Arriva finalmente nelle sale italiane, dopo il grande successo ottenuto all’ultimo Festival di Cannes (dove è stato presentato nella sezione Quinzaine des Réalisateurs), Neruda, il nuovo film dell’acclamato regista cileno Pablo Larraín che racconta, sotto le mentite spoglie del biopic tradizionale, la vita di una vera e propria figura leggendaria, dalla personalità tanto vasta quanto complessa.
Mentite spoglie perché i biopic di Larraín, com’è già accaduto per Jackie con Natalie Portman (presentato in concorso a Venezia 73 e in uscita nelle sale italiane a gennaio 2017), sono in realtà degli anti-biopic (o falsi biopic) con i quali non si ha la presunzione di realizzare ritratti stereotipati; piuttosto, si preferisce cogliere il mito nella sua essenza per riuscire a concepire – mai come in questo caso – opere in grado di definire una personalità mescolando la realtà alla finzione, in un continuo andirivieni di generi (il road movie e il noir su tutti), sempre con delicatezza e profondità.
Nel 1948 la Guerra Fredda è arrivata anche in Cile. Il Senatore Pablo Neruda accusa il governo di tradire il Partito Comunista. Viene così messo sotto accusa e costretto alla fuga insieme alla moglie, mentre il Prefetto della Polizia, Oscar Peluchonneau, viene incaricato di arrestarlo. Nel frattempo, cresce in Europa la leggenda del poeta inseguito dal poliziotto e del gioco tra “gatto e topo”. Neruda vede allora questa battaglia contro la sua nemesi Peluchonneau come un’opportunità per reinventare se stesso: traendo ispirazione dai drammatici eventi della sua vita di fuggitivo, decide di scrivere la sua epica raccolta di poesie, Il Canto General.
Larraín ci conduce per mano attraverso un processo trasformativo e illuminante, dove nessuno, incluso lo spettatore, rimane com’era all’inizio. Il regista cileno, con sguardo brusco e fluido allo stesso tempo, ci invita a lasciarci completamente trasportare da quest’avventura onirica, dove tutto è in movimento e si evolve, dove cacciatore e preda di riconcorrono e confondo, fino quasi a non riconoscersi più, in bilico tra allegoria, sogno e verità.
Supportato da un cast di attori in splendida forma, tra cui spiccano chiaramente Luis Gnecco e Gael Garcia Bernal (che con estrema generosità ricreano quella preda e quel cacciatore inevitabilmente necessari l’uno all’altro), Pablo Larraín trova la sua strada attraverso una biografia esuberante riuscendo, da maestro quale ormai è, a coniugare perfettamente la realtà con la finzione, consegnandoci con Neruda il ritratto inedito, acceso e coinvolgente di un poeta/politico alla continua ricerca della libertà assoluta, nell’arte così come nella vita.


