All’incirca un mese fa, su un noto canale televisivo italiano (ormai) specializzato in talk di attualità e politica, una meno nota politica italiana ha definito la maternità la massima aspirazione per una donna. «Benvenuti nel Medioevo», verrebbe da dire. Ma, piaccia o meno, il clima politico reazionario che sta ormai da tempo congestionando la nostra società è questo. L’uscita (infelice) della sopracitata politicante è d’altronde espressione di una certa ideologia che ammicca costantemente a vecchi slogan propagandistici che risuonano (oggi, a chi è savio di mente) come inquietanti barzellette (della serie: c’era una volta un dio, una patria, una famiglia). Per fortuna ogni tanto qualcuno prova ad alzare la voce fuori dal becero coro. Riportando tutti con i piedi per terra. Riflettendo magari in maniera più sensata su temi complessi come la maternità, ma osservandoli da un punto di vista meno confortante.
Da questo punto vista, ne sembra assai consapevole la regista Marielle Heller (Copia originale), autrice del film Nightbitch, tratto dall’omonimo bestseller della scrittrice statunitense Rachel Yoder, disponibile su Disney+ dal 24 gennaio. Un film che descrive la maternità in maniera diversa – un vero e proprio incubo -, ma non certo insolita per il cinema, in particolare per quello horror. Basterebbe pensare a Rosemary’s Baby di Roman Polanski, caposaldo del cinema dell’orrore che racconta la storia di una giovane donna che sta per mettere al mondo nientepopodimeno che il figlio del demonio; o ancora alla pentalogia di Alien, e in particolare al sottovalutato Alien – La clonazione di Jean-Pierre Jeunet.

Quanto è bello avere un figlio?
Immaginate un più che decoroso quartiere residenziale alla periferia di New York. Una schiera di villette con porticato, giardino e garage. Strade poco trafficate, vialetti puliti, parchi pubblici curati e ben attrezzati. Insomma, il posto ideale per decidere di mettere su famiglia. Ma tutta questa perfezione – come prevedibile – nasconde qualche crepa. All’apparenza molto piccola, quasi infinitesimale. Ma destinata, progressivamente, ad allargarsi fino a diventare una vera e propria voragine. Un baratro verso cui inconsapevolmente hanno scelto di incamminarsi i due protagonisti di Nightbitch quando hanno deciso di compiere il grande passo: diventare genitori.
Così lei (Amy Adams, Come per disincanto), brillante artista, rinuncia (per sempre?) alla propria carriera per accettare quella missione propagandata anche dalla politica nostrana: diventare genitore. E mentre il marito (Scoot McNairy, Speak No Evil, A Complete Unknown) all’apparenza sembra meno coinvolto – continua comunque a lavorare, oltretutto trascorrendo lunghi periodi fuori casa – lei inizia un trantran quotidiano con il pupo (pappette, bagnetto, passeggiata, ecc.) che ben presto la porta sull’orlo di una crisi di nervi. Tanto da cominciare persino a sospettare che qualcosa in lei stia mutando. Ma se non si trattasse solo di immaginazione? Quell’olfatto accentuato, quell’insana e improvvisa passione per la carne, quel legame curioso con tutti i cani del vicinato. Per non parlare di quella strana protuberanza sopra le natiche da cui fuoriesce qualcosa simile a… una coda.

In fin dei conti, un film femminista
Non è un caso che Nightbitch sia diretto da una donna (anche sceneggiatrice), sia tratto da un romanzo scritto da una donna, e sia prodotto esclusivamente da donne. Perché il film non racconta solo la storia di una donna alle prese con i problemi connessi alla maternità, ma, utilizzando i cliché tipici dell’horror fantastico, riflette – in generale – sulla condizione di tutte le donne che si trovano ad affrontare un accadimento che, per quanto naturale, difficilmente viene affrontato con naturalezza. Non è certamente un caso che nessun personaggio, nel film, abbia un nome. Ognuno, infatti, è identificato con il suo ruolo: la madre, il padre, il bambino, ecc. Perché quello che la regista Marielle Heller propone è una fiaba nera che raccontando di straordinari eventi narra soprattutto delle difficoltà di essere donna e di essere madre in un mondo dove non sembra possibile essere entrambe le cose.
Un intento certamente ambizioso, purtroppo compromesso in parte dallo scarso respiro narrativo del film. La sensazione, infatti, è quella di trovarsi di fronte il lungo pilot di una serie tv a cui mancano tutte le successive puntate per sviluppare a dovere il racconto. Ed è vero peccato. In primis perché le potenzialità della storia si dissipano velocemente dopo le ottime premesse; in secondo luogo perché vanifica gli sforzi di un’ottima Amy Adams, che mette anima (dilaniata) e corpo (infiacchito) in un progetto in cui ha indubbiamente creduto, come testimonia anche il suo ruolo di produttrice esecutiva.


