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Nessun dolore, recensione del film di Gianni Amelio

In Concorso a Venezia 83, Nessun dolore porta avanti il sodalizio artistico tra Gianni Amelio e Alessandro Borghi. Dal 24 settembre al cinema con 01 Distribution.

Continua il sodalizio artistico tra Alessandro Borghi e Gianni Amelio, inaugurata con Campo di battaglia nel 2024 alla Mostra del Cinema di Venezia, da sempre un festival accogliente nei confronti del regista fin dal suo esordio del 1982 Colpire al cuore. Se due anni fa assistevamo a uno strano thriller dalle tinte quasi horror, ambientato in un ospedale militare durante la Prima guerra mondiale, Nessun dolore – anch’esso presente al Lido, nell’edizione 2026 – torna alla contemporaneità, con un film coraggioso e potenzialmente rischioso nel clima politico attuale, italiano e non. 

L’incontro di due mondi

Roma. Davide (Borghi) vende libri nella sua bancarella all’aperto, ma con scarso successo: i clienti che si avvicinano sono pochi, quelli che acquistano qualcosa ancora meno. Riceve però spesso visite da Elsa (Valeria Golino), docente universitaria di lettere che gli regala volumi di seconda mano e dimostra un sincero affetto nei suoi confronti. Un giorno, camminando per strada, un uomo nordafricano si avvicina e cerca di affidargli un bambino (suo figlio, o forse suo fratello minore), che nonostante il rifiuto di Davide comincia a seguirlo ovunque vada.

La premessa si rivela ben presto ingannevole, e quella che sembrava la nascita di un rapporto padre-figlio viene troncata bruscamente da una svolta inattesa. Quasi un secondo incidente scatenante, che sposta il discorso del film dall’incontro di due individui appartenenti a mondi diversi all’incontro di un uomo figlio dell’Occidente con un sostrato etnico e culturale che spesso, purtroppo, viene guardato con disprezzo e diffidenza. Davide infatti entrerà in contatto con la comunità musulmana, che lentamente e progressivamente invaderà i suoi spazi privati, fino a prenderne totalmente il controllo. 

Nessun dolore. Foto di Claudio Iannone

Un appello alla comprensione reciproca

La metafora al fenomeno dell’immigrazione di massa è evidente, ed è significativo che un tema così rovente in tutto l’emisfero occidentale – dagli Stati Uniti all’Europa, e in particolare nel nostro Paese – arrivi al cinema in settimane dove il dibattito si è fatto sempre più acceso. Lo è ancora di più se, mentre le affermazioni di certi generali dell’esercito italiano che invocano deportazioni di hitleriana – o trumpiana – memoria guadagnano consensi oltre il limite del buonsenso, Nessun dolore si pone in netta antitesi e invita a percorrere non la via dell’odio, ma la via della convivenza e della comprensione reciproca.

Nel tornare al proprio appartamento e trovare, davanti alla porta, decine di paia di scarpe non sue – una delle immagini più belle del film -, Davide solleva solo qualche debole protesta, ma infine non si ribella. Tutt’altro, accoglie. Forse si sente in colpa, o forse si rende conto che quella che si era abituato a considerare una proprietà esclusiva non poteva più essere tale. Invece, andava condivisa con qualcuno di meno fortunato, insieme a tutta la letteratura che lui quotidianamente prova a vendere, e che forse invece dovrebbe semplicemente regalare. Anche se alla fine dei conti, dei libri ai suoi inquilini non interessa.

Lo spaccato di una nazione

Ecco, in Nessun dolore Gianni Amelio prende uno spaccato urbano e ne fa il riflesso della nostra nazione. Gli sguardi sospettosi dei vicini di Davide, il ragazzo in cerca di un regalo per la sua cotta, gli studenti disinteressati, i senzatetto sotto i ponti e quelli vagano chiedendo qualche spiccio. E ancora, le donne incinte cacciate a forza dall’ospedale o i bambini morti, senza nome, che non possono nemmeno ricevere una degna sepoltura a meno che il responsabile dell’obitorio (Valerio Mastandrea) non decida di fare un’eccezione. 

In mezzo a tutto ciò c’è un uomo povero, solo e malaticcio, che però arriva a decisioni estreme pur di espiare i suoi peccati e dona il poco che ha al servizio di una causa in cui crede. Amelio spesso affligge i suoi personaggi di difetti o malesseri fisici, e Nessun dolore non fa eccezione con protagonista interpretato da un Alessandro Borghi magistrale: se in Campo di battaglia l’attore sfoggiava un labbro leporino prostetico, qui ha una tosse persistente che ne accentua il debole status sociale ma gli conferisce anche maggiore umanità. 

Nessun dolore. Foto di Claudio Iannone

Un presente che dialoga con il presente

Del resto la ricerca di luci e ombre nei soggetti che riprende è un filo rosso della filmografia del cineasta, accompagnata in diversi casi da un’indagine storiografica e biografica. Non essendo ambientato nel passato, Nessun dolore sembra interrompere la conversazione perpetua tra esso e il nostro tempo, preponderante in Campo di battaglia ma anche nei film immediatamente precedenti come Il signore delle formiche e Hammamet. 

Eppure non si può dire che il film non sia radicato in un’epoca o in una mentalità specifica, e che non cerchi di metterle in contatto con lo spettatore. È un presente indefinito che dialoga con il nostro presente definito, ma poiché il cinema – come i libri della bancarella di Davide, e al contrario degli uomini – restano nella memoria collettiva, è soprattutto un presente che dialoga con il futuro. Un futuro migliore, più aperto e generoso. O almeno, questa è la speranza.  

Guarda il trailer ufficiale di Nessun dolore

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Continua il sodalizio artistico tra Gianni Amelio e Alessandro Borghi, con un film che affronta il tema scottante dell'immigrazione invitando alla convivenza e alla comprensione reciproca. Nessun dolore prende uno spaccato urbano e ne fa il riflesso della nostra nazione, in un dialogo perpetuo tra presente e presente che auspica a un futuro più aperto e generoso.

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Continua il sodalizio artistico tra Gianni Amelio e Alessandro Borghi, con un film che affronta il tema scottante dell'immigrazione invitando alla convivenza e alla comprensione reciproca. Nessun dolore prende uno spaccato urbano e ne fa il riflesso della nostra nazione, in un dialogo perpetuo tra presente e presente che auspica a un futuro più aperto e generoso.Nessun dolore, recensione del film di Gianni Amelio