungimento di un sogno; Non abbiam bisogno di parole nasce tra il canto e il linguaggio dei segni, tra il senso del dovere e il bisogno di emergere, a dodici anni di distanza dall’originale francese La famiglia Bélier e a quattro anni dalla vittoria dell’Oscar di CODA – I segni del cuore.
La versione italiana diretta da Luca Ribuoli si inserisce in questo solco narrativo cercando una propria identità, accompagnata alla scrittura da Cristiana Farina e sostenuta dalla produzione di Our Films. Al centro, un cast che mescola esperienza e autenticità, a partire dai tre interpreti sordi Emilio Insolera, Carola Insolera e Antonio Iorillo, rispettivamente Alessandro, Caterina e Francesco. Accanto a loro, Asia Corvino (Martina) e Alessandro Parigi (Marco) contribuiscono a delineare il contesto adolescenziale della protagonista.
Figura chiave è poi quella di Serena Rossi, insegnante Giuliana e guida narrativa del racconto. Ma è soprattutto l’esordio assoluto di Sarah Toscano, la vincitrice della 23ma edizione di Amici di Maria De Filippi, a catalizzare l’attenzione. Un debutto che si muove tra fragilità e spontaneità, incarnando il percorso di crescita del personaggio. Il film si sviluppa così come un racconto di formazione che utilizza il linguaggio – verbale e non – come terreno di scontro e riconciliazione.

Non abbiam bisogno di parole, abbiam bisogno di capirci
Eletta vive all’interno di una famiglia di commercianti composta interamente da persone sorde, fatta eccezione per lei, che fin da piccola si è ritrovata a fare da tramite tra il mondo esterno e quello domestico. La quotidianità scorre tra lavoro, dinamiche familiari consolidate e una forte dipendenza comunicativa nei suoi confronti, che la rende indispensabile ma anche intrappolata in un ruolo preciso. Quando il padre decide di intraprendere un percorso politico, questa dipendenza si amplifica, caricando Eletta di ulteriori responsabilità. Parallelamente, la ragazza coltiva un sogno: quello di diventare cantante, un desiderio che prende forma concreta grazie all’incontro con l’insegnante Giuliana.
È proprio a scuola che nasce anche un legame con Marco, compagno timido e talentuoso, con cui viene messa in coppia durante le lezioni di musica. Tra i due si sviluppa una sintonia fatta di esitazioni e complicità, che accompagna il percorso artistico di entrambi. L’insegnante riconosce in Eletta un’urgenza espressiva e la sprona a credere nel proprio talento, invitandola a staccarsi gradualmente dal contesto familiare. Un invito che si trasforma presto in conflitto, tra senso del dovere e desiderio di affermazione personale. Eletta si trova così sospesa tra due mondi, incapace inizialmente di scegliere. I genitori, inizialmente diffidenti e critici, faticano a comprendere fino in fondo questa aspirazione. Col tempo però qualcosa cambia.

L’emersione del linguaggio
Dare voce a chi, per definizione, vive in una dimensione in cui la voce non è presente, significa confrontarsi con un paradosso narrativo prima ancora che cinematografico. Non abbiam bisogno di parole prova a farlo restituendo spazio e dignità a una minoranza spesso raccontata ai margini, lasciando che siano i gesti, gli sguardi e i silenzi a costruire il senso. È un linguaggio che emerge lentamente, che affiora come qualcosa di sommerso, proprio come “Atlantide“, il brano scritto da Sarah Toscano per il film, simbolo di un’identità che cerca superficie. Eletta si muove in questa stessa direzione: è ponte, è traduzione, è interpretazione, ma è anche voce che reclama ascolto. Il silenzio, allora, non è assenza ma forma alternativa di comunicazione, uno spazio pieno che attende di essere compreso.
In questo equilibrio fragile si inserisce anche un gioco quasi inevitabile sul destino del personaggio: Eletta, eletta a essere portavoce della propria famiglia, caricata di un compito che sente come necessario ma limitante. Allo stesso tempo, il canto si presenta come una seconda elezione, un dono che la chiama altrove. Due spinte opposte che non si annullano ma chiedono coesistenza. Il percorso diventa allora quello di una sintesi possibile, tra altruismo e bisogno personale, tra responsabilità e desiderio. Non si tratta di scegliere, ma di imparare a tenere insieme.

Tra voce e racconto, alla ricerca di equilibrio
Non abbiam bisogno di parole si colloca idealmente a metà strada tra il modello francese e quello americano, cercando una propria misura tra leggerezza e realismo. Se da un lato eredita la struttura narrativa già consolidata, dall’altro prova a radicarla in un contesto più vicino alla sensibilità italiana. Il risultato è un film che funziona soprattutto per la sua necessità, ma che mostra alcune fragilità sul piano della scrittura. La sceneggiatura, in particolare nei dialoghi, tende spesso a semplificare o a esplicitare eccessivamente, depotenziando la forza di ciò che viene raccontato. Là dove CODA – I segni del cuore riusciva a mantenere un contatto più diretto con la realtà, qui si avverte una certa mediazione narrativa. Resta comunque significativo l’utilizzo di attori realmente sordi, elemento che restituisce autenticità e segna una distanza netta rispetto all’originale francese.
A distinguere ulteriormente questa versione è la centralità della musica, fortemente ancorata al pop italiano contemporaneo. Sarah Toscano, pur provenendo da un altro ambito, regge il ruolo con naturalezza, trovando nella spontaneità la propria cifra. Serena Rossi rappresenta invece un punto di equilibrio, portando esperienza e credibilità, e incarnando anche simbolicamente la figura di mentore. Il rapporto tra le due funziona sia dentro che fuori dal racconto, diventando uno degli elementi più solidi del film. Resta però la sensazione che, proprio sul piano comunicativo – tema centrale dell’opera – si potesse osare di più. Il film sceglie una strada più accessibile, meno ambiziosa, fermandosi a una buona trasposizione italianizzata. Un limite, ma anche, in parte, una scelta consapevole.


