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Misericordia, recensione del film di Emma Dante

La recensione di Misericordia, film di Emma Dante presentato nella sezione "Special Screenings" della 18esima Festa del Cinema di Roma. Dal 16 novembre al cinema.

Mentre le onde si infrangono impetuose contro la riva, la montagna è testimone silenziosa della barbarie ai danni di una giovane donna incinta, fracassata di botte e uccisa dal padre di suo figlio. Inizia così Misericordia, terzo lavoro dietro la macchina da presa (dopo Via Castellana Bandiera e Le sorelle Macaluso) della regista teatrale Emma Dante, presentato in anteprima nella sezione “Special Screenings” della 18esima Festa del Cinema di Roma.

Quel bambino rimasto solo tra le rocce è Arturo (Simone Zambelli): uno spirito innocente e bambino, che ormai adulto si aggira tra le squallide casupole di Contrada Tuono, degradato borgo di pescatori poco lontano da Trapani, accudito dalla nuova arrivata Anna (Milena Catalano) e dalle due prostitute Betta (Simona Malato) e Nuccia (Tiziana Cuticchio), le stesse che molti anni prima lo trassero in salvo.

Dopo Le sorelle Macaluso, Emma Dante torna a trasporre un suo spettacolo teatrale sul grande schermo, coadiuvata da Elena Stancarelli e Giorgio Vasta, che firmano con lei la sceneggiatura. E difatti, se c’è un pregio innegabile in Misericordia, è quello di servirsi delle grandi potenzialità evocative del cinema senza tradire l’impianto teatrale dell’opera. L’immagine cinematografica rende palpabili sia lo squallore e il sudiciume in cui vivono queste donne, costrette a prostituirsi per pochi spiccioli e a combattere contro l’inagibilità della baracca che è il centro della loro esistenza, sia la grandiosità degli spazi che fanno da sfondo alle loro vite e che contribuiscono a rendere ancora più opprimente e claustrofobica la condizione di questo piccolo nucleo familiare sui generis.

Persino la giocosità innata in Arturo, con il suo correre di qua e di là e girare ossessivamente su sé stesso, restituisce un senso di soffocamento e affanno. Arturo sembra rappresentare la vita che scalpita per uscire fuori e che lo fa istintivamente, pur in assenza di una razionale consapevolezza. Per questo è la sua mera presenza a suggerire l’esistenza di un altrove remoto a cui tendere, un luogo ideale dove forse una vita migliore è possibile.

Un passato doloroso e tragico

Ma d’altronde, tutti i personaggi che si avvicendano su questo “palco” cinematografico – compreso il terrificante pappone interpretato da Fabrizio Ferracane – possiedono una vitalità che in un qualche modo li fa trascendere dai ruoli che ricoprono all’interno della storia. Emma Dante è una maestra nella direzione dei suoi attori: sono le interazioni tra chi sta in scena a suggerire la natura profonda del legame che unisce i rispettivi personaggi, attraversato da un vissuto doloroso e tragico, che non ha bisogno di grandi introduzioni o spiegazioni.

Un’immagine di Misericordia di Emma Dante. Foto di Marie Gioanni

Tuttavia, paradossalmente e nonostante quanto abbiamo sostenuto finora, i numerosi limiti di Misericordia risiedono proprio nel suo nucleo teatrale. Si tratta di un film ostico, prima di tutto in virtù della sua prolissità (basti pensare alla durata, 95 minuti contro i 60 della pièce teatrale). Il numero considerevole di scene evocative e “sospese” poco si sposa con la visione in sala e non per la loro presenza in sé.

Un’opera che deraglia improvvisamente dai binari

Emma Dante sembra aver intuito come sfruttare al meglio il mezzo cinematografico per conferire pregnanza a certi passaggi (talvolta riuscendoci), ma la maggior parte delle volte si fa “prendere la mano” restituendoci uno strano ibrido, destinato forse ad essere apprezzato più dagli amanti del teatro che da quelli del cinema. E così, l’importante tematica di fondo dell’opera, legata alla celebrazione della forza e dell’operosità delle donne in tempi avversi, unita ad una commovente rappresentazione dell’istinto materno, finisce per assumere dei contorni intellettualoidi, caratteristici di un certo cinema d’essai elitario e di nicchia.

Si tratta di un aspetto quantomeno stridente, dal momento che comunque si stanno raccontando le tragiche vicissitudini di donne “del popolo”: Anna, Betta e Nuccia fanno della concretezza e della proattività la propria bandiera e le parole che escono dalla loro bocca sono quanto di più lontano dai voli pindarici in cui ogni tanto quest’opera ama perdersi. Una contraddizione interessante, ma non si sa fino a che punto voluta dalla regista o frutto di un’incompatibilità tra opera teatrale e rappresentazione filmica.

La scelta di concludere il film con Avrai di Claudio Baglioni, che è quanto di più nazional-popolare si possa rintracciare all’interno del repertorio musicale nostrano, rafforza questo dubbio, essendo totalmente decontestualizzata rispetto ai toni impostati fino a quel momento. Misericordia deraglia improvvisamente dai binari e senza una motivazione apparente, lasciandoci un po’ perplessi, ma tuttavia incantati (e risvegliati) dal capolavoro del famoso cantante.

Guarda il trailer ufficiale di Misericordia

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Il numero considerevole di scene evocative e “sospese” contenute in Misericordia poco si sposa con la visione in sala e non per la loro presenza in sé. Emma Dante sembra aver intuito come sfruttare al meglio il mezzo cinematografico per conferire pregnanza a certi passaggi (talvolta riuscendoci), ma la maggior parte delle volte si fa “prendere la mano” restituendoci uno strano ibrido, destinato forse ad essere apprezzato più dagli amanti del teatro che da quelli del cinema.
Annalivia Arrighi
Annalivia Arrighi
Appassionata di cinema americano e rock ‘n’ roll | Film del cuore: Mystic River | Il più grande regista: Martin Scorsese | Attore preferito: due, Colin Farrell e Sean Penn | La citazione più bella: “Questo non è volare! questo è cadere con stile!” (Toy Story)

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Il numero considerevole di scene evocative e “sospese” contenute in Misericordia poco si sposa con la visione in sala e non per la loro presenza in sé. Emma Dante sembra aver intuito come sfruttare al meglio il mezzo cinematografico per conferire pregnanza a certi passaggi (talvolta riuscendoci), ma la maggior parte delle volte si fa “prendere la mano” restituendoci uno strano ibrido, destinato forse ad essere apprezzato più dagli amanti del teatro che da quelli del cinema.Misericordia, recensione del film di Emma Dante