giovedì, Ottobre 6, 2022
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Museo – Folle Rapina a Città del Messico recensione del film con Gael García Bernal

Museo – Folle Rapina a Città del Messico è il nuovo film che segna il ritorno sul grande schermo del regista messicano Alonso Ruizpalacios dopo il grande successo di Gueros, pellicola indipendente girata in bianco e nero che lo ha subito proiettato nel panorama della cinematografia internazionale.

In Museo, Juan Nuñez e Benjamin Wilson (Gael García Bernal e Leonardo Ortizgris) sono due trentenni intenzionati a non voler crescere, crogiolandosi nel confortevole limbo di Satelite, periferia messicana dove non accade nulla. In una fatale Vigilia di Natale i due decidono di agire, rivoluzionando le proprie vite: per farlo, scelgono di rapinare il Museo Nazionale di Antropologia del Messico, portando via preziosi reperti archeologici.

Ma l’entità della rapina supera le aspettative dei due giovani ladri dilettanti che focalizzano solo il mattino seguente la portata e le implicazioni del loro gesto, che li spingerà ad affrontare una (dis)avventura che cambierà per sempre le loro esistenze.

Museo – Folle Rapina a Città del Messico (qui il trailer italiano ufficiale) ha collezionato un importante Orso d’argento per la miglior sceneggiatura vinto durante lo scorso Festival di Berlino; ma il vero punto di forza del film si annida nella sua regia, visionaria e dirompente, capace di rompere gli schemi classici della narrazione attraverso un occhio innovativo e sperimentale.

Ruizpalacios, regista teatrale in Messico, è capace di adattare l’integrità spazio/temporale delle ferree logiche teatrali alla macchina cinema: la regia di Museo è incalzante come richiede il genere stesso, l’heist movie con venature dramedy, tenendo quindi lo spettatore in un continuo stato di tensione, che lo accompagna per tutti i 128 minuti del film; quel sinistro effetto thrilling viene stemperato dalle incursioni visionarie e oniriche, dai momenti riflessivi, dagli attimi rubati alla banalità del quotidiano che rendono quest’opera un affresco.

Il lungometraggio di Ruizpalacios è, infatti, uno splendido mosaico, che si costruisce tassello dopo tassello, episodio dopo episodio, fino a comporre il quadro generale di due esistenze ferme al pit stop creativo; due esistenze che, come una vecchia auto, finisco per girare intorno alla rotatoria della vita a Satelite, Messico.

I protagonisti Bernal e Ortizgris duettano in bravura e credibilità, affiancati da pittoreschi comprimari – come non citare l’inglese Simon Russell Beale o il cileno Alfredo Castro? – che finiscono per enfatizzare la forza dirompente della loro folle giovinezza di periferia, pronta a rincorrere ad ogni costo sogni di gloria simili a chimere colorate, agrodolci come l’essenza stessa della vita.

Ruizpalacios e lo sceneggiatore Manuel Alcalá hanno detto di essersi ispirati, per realizzare Museo – Folle rapina a Città del Messico, al celebre proverbio “non sai mai quello che hai finché non lo perdi”. E la storia alla base del film racconta proprio di perdite – materiali e morali – che spingono a crescere e a ritrovare se stessi.

I due protagonisti, Juan e Benjamin, iniziano il loro arco narrativo come indolenti vitelloni alla ricerca di un brivido, e finiscono per lasciarsi affascinare dalle storie e dalle leggende legate agli antichi manufatti locali, capendo solo in un secondo momento che la popolarità che precede questi oggetti è talmente ingombrante, perché legata a doppio filo con la Storia, da creare loro più problemi che vantaggi.

Ispirato, inoltre, anche dalla storia vera della più improbabile e assurda rapina avvenuta nella storia del Messico, Museo è più un’esperienza visiva e riflessiva che una semplice visione cinematografica: lo spettatore, attraverso le disavventure dei due protagonisti, sospende ogni forma d’incredulo giudizio, lasciandosi trasportare dall’incalzante ritmo dell’imprevedibilità.

Il trailer di Museo – Folle Rapina a Città del Messico

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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