HomeRecensioniNAZA, recensione del documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor

NAZA, recensione del documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor

I registi di No Other Land tornano a raccontare il genocidio palestinese con NAZA, che raccoglie le testimonianze di soldati israeliani. Al cinema con I Wonder Pictures il 28, 29 e 30 settembre.

Un anno dopo La voce di Hind Rajab, arriva un film che ne rappresenta quasi l’opposto. Una sorta di controcampo, che alla ricerca del coinvolgimento emotivo, del pianto, dell’indignazione urlata e rabbiosa, sostituisce un approccio asettico e impersonale. Il film in questione si chiama NAZA, è diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor (che insieme a Basel Adra e Hamdan Ballal hanno vinto l’Oscar con No Other Land), e l’unica cosa che ha in comune con il semi-documentario di Kaouther Ben Hania – oltre alla denuncia del genocidio dei palestinesi in corso a Gaza – è la presenza in concorso alla Mostra di Venezia (2025 e 2026, rispettivamente). 

Il genocidio a Gaza raccontato dall’IDF

Girato interamente a Tel Aviv, NAZA adotta un punto di vista inedito rispetto a molte delle opere che negli ultimi anni hanno affrontato il tema, tra cui gli stessi Hind Rajab e No Other Land, fino a Put Your Soul on Your Hand and Walk e ai film di finzione come Palestina 36 e The Teacher: dall’indagine sulle sofferenze vissute dai palestinesi, si passa infatti al racconto degli israeliani, che quelle sofferenze le hanno inflitte. Nello specifico, il documentario è formato da interviste dei soldati dell’IDF, che svelano le strategie, le pianificazioni, le tecnologie usate per bombardare gli edifici a Gaza e sterminarne la popolazione. 

Lo fanno nascondendo i propri volti, facendosi camuffare la voce e rispondendo alle domande con tono freddo e distaccato. È chiaro che ognuno di loro sia un “pentito”, per usare un termine che l’Italia conosce bene, ma – forse per la natura diretta e poco accondiscendente delle domande, o forse per una scelta autoriale/editoriale – non sempre si avverte il rimorso nelle loro parole. In questo modo le loro risposte, già di per sé agghiaccianti e aberranti, colpiscono con ancora maggiore forza. 

La spersonalizzazione delle vittime…

Si parte dal concetto che dà il titolo al documentario, ovvero la definizione di NAZA: sono tutte le potenziali vittime innocenti che, nella pianificazione di un attacco, si stima verrebbero coinvolte. E poiché è più facile, per chi ordina tali attacchi e per chi li mette in atto, parlare di “15 NAZA”, “50 NAZA”, “300 NAZA” piuttosto che di quindici, cinquanta, trecento donne, bambini e anziani, si preferisce adottare un acronimo spersonalizzante – che proviene dall’ebraico Nezek Agavi, cioè “danno collaterale” – per privare i morti della loro dignità. 

A quel punto emergono i dettagli: le intercettazioni, i programmi AI per identificare i terroristi, i bombardamenti su edifici che avrebbero dovuto ospitare i terroristi di Hamas ma finiscono per ammazzare solo le loro famiglie, e – come se non bastasse – episodi di massacro dove le forze israeliane si “divertivano” a mettere alla prova le vittime come se fossero all’interno di Squid Game. Si tratta in realtà di fatti già ben noti e di dominio pubblico, pubblicati in molti articoli di varie testate giornalistiche nel momento stesso in cui i registi ne venivano a conoscenza durante le riprese, durate tre anni. 

…e dei carnefici

Oltre che disturbanti, sono affermazioni potenti, quelle che si ascoltano in NAZA. Almeno quanto la voce di una bambina intrappolata in un’auto insieme ai cadaveri della sua famiglia, anche se l’emozione generata non è paragonabile, proprio perché il film stesso la rifugge. Abraham e Szor, piuttosto, cercano a loro volta di spersonalizzare i loro interlocutori, approfittando della loro necessità di non essere riconosciuti per uniformare le loro voci e renderli una massa informe di parole, pensieri, ideologie. 

Non a caso tutte le interviste sono costruite con la stessa identica impostazione visiva: la macchina da presa riprende i soggetti – seduti uno di fronte all’altro sui tetti notturni di Tel Aviv – di lato, uno (il regista) illuminato e l’altro (il soldato) in silhouette. Non c’è quasi mai un cambio di taglio dell’inquadratura, né tantomeno di angolazione, rendendo i carnefici interscambiabili tra loro. I registi poi ripetono più volte le medesime domande, ottenendo risposte molto simili tra loro, come a suggerire che l’indottrinamento operato dal regime sia ancora estremamente radicato nelle loro menti. E, nel frattempo, ci mostrano intermezzi di tranquilla vita quotidiana degli isrealiani, vista attraverso le finestre dei palazzi della città, che evidenziano la “banalità del male” e creano un effetto alla The Zone of Interest.

Ascoltare, non vedere

Se può nascere un limite, in questa associazione tra estetica e psicologia della guerra, è proprio nella sua reiterazione continua. Laddove La voce di Hind Rajab portava avanti con decisione un’intuizione registica ben precisa, in cui la realtà penetrava nel set recitato e ricostruito, l’idea di cinema sviluppata da NAZA è sì interessante, ma una volta capito il gioco rischia di diventare monotona e di perdere la sua forza comunicativa iniziale. 

In effetti, però, più che di “vedere” il film sembra chiederci di “ascoltare”, di sostituire ai suoi fotogrammi scuri e tutti simili tra loro le immagini mentali che si formano nel sentire questi racconti dell’orrore. E così, alla fine, per quanto avremmo potuto usufruire di queste storie con la stessa efficacia in altri formati mediali – un podcast? un audiolibro? un video saggio? – invece che in una sala cinematografica, NAZA resta un documentario assolutamente necessario e imprescindibile per la nostra epoca. 

Guarda il trailer ufficiale di NAZA

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Spostando il punto di vista dell'indagine sul genocidio palestinese dalle vittime ai carnefici, NAZA racconta le strategie del massacro messe in atto dal regime israeliano attraverso le fredde e visivamente uniformi testimonianze dei soldati dell'IDF. Per quanto il cinema e la narrazione per immagini emerga meno dei loro racconti dell'orrore, resta un documentario necessario e imprescindibile di questa epoca, che chi chiede di "ascoltare" più che di "vedere".

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Spostando il punto di vista dell'indagine sul genocidio palestinese dalle vittime ai carnefici, NAZA racconta le strategie del massacro messe in atto dal regime israeliano attraverso le fredde e visivamente uniformi testimonianze dei soldati dell'IDF. Per quanto il cinema e la narrazione per immagini emerga meno dei loro racconti dell'orrore, resta un documentario necessario e imprescindibile di questa epoca, che chi chiede di "ascoltare" più che di "vedere". NAZA, recensione del documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor