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Mio fratello è un vichingo – The Last Viking, recensione del film con Mads Mikkelsen

Presentato fuori concorso all'82ª Mostra del Cinema di Venezia, Mio fratello è un vichingo - The Last Viking arriva nei cinema dal 26 marzo distribuito da Plaion Pictures.

C’è un tipo di cinema che prova a stare costantemente in bilico tra il grottesco e il tragico, tra la risata e il disagio. È il territorio in cui si muove Anders Thomas Jensen, regista poco prolifico ma con una lunga esperienza da sceneggiatore e un passato legato al Dogma 95, il movimento fondato da Lars von Trier e Thomas Vinterberg. Mio fratello è un vichingo (titolo originale The Last Viking) si inserisce perfettamente in questa linea: una black comedy che guarda dichiaratamente a un certo tipo di humour europeo, spingendosi verso derive surreali, deliranti e brutalmente ironiche.

Muovendosi su territori che ricordano quelli del cinema di Martin McDonagh per tono e dinamiche narrative (con più di un rimando a 7 psicopatici), il film non riesce però a raggiungerne davvero l’equilibrio e la precisione. Ritroviamo lo stesso gusto per l’assurdo, per la violenza raccontata con leggerezza e per personaggi completamente fuori asse inseriti in un racconto che non cerca mai un equilibrio rassicurante.

La trama di Mio fratello è un vichingo

Mio fratello è un vichingo si apre e si chiude con una sequenza animata, una sorta di parabola ambientata in una terra abitata da vichinghi. Un re, per evitare che uno dei figli si senta diverso dopo aver perso un braccio in battaglia, obbliga tutto il villaggio a mutilarsi allo stesso modo. Una cornice solo apparentemente scollegata, che prepara subito lo spettatore a un racconto che non sarà mai lineare, ma costantemente spiazzante.

Dopo il breve prologo, la storia prende avvio da una rapina finita male. Anker (Nikolaj Lie Kaas), braccato dalla polizia, affida al problematico fratello Manfred (Mads Nikkelsen) il compito di nascondere la refurtiva – una borsa piena di soldi – nella loro vecchia casa di famiglia, prima di essere arrestato e condannato a quindici anni di prigione. Scontati tutti gli anni, il tempo è scaduto: Anker ha un debito con il pericoloso Flemming (Nicolas Bro) e, se non recupera quei soldi, verrà ucciso. Il problema è che Manfred non è più lo stesso. Ora si fa chiamare John, come John Lennon, ma non per stima: è convinto di essere il cantautore britannico e vive immerso in una realtà tutta sua, segnata da un disturbo dissociativo dell’identità.

Una notte, in preda ai fumi dell’alcol, Anker incontra lo psichiatra Lothar (Lars Brygmann), che escogita un piano tanto assurdo quanto coerente con la logica del film: permettere a Manfred di interpretare il ruolo di John Lennon, affiancandolo ad altri pazienti psichiatrici convinti di essere gli altri membri dei Beatles. Il medico è convinto che questo possa aiutarlo a rientrare nella realtà, spingendolo a parlare e a rivelare dove ha nascosto i soldi. Parte così una ricerca nei centri psichiatrici del nord Europa per reclutare, anzi rapire, gli altri “componenti” della band. Tra questi c’è un uomo affetto da più di venti personalità diverse: oltre a Paul McCartney e George Harrison, compaiono anche Björn degli ABBA e persino Heinrich Himmler, contribuendo a creare una comicità completamente fuori controllo.

Il cuore emotivo e il suo interprete

La dinamica tra i due fratelli è il vero cuore del racconto. Il rapporto è costruito con attenzione e si sviluppa gradualmente, fino a trovare un senso compiuto nel finale, quando tutti i tasselli del puzzle si ricompongono anche grazie all’ottimo utilizzo dei flashback. È qui che emerge la vera natura del film: meno superficiale di quanto sembri, più lucido di quanto voglia apparire. Sotto la superficie grottesca si nasconde infatti una riflessione sui traumi infantili e sui disturbi mentali, trattati con uno sguardo insieme surreale e sorprendentemente coerente.

A tenere insieme tutto, però, è la straordinaria performance di Mads Mikkelsen, qui in un ruolo particolarmente complesso e stratificato. Il film gioca costantemente su un equilibrio: Manfred è davvero convinto di essere John Lennon o sta recitando? È proprio questa ambiguità a rendere l’interpretazione dell’attore danese così efficace.

Una black comedy sbilanciata ma affascinante

Il primo atto è senza dubbio la parte più riuscita del film. Si ride molto, le gag funzionano e il ritmo è sostenuto. Alcuni momenti, come quelli in cui il protagonista reagisce in modo violento quando viene chiamato con il nome sbagliato, raggiungono un alto livello di comicità. È qui che il film trova il suo equilibrio migliore tra componente “black” e “comedy”. Con il passare dei minuti, però, questo equilibrio tende a incrinarsi.

L’ironia resta dissacrante, ma il tono si sposta progressivamente verso qualcosa di più malinconico, o meglio potremmo dire malincomico, perdendo compattezza. In alcuni momenti il ritmo si affloscia e il bilanciamento tra le due anime del film non è sempre centrato. Eppure, è proprio in questa instabilità che si nasconde anche il suo fascino.

Il racconto si trasforma progressivamente in una corsa contro il tempo, mentre emerge il trauma infantile che ha segnato i protagonisti, ribaltando completamente la percezione dello spettatore. Il “sano” appare improvvisamente meno stabile di quanto sembrasse, mentre il “malato” diventa il depositario di una verità rimossa: una riflessione che mette in discussione il concetto stesso di normalità.

Guarda il trailer ufficiale di Mio fratello è un vichingo 

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Mio fratello è un vichingo è una black comedy imperfetta ma affascinante, sbilanciata tra violenza e ironia, tra grottesco e dramma. Non sempre trova il giusto equilibrio e soffre di qualche calo di ritmo, soprattutto nella parte centrale. Eppure, resta un film godibile, capace di sorprendere e di nascondere, sotto la sua superficie assurda, una riflessione più profonda sui traumi e sulla costruzione dell’identità.

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Mio fratello è un vichingo è una black comedy imperfetta ma affascinante, sbilanciata tra violenza e ironia, tra grottesco e dramma. Non sempre trova il giusto equilibrio e soffre di qualche calo di ritmo, soprattutto nella parte centrale. Eppure, resta un film godibile, capace di sorprendere e di nascondere, sotto la sua superficie assurda, una riflessione più profonda sui traumi e sulla costruzione dell’identità.Mio fratello è un vichingo - The Last Viking, recensione del film con Mads Mikkelsen