Un vestito incompleto, un filo che si spezza, un drappo che diventa fantasma, presenza, disturbo. Mother Mary affascina, stupisce, conquista, nel tentativo di cucire addosso alla propria protagonista un’identità che sembra sfuggirle continuamente di mano, con l’alta moda che diviene seduta spiritica e il glamour che si trasforma in possessione. David Lowery torna così a confrontarsi con quella dimensione metaforica e astratta che aveva già caratterizzato opere come A Ghost Story e The Green Knight, costruendo un’opera sospesa tra melodramma psicologico, horror simbolico e videoclip pop d’autore.
Al centro dell’inquadratura vi sono quasi esclusivamente Anne Hathaway e Michaela Coel, due interpreti diversissime quanto complementari: la prima, premio Oscar per Les Misérables, chiamata qui a trasformarsi in una popstar mistica e tormentata; la seconda, già autrice e protagonista della celebrata I May Destroy You, magnetica nel dare volto ad una stilista consumata dal rancore e dall’ossessione artistica. La lavorazione del film è stata particolarmente travagliata, con le riprese iniziate nel 2023 in Germania, una produzione rallentata dagli scioperi SAG-AFTRA e un montaggio che, per mesi, è stato al centro di indiscrezioni legate alle difficoltà di Lowery nel trovare una forma definitiva al progetto.
Ed è forse proprio in questa apparente instabilità che si nasconde il cuore pulsante di Mother Mary, opera che vive di immagini, sensazioni, suggestioni. Le musiche curate da Charli XCX, Jack Antonoff e FKA twigs trasformano infatti il film in un lunghissimo concerto interiore, in cui ogni performance sembra nascondere qualcosa di oscuro dietro il proprio scintillio sintetico.
L’abito che manca
Mother Mary (Hathaway), iconica popstar ritiratasi dalle scene dopo una profonda crisi personale e artistica, si prepara al grande ritorno attraverso un’imponente esibizione-evento che dovrebbe sancire la propria rinascita pubblica. Tuttavia, a pochi giorni dal debutto, comprende che l’abito scelto per il comeback non riesce realmente a rappresentarla, quasi fosse incapace di contenere ciò che è diventata. È allora che decide di raggiungere Sam Anselm (Coel), celebre stilista con cui aveva condiviso un legame artistico e sentimentale prima dell’ascesa verso la fama globale.
L’incontro avviene all’interno di una residenza isolata nelle campagne inglesi, uno spazio che sembra sospeso fuori dal tempo e che ben presto si trasforma in un luogo mentale prima ancora che fisico. Sam vive circondata da drappi, tessuti e manichini, come una figura gotica consumata dal rancore e dai ricordi di un passato che non ha mai realmente superato. La richiesta di Mary di confezionarle il vestito del ritorno diventa così il pretesto per riaprire ferite mai rimarginate, riportando in superficie conflitti personali, dipendenze emotive e vecchi traumi condivisi.
Lowery costruisce gran parte del film all’interno di questa singola stanza, alternando il presente a continui flashback delle esibizioni della protagonista, a visioni disturbanti e a simbolismi sempre più invasivi. Il racconto si muove allora tra ricordi, allucinazioni e metafore visive, lasciando che siano gli sguardi, i silenzi e i corpi delle protagoniste a raccontare ciò che le parole non riescono più ad esprimere. Ne emerge un confronto psicologico sempre più ambiguo, in cui i confini tra arte, amore, risentimento e manipolazione iniziano lentamente a dissolversi.

Moda, identità e possessione
Dopo Il diavolo veste Prada, Anne Hathaway torna ancora una volta a confrontarsi con il peso simbolico di un abito, ma qui il vestito smette di essere semplice oggetto estetico per diventare una vera e propria estensione dell’identità. Mother Mary è infatti una donna incapace di riconoscersi nella propria immagine pubblica, costretta a rincorrere un’apparenza che sembra continuamente sfuggirle di mano. Il film si apre proprio sugli sguardi persi e quasi rassegnati della protagonista, sul suo corpo immobile, svuotato, come se il personaggio avesse ormai smarrito qualsiasi contatto con sé stesso.
