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Nickel Boys, recensione del film di RaMell Ross

Candidato a due premi Oscar, Nickel Boys è tratto dall'omonimo romanzo di Colson Whitehead vincitore del Premio Pulitzer. Dal 27 febbraio su Prime Video.

Dalle opere di Colson Whitehead era già stato tratto un folgorante adattamento nel 2021, quando Barry Jenkins portò sullo schermo con una miniserie La ferrovia sotterranea, romanzo del 2016 che valse il primo Premio Pulitzer per la narrativa allo scrittore afroamericano. Ora anche Nickel Boys, libro del 2019 che ha invece consegnato a Whitehead il suo secondo Pulitzer, diventa un film con la regia di RaMell Ross e si inserisce in un solco che prosegue la costruzione del black cinema contemporaneo.

Una pellicola, quella che Ross scrive assieme a Joslyn Barnes e presentata in apertura di Alice nella Città 2024 dopo il passaggio ai festival di Telluride e New York, che si dichiara immediatamente con una forte istanza rappresentativa. Il regista sceglie il formato del 4:3 e la soggettiva per trascinarci dentro l’esistenza del diciassettenne Elwood (Ethan Herisse), ragazzo nero che vive nella Tallahassee del 1962 e sogna di iscriversi al college per farsi un’istruzione. Un progetto interrotto precoce nel momento in cui un giorno viene accusato falsamente di essere complice in un furto d’auto. Così Elwood viene preso e sbattuto nel riformatorio della Nickel Boys Academy, istituto di finzione basato sulla reale Dozier School for Boys, celebre per essere un posto in cui i ragazzi detenuti sono picchiati, seviziati e talvolta persino barbaramente uccisi.

Nickel Boys. Photo credit: L. Kasimu Harris © 2024 Amazon Content Services LLC. All Rights Reserved.

Ricostruire la memoria

Nel mescolare reale e finzione, con la storia americana che passa in diretta tv dai comizi di Martin Luther King ai tentativi di conquista della Luna da parte del programma Apollo, Nickel Boys lavora su un disarticolare la narrazione in posa e abbandonarsi a frammenti di vita, a slanci mentali che in un primo momento ricordano quasi le sensazioni del cinema di Terrence Malick. Procedendo in avanti si comprende come il lavoro di Ross vada a vertere su una strutturazione del tutto differente, ruotando e centrando i perché del suo racconto attorno a quell’idea di regia, la soggettiva appunto, che sorregge il film.

Pare essere una scelta che il regista e sceneggiatore – importante sottolinearlo: parte tutto da come reinterpretare con il linguaggio cinematografico l’opera di Whitehead – sfrutta come intuizione utile ad argomentare il punto di vista, il posizionamento identitario di Elwood e dei suoi compagni in questo luogo, governato con «bastone e carota» dallo spietato Spencer (Hamish Linklater) e anche internamente diviso per “razza”, con i bianchi da una parte e i neri dall’altra.

Il costante fermarsi a osservare i dettagli dei luoghi e i particolari delle persone, a catturarli scattandone un’istantanea cerebrale pare il modo che Ross adotta per tracciare un filo rosso con cui mantenere viva la memoria, individuale e di un popolo, anche di chi vivo non è più. Il modo con cui costruire lo steccato del familiare, del noto, della sicurezza. E di conseguenza anche di tutto il suo contrario.

Se l’intuizione discute il singolo e il collettivo

Poi però, quando si inizia a credere di aver afferrato in quale maniera lo stile rifletta il pensiero, Nickel Boys scarta. Elwood stringe un rapporto d’amicizia fraterna con Turner (Brandon Wilson), e qui il film cambia improvvisamente di prospettiva, lavora nel controcampo del protagonista mettendoci dietro gli occhi di Turner. E poi torna ancora da Elwood, iniziando un rimpallo che rende un poco alla volta i contorni formali dell’opera sempre più incerti, fino ad appiattire pure le coordinate temporali posizionando il prima e il dopo in una linea retta e non più verticale, non più ‘gerarchica’.

Nickel Boys diviene così un flusso in cui si inseriscono anche inserti d’archivio, immagini poi digitali, appunti e materiali di ricerca su cosa sia avvenuto davvero alla Nickel Academy. Si sposta, dopo un po’ e senza preavviso, addirittura nel futuro di un Elwood adulto. Si colloca dietro le sue spalle, non più in soggettiva ma semi-soggettiva, a suggerire forse un vissuto extracorporeo, forse uno stato di traslazione rispetto alla propria esperienza o al proprio passato personale. È una forma di discussione del senso di colpa del “sopravvissuto”? Il riemergere di un dolore che forse non ha mai smesso di tormentare davvero l’animo?

Il lavoro di Ross porta insomma a interrogarsi se questo sguardo abbia una radice connotata nella storia di Elwood o se sia solo un mezzo espressivo. La più grande qualità di Nickel Boys è arrivare allora a far convergere tutti i punti nel momento in cui si accavallano più domande, a spiegare e spiegarsi con un singolo gesto, un’azione, un abbraccio schiuso con la forza dirompente in cui dalla sofferenza del singolo si irrompe nella solidarietà collettiva. Un film notevole.

Guarda il trailer ufficiale di Nickel Boys

GIUDIZIO COMPLESSIVO

RaMell Ross costruisce Nickel Boys interamente attorno a un’intuizione di regia che commenta con grande efficacia i dolori individuali e la memoria collettiva. Quando nel finale arriva poi a schiudersi, si capisce di essere di fronte a un film davvero intelligente e notevole.

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