Presentato con successo lo scorso aprile al Tribeca Film Festival, My Friend Dahmer è stato proiettato ad Alice nella Città, sezione parallela ed indipendente della Festa del Cinema di Roma.
Tratto dall’omonima graphic novel di John ‘Derf’ Backderf, il lungometraggio diretto da Marc Meyers ricostruisce l’adolescenza di Jeffrey Dahmer, killer seriale che tra gli anni Settanta e Novanta si guadagnò l’epiteto di ‘mostro di Milwaukee’, dopo aver seviziato, ucciso e divorato almeno 17 ragazzi.
Con una mossa intelligente, la pellicola – così come il fumetto originale – non raccontano però gli omicidi attuati dal cannibale, ma si focalizzano sugli anni immediatamente precedenti alla svolta criminale: Jeff, raffigurato come una sorta di Norman Bates teenager, affascina proprio perché differente dall’immagine comune dell’assassino. Dividendo la sua quotidianità tra drammi famigliare, improbabili amici e piccole ossessioni pronte ad esplodere, il ragazzo risulta un umano come tanti e, proprio per questo, colpisce.
My Friend Dahmer convince proprio per la trama innovativa e inaspettata, la quale offre un ritratto a tutto tondo di un adolescente innegabilmente disturbato
Lontano da qualsiasi possibile apologia o giustificazione, il film si limita a raccontare uno spaccato di vita problematica, che più volte riesce a coinvolgere e, nel finale, angosciare. Rovesciando le tradizionali logiche del biopic, My Friend Dahmer convince quindi proprio per la trama innovativa e inaspettata, la quale, libera da regole del racconto necessario, offre un ritratto a tutto tondo di un adolescente innegabilmente disturbato.

My Friend Dahmer recensione del film con Ross Lynch
Accanto alle scelte narrative, la caratterizzazione di Jeff risulta ugualmente affascinante, per merito di un’inaspettata versatilità dell’attore che lo incarna. Al suo primo ruolo adulto dopo il rodaggio a Disney Channel, il sorprendente Ross Lynch alterna infatti differenti registri, donando al personaggio aspetti che variano dall’assassino senza scrupoli al figlio emotivo e poco considerato, dal dio del suo piccolo gruppo di amici alla marionetta pronta a farsi manovrare.
Analogamente, ottimo è anche il lavoro che il giovane divo fa sul proprio corpo: abbandonando totalmente la parvenza da teen idol che fino a questo momento lo aveva caratterizzato, Lynch indossa con paradossale sicurezza i panni del perdente per antonomasia, lavorando anzitutto sulla postura e sulla successiva andatura. Anche nelle numerose sequenze degli spasmi che Jeff improvvisa per apparire simpatico, l’attore sfrutta una fisicità atipica e ben connotata.
Il sorprendente Ross Lynch alterna differenti registri, donando al personaggio aspetti che variano dall’assassino senza scrupoli al figlio emotivo e poco considerato
Al suo quarto lungometraggio, il regista Marc Meyers dimostra infine di avere una buona visione d’insieme, abile a creare un affresco coeso ed ineccepibile. Oltre ad alcune interessanti sequenze ed inquadrature, Meyers si è difatti affidato alla fotografia patinata di Daniel Katz, ai costumi vintage di Carla Shivener e alle scenografie di Carmen Navis, che, perfettamente amalgamate, hanno permesso alla pellicola di vincere di vincere anche su questo fronte.