Da qui prende forma un’opera che somiglia ad un lunghissimo videoclip esistenziale, un flusso di immagini e sensazioni che utilizza la moda, la musica e la performance per scavare nelle viscere della propria protagonista. E proprio partendo dalle viscere, Lowery costruisce un percorso interiore che trasforma ogni elemento scenico in un simbolo: drappi rossi, tessuti, aghi, forbici, veli, stoffe che si muovono come fantasmi. Tutto sembra ruotare attorno a questi totem materiali, strumenti di creazione ma anche di distruzione, elementi capaci di modellare un corpo così come un regista modella il proprio film. In questo senso, il parallelismo tra il lavoro del sarto e quello del cineasta appare evidente.
Mother Mary… sospesa tra carne e icona
Sam cuce, taglia, assembla e manipola l’immagine di Mother Mary proprio come Lowery costruisce il proprio racconto, stratificando riferimenti, influenze e simbolismi all’interno di uno spazio quasi teatrale. Il presente si scontra continuamente con il passato, mentre l’identità della protagonista sfida sé stessa in un confronto sempre più doloroso e ambiguo. L’influenza di figure come Taylor Swift e Beyoncé (esplicitamente dichiarate sia dal regista che dalle interpreti) è evidente nella costruzione della popstar protagonista, così come appare fortissima la presenza estetica e performativa di Lady Gaga (o ancor prima Madonna), soprattutto nella concezione della celebrità come figura quasi mistica, sospesa tra carne e icona.
Mother Mary non è più semplicemente una cantante, ma una presenza spirituale, un simulacro costruito dallo sguardo del pubblico e alimentato dall’ossessione collettiva. Il film tenta inoltre di lavorare sulla dimensione queer del rapporto tra Mary e Sam, anche se tale componente rimane spesso più suggerita che realmente approfondita. Le due donne sembrano infatti incarnare due parti della stessa identità spezzata: una pubblica, idolatrata e artificiale; l’altra nascosta, rabbiosa e autentica. Più che un semplice confronto tra ex amanti, quello messo in scena da Lowery diventa progressivamente uno scontro interiore, un dialogo doloroso tra desiderio, colpa, nostalgia e bisogno di riconoscersi nuovamente.

Un horror pop da passerella
Le influenze dichiarate di Dracula di Bram Stoker emergono chiaramente nell’impostazione visiva e sensoriale di Mother Mary. Lowery realizza infatti una sorta di horror gotico griffato, un melodramma da passerella che sostituisce castelli e candele con riflettori, coreografie e abiti haute couture. Il soprannaturale si insinua lentamente nel film attraverso presenze, tessuti fluttuanti e immagini disturbanti, come se dietro il palco si nascondesse qualcosa di mostruoso e irrisolto.
L’ambizione dell’opera è enorme e spesso persino eccessiva, ma è proprio questa sua natura caotica e irrequieta a renderla così affascinante. In un panorama cinematografico troppo spesso pavido, Mother Mary ha il coraggio di risultare scomodo, incompleto e stratificato, recuperando quella forza iconografica che il cinema a volte sembra dimenticare. David Lowery guarda chiaramente al linguaggio dei videoclip musicali, alla loro capacità di creare immagini immediatamente riconoscibili e quasi mitologiche, trasformandole però in strumenti di indagine psicologica. Non tutto funziona alla perfezione: alcuni dialoghi risultano volutamente troppo criptici, la narrazione tende a disperdersi e certi simbolismi rischiano di apparire ridondanti o, a tratti, inaccessibili.
Tuttavia il film riesce costantemente a mantenere viva la propria forza evocativa, grazie anche alle interpretazioni delle due protagoniste. Anne Hathaway convince soprattutto nella dimensione performativa del personaggio, mentre Michaela Coel da sfogo ad uno sguardo capace di oscillare continuamente tra dolore, rancore e fascinazione. Mother Mary è un film imperfetto, estenuante e persino respingente in alcuni momenti, ma proprio per questo incredibilmente vivo. Un’opera che preferisce il rischio al compromesso e che trasforma la moda, il pop e il corpo femminile in un terreno di scontro emotivo e artistico dal fortissimo impatto visivo.


