Lo abbiamo visto perdere la memoria, essere rapito o sostituito da impostori, visitare realtà parallele, mettere su famiglia e perfino massacrare brutalmente un gruppo di mercenari: da quando esistono i film su Babbo Natale – una breve ricerca su Google ci dice che il primo risale al 1898 – il personaggio più iconico della festività ne ha subite di tutti i colori. E ogni volta (o quasi) la missione era sempre la stessa: salvare il Natale.
Di tutte le volte in cui Santa Claus è apparso al cinema, che fosse quello vero o uno dei numerosi travestimenti – incluso quello, divertentissimo, di Terrifier 3 -, raramente se n’è visto uno italiano. Ancor meno, uno caduto in quella che pare un’irrimediabile crisi depressiva. Natale senza Babbo, il nuovo film di Stefano Cipani (Mio fratello rincorre i dinosauri, Educazione fisica) prodotto da Prime Video, si propone di sopperire a questa mancanza, affidando il ruolo ad Alessandro Gassmann e affiancandogli Luisa Ranieri nei panni della co-protagonista.
Babbo Natale in crisi esistenziale
“Il Natale mi deprime”, dice Gassmann all’inizio del film. Troppo stress, troppa fretta, troppo consumismo, troppa tristezza nel mondo: Babbo Natale ha perso ogni fiducia nella propria capacità di essere una figura di riferimento e un simbolo di felicità e speranza. In primis per i bambini, a cui non riesce a non rispondere in modo cinico, per poi bloccarsi quando uno di loro gli chiede di poter rivedere la madre, da poco scomparsa. Non aiuta il sempre più difficile rapporto con la moglie Margaret (Ranieri), che cerca con tutte le proprie forze di mandare avanti la baracca (e intanto crescere due figli), ma è la prima a non capire la crisi esistenziale del marito.
Così, piuttosto che affrontare le proprie responsabilità, scappa. Si rifugia in una spa di lusso, dove un Diego Abatantuono in un’improbabile cosplay di Che Guevara (con un orsacchiotto al posto della stella) prova a riaccendere in lui la passione e la motivazione per tornare a essere sé stesso. Nel frattempo, Margaret deve destreggiarsi tra il mantenere segreta la scomparsa di Babbo Natale con gli elfi della fabbrica di giocattoli e il dover impedire alle ambizioni della gelosa Befana (Caterina Murino) di prendere in mano le redini del Natale.

Innovazioni e reinterpretazioni
Come molte altre opere del genere, anche Natale senza Babbo vuole reinventare in parte la mitologia natalizia per dargli la propria impronta. In questo caso, si tratta perlopiù di innovazioni estetiche, rese possibili anche grazie a un budget corposo (evidentemente le ambizioni di Prime Video vanno anche oltre l’Italia) che Cipani, al suo terzo lungometraggio, riesce a sfruttare abbastanza bene.
Il quartier generale del Polo Nord diventa allora una sorta di gigantesco igloo immerso nell’aurora boreale, gli elfi sono a tutti gli effetti impiegati di una fabbrica, la Befana non è solo la classica vecchietta simile alla Strega Cattiva di Biancaneve e i sette nani, ma si trasforma in una strega bella e sensuale, quasi una divinità millenaria che a tratti ricorda Ade di Hercules, soprattutto nella dinamica con il suo personale assistente Toy Boy (sì, Toy Boy è il suo vero nome e in realtà è un’intelligenza artificiale, come se la metafora non fosse già chiara).
Compare poi un personaggio inedito per la tradizione natalizia, la Santa Lucia interpretata da Valentina Romani, anch’essa portatrice di una doppia natura in cui convivono la figura ultraterrena (anche nella sua accezione semi-horror da “punitrice”) e l’anima di una ragazzina che probabilmente non ha mai vissuto veramente.

Il Natale come “credo” religioso
Di tutte le innovazioni apportate da Natale senza Babbo, quella più interessante è la dimensione “religiosa” che permea il protagonista – con tanto di vera e propria trasformazione fisica – e tutto il film. La sceneggiatura scritta a quattro mani da Michela Andreozzi e Filippo Macchiusi insiste molto su questo aspetto, rendendo Babbo Natale una specie di supereroe in incognito, acclamato e dalle folle e dai bambini (emblematica la scena in cui i suoi figli intonano una canzone per ricordarlo), che non può rivelare al mondo né chi è veramente né di avere una famiglia.
Insomma, qui Babbo Natale è un prescelto che lavora un solo giorno all’anno: il personaggio di Gassmann si chiama Nicola ed è un normalissimo padre di famiglia, finché il “Cuore del Natale” non lo sceglie come Klaus XVI – morto un Klaus se ne fa un altro, dice il detto, no? – per portare avanti il credo. Il tentativo, da una parte apprezzabile, soprattutto in un’epoca così cinica e fredda, è di riportare una festività spesso fraintesa sui binari originari, con una rinnovata fiducia non verso una divinità assente ma a un ideale concreto, per quanto un po’ ingenuo.
Un’occasione sprecata
Così facendo, tuttavia, Natale senza Babbo affossa tutta una serie di altri spunti – l’indipendenza e la vulnerabilità femminile, la parità dei sessi, la crisi della coppia e dell’uomo contemporaneo, la condizione in cui versano certe aree del mondo – ancora più rilevanti in questo momento storico. E finisce per arenarsi su sé stesso, abbandonando più volte (la vera protagonista) Margaret in favore del marito, la cui storyline si esaurisce in breve tempo e non arriva da nessuna parte. La risoluzione del suo conflitto interiore avviene infatti in modo troppo repentino e il suo ritorno in scena si riduce così a mero deus ex machina.
Peccato, perché la maggior parte del cast è in parte, è credibile e sembra divertirsi, soprattutto Caterina Murino e Valentina Romani, le due “villain” della storia. Ma la sensazione, alla fine, è simile a quella di aver appena scartato un regalo dalla confezione accattivante che si rivela una grande delusione.
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