Nocturne, recensione dell’horror Blumhouse con Sydney Sweeney

scritto da: Diego Battistini


La serie antologica Welcome to the Blumhouse giunge al quarto “episodio” e il livello si alza considerevolmente. Nocturne si presenta come un vero e proprio horror, senza però optare per un’estetica rozza e prevedibile fatta di jumpscare e altre trovate ormai “obsolete”, ma sapendo coinvolgere lo spettatore attraverso una messa in scena perturbante che fa propri alcuni cliché tipici del genere: a cominciare dal tema del doppio, costantemente evocato attraverso l’utilizzo di specchi e superfici riflettenti. Il film, prodotto dalla società di Jason Blum, è disponibile dal 13 ottobre in esclusiva su Amazon Prime.

Scritto e diretto da Zu Quirke (al suo primo lungometraggio), Nocturne porta avanti la riflessione su temi legati alla sfera familiare, tipica della serie, focalizzando questa volta l’attenzione, dopo il rapporto genitori-figli (The Lie) e quello padre/madre-figlio/a (Black Box e Evil Eye), sulla sorellanza. E affronta l’argomento relazionandolo ad altre tematiche certamente non estranee al cinema e alla serialità televisiva, ma comunque sviscerate dal film in maniera efficace: la sana rivalità che si trasforma in invidia, l’ossessione del successo, ma anche l’accettazione di sé e dei propri limiti.

Juliet (Sydney Sweeney, straordinaria) e la sorella gemella Vivian (Madison Iseman) sono entrambe iscritte alla Lindberg Academy, una rinomata scuola di musica, e aspirano a diventare pianiste professioniste. Benché la prima abbia sempre manifestato una dedizione maggiore rispetto alla seconda, col tempo Vivian ha dimostrato di possedere qualcosa che Juliet non ha (e forse non avrà mai): il talento. Decisa a non essere solo “una brava accompagnatrice”, come la definisce – con discreto cinismo – il suo docente (John Rothman), Juliet è disposta a tutto pur di emergere… forse anche vendere l’anima al diavolo. Quando le capita tra le mani un quaderno appartenuto a una studentessa del college morta suicida contenente lo spartito del celeberrimo “Il trillo del diavolo” del violista e compositore Giuseppe Tartini, la sua vita ha (stranamente?) una svola insperata. Il fuoco del talento sembra fluire improvvisamente nelle sue vene, tanto da permetterle di spodestare artisticamente la sorella, ribellarsi ai precetti del suo insegnante e chiedere di essere seguita da un altro docente: il carismatico professor Cask (Ivan Shaw). Il successo, però, costringerà Juliet a fare i conti con i suoi demoni, veri o immaginari che siano.

“La musica è sacrificio”, dice il professor Cask ai genitori di Juliet e Vivian. Un sacrificio, aggiungiamo noi, che non sempre ripaga (purtroppo) con il successo. Che cosa saremmo disposti a fare per realizzare il nostro sogno, o per raggiungere la celebrità? Magari, come Juliet, vendere la nostra anima a Satana? Una domanda che la cultura occidentale si è sempre posta (quasi a mo’ di retorico monito) e che ha influenzato profondamente le arti: dalla letteratura al cinema. Pensiamo al patto siglato dall’ambizioso Faust con Mefistofile (uno dei tanti nomi dell’angelo oscuro decaduto) nelle opere teatrali del drammaturgo britannico Christopher Marlowe e dell’autore romantico Johann Wolfgang von Goethe (quest’ultima trasposta al cinema con successo da Friedrich W. Murnau nel 1926 e da Aleksandr Sokurov nel più recente 2011); ma pensiamo anche, lato cinema, a Rosemary’s Baby di Roman Polański, dove la povera Mia Farrow è l’inconsapevole incubatrice del “figlio del demonio”, causa marito aspirante attore in cerca di successo che pur di ottenerlo “vende” moglie e futuro figlio.

Una metafora, quindi, non nuova quella che mette in scena Nocturne, film che se pecca di originalità da un punto di vista narrativo, da un punto di vista spettacolare risulta riuscito soprattutto quando persegue con convinzione (e coraggio) la strada – più ostica certamente – della suspance pura, facendo assumere allo spettatore per tutto il film il punto di vista della protagonista, Juliet, per condividere con lei ogni emozione possibile (rabbia, frustrazione, invidia, sentimento di rivalsa, coraggio, gioia) e per fare soprattutto osservare la realtà (quella fattuale, ma anche quella mentale e/o emotiva) attraverso i suoi occhi. Una condivisione visiva e sensoriale che porta lo spettatore ad accettare, come fa la protagonista, gli eventi, ma a non comprenderne fino in fondo la natura, data l’impossibilità a capire se quello che sta accadendo è farina del sacco della giovane aspirante musicista oppure di un potere occulto (che si manifesta sovente dietro iridescenze giallognole). In parole povere: il talento che Juliet mette in mostra è rimasto celato a causa delle sue insicurezze o effettivamente, come si suol dire, il diavolo ci ha messo lo zampino?

Difficile stabilirlo con certezza e, diciamo la verità, in fondo è meglio così. Per quale motivo, d’altronde, il film dovrebbe spiegare cosa sta accadendo? Non è più intrigante, da un punto di vista spettatoriale, lasciarsi trascinare da eventi (alcuni anche straordinari) che il film racconta attraverso una messa in scena – lo dicevamo all’inizio – prettamente horror, alimentando la tensione grazie al continuo dialogo tra la realtà fattuale e quella mentale della protagonista, nonché a un uso consapevole delle scenografie, delle musiche, dei rumori: tutti elementi che contribuiscono alla stesura di uno spartito ben bilanciato e ben diretto da una regista (lei sì, davvero talentuosa) che sceglie di procedere visivamente per sottrazione, senza quindi ricorrere a inutili eccessi spettacolari.

Non che Nocturne sia esente da difetti. A volte la narrazione si perde in qualche divagazione di troppo, specie quando si sofferma a descrivere la realtà collegiale dell’Accademia (il rapporto tra gli studenti, quello con i professori, ecc.), alleggerendo la tensione a tal punto da rischiare di neutralizzarla. Si tratta però di imperfezioni che non vanno ad intaccare in modo irreparabile un film confezionato in maniera impeccabile, che a volte zoppica un po’ ma che non cede mai, neppure in un finale doloroso dove attraverso poche e semplici inquadrature (e una carrellata all’indietro) viene rivelato il lato oscuro del trionfo (artistico e non): chiunque si incammini alla ricerca del successo non solo deve saper contemplare il fallimento, ma accettare anche il conseguente ed eventuale anonimato. Juliet docet.

Guarda il trailer ufficiale di Nocturne


Diego Battistini

La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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