giovedì, Luglio 29, 2021
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Minari, recensione del film di Lee Isaac Chung con Steven Yeun

La recensione di Minari, il film diretto da Lee Isaac Chung con Steven Yeun candidato a 6 premi Oscar. Dal 26 aprile al cinema.

L’America è sempre stata, storicamente, una terra di emigrazione. Un territorio che ancora all’inizio del secolo scorso era in buona parte inesplorato, o comunque non colonizzato. Una realtà ricca di opportunità – quantomeno sulla carta -, dove il mito della conquista del West lasciò presto spazio – in concomitanza con l’industrializzazione – a quello più generale del “sogno americano”. Proprio in quegli anni, un numero considerevole di immigrati cominciò a varcare gli oceani (non solo quello Atlantico, ma anche quello Pacifico) nella speranza di una vita migliore. Lo fecero tanti italiani, ad esempio, e questo lo sappiamo molto bene; ma non fu da meno il fenomeno migratorio asiatico: cinesi, giapponesi, ma anche coreani. Proprio questi ultimi, specie tra gli anni ’70 e ’80, giunsero sulla West Coast attratti dalle innumerevoli possibilità che il territorio statunitense prometteva loro. È proprio una storia legata all’immigrazione coreana negli States che racconta Minari, il film diretto da Lee Isaac Chung, candidato a 6 premi Oscar e in uscita nei cinema italiani a partire dal 26 aprile (dal 5 maggio sarà anche in esclusiva su Sky e Now).

Scritto dallo stesso regista, figlio di immigrati sudcoreani, e prodotto da Brad Pitt, che dimostra nuovamente l’interesse dell’attore nei confronti di film capaci di rileggere criticamente la Storia americana dal punto di vista delle minoranze dopo 12 anni schiavo di Steve McQueen, Minari arriva in Italia dopo aver riscosso un notevole successo in patria, testimoniato anche dall’exploit durante la stagione dei premi. Tante candidature e il Golden Globe per il Miglior Film Straniero (pur essendo prodotto negli Stati Uniti, la lingua utilizzata nel film è soprattutto il coreano). Uno “storico” che lo rende la proverbiale “cenerentola” dei prossimi Academy Awards, manifestazione a cui si presenta forte di temi molto attuali e che spesso hanno pilotato il voto dei giurati.

Yacob (Steven Yeun, star di The Walking Dead) è un sudcoreano emigrato negli Stati Uniti insieme a tutta la famiglia, composta dalla moglie Monica (Han Ye-ri) e i figli Anne (Noel Kate Cho) e David (Alan Kim), quest’ultimo afflitto da un problema cardiaco e costantemente tenuto sotto osservazione dai genitori. Dopo aver trascorso un periodo in California, la famiglia si trasferisce in Arkansas, dove Yacob non solo ha trovato per lui e la moglie lavoro in un’azienda che alleva pollame, ma ha investito quasi tutti i suoi averi in un terreno con l’intento di aprire un’azienda agricola (anche se la moglie lo ritiene un azzardo). Lavorare, coltivare i propri sogni di affermazione professionale, crescere i figli e cercare di integrarsi in una nuova realtà (oltretutto periferica) non è semplice. Così, a dare una mano alla coppia giunge dalla Corea del Sud anche la madre di Monica, Soon-ja (Yoon Yeo-jeong), la quale avrà un ruolo decisivo nel mantenere compatta la famiglia.

Come Nomadland, altro film candidato ai prossimi premi Oscar (per alcuni addirittura il favorito a fare incetta di premi), anche Minari è espressione dell’anima più indipendente del cinema americano. Non a caso la sua prima proiezione è avvenuta durante il Sundance Festival del 2020, e, a ben vedere, il film ha tutti i pregi e i limiti del tipico “Sundance Movie”: una storia dolorosa, contraddistinta da buoni sentimenti, raccontata attraverso una prospettiva inedita e uno stile atto a prediligere la sottrazione alla spettacolarizzazione, ma eccessivamente superficiale. La prospettiva inedita è quella naturalmente di una famiglia coreana che giunge negli anni ’80 negli Stati Uniti e prova a cavalcare l’onda di un sogno americano in cui ormai sembra non credere più nessuno, a parte il protagonista Jacob.

Nel raccontare i suoi personaggi, le loro azioni, i loro sogni e desideri, ma anche le loro paure, il regista Lee Isaac Chung non disdegna le emozioni – tenendole comunque saldamente a bada -, utilizzando i diversi punti di vista dei personaggi principali per scandagliare le molteplici dinamiche familiari, ma privilegiando soprattutto quello di David. Una scelta vincente anche grazie alla bravura del giovane interprete, Alan Kim, che contribuisce al coinvolgimento emotivo dello spettatore. Laddove però il film testimonia una certa fragilità è nel descrivere la realtà esterna alla figlia Yi. Se interessante, anche se un po’ sacrificato, è il rapporto tra Yacob e il vicino di casa reduce della Guerra di Corea, Paul (Will Patton), pressoché inesistente è invece l’approfondimento della relazione tra la famiglia di immigrati e la comunità che li accoglie (quella cattolica e conservatrice della provincia americana).

Una scelta legittima da parte del regista, forse spaventato dall’idea di marginalizzare troppo i singoli personaggi, ma quantomeno singolare se si pensa che Minari è di fatto un’opera che già dal titolo comunica allo spettatore l’interesse nei confronti del tema dell’integrazione, con il riferimento alla pianta coreana capace di attecchire ad ogni tipologia di terreno, nonostante le difficoltà climatiche e territoriali. Mentre eccessivamente strumentale appare la figura – seppur molto bella, se presa singolarmente – della nonna, Soon-ja, il cui ruolo è certamente nevralgico nell’economia del racconto ma, nonostante questo, dà la sensazione di non essere scandagliata a sufficienza. Limiti a parte, Minari rimane comunque un’opera interessante e sicuramente importante per ciò che racconta e soprattutto per la prospettiva che adotta nel raccontarlo. Non un capolavoro, ma una visione, per certi versi, necessaria.

Guarda il trailer ufficiale di Minari

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Minari è espressione dell'anima più indipendente del cinema americano. Non a caso la sua prima proiezione è avvenuta durante il Sundance Festival del 2020, e, a ben vedere, il film ha tutti i pregi e i limiti del tipico "Sundance Movie": una storia dolorosa, contraddistinta da buoni sentimenti, raccontata attraverso una prospettiva inedita e uno stile atto a prediligere la sottrazione alla spettacolarizzazione, ma eccessivamente superficiale
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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