L’umano e l’artificiale, due piatti di una stessa bilancia; la giustizia, lo squilibrio che ricerca una sua stabilità, l’immobilità, il caos. Mercy: Sotto accusa nasce da un’idea forte, immediata, inquietantemente attuale e capace di intercettare le paure contemporanee legate al potere delegato alla tecnologia.
Diretto da Timur Bekmambetov, regista noto per la sua attitudine a un cinema ipercinetico e sperimentale (da Wanted a Hardcore!, passando per il controverso Ben-Hur), il film è scritto dal pressocché esordiente Marco van Belle. Al centro del racconto troviamo Chris Pratt (The Electric State), affiancato da Rebecca Ferguson (A House of Dynamite), Annabelle Wallis (Malignant) e un cast di supporto solido ma mai realmente incisivo.
Bekmambetov torna a Hollywood dopo anni di assenza con un’opera che sembra voler coniugare il linguaggio dello screenlife thriller a una fantascienza giudiziaria di stampo classico, debitrice di suggestioni dickiane e di un immaginario già ampiamente esplorato dal cinema degli ultimi decenni. Il risultato è un film che affascina per ciò che promette, molto meno per ciò che effettivamente realizza.
90 minuti per l’innocenza
Vista offuscata, suoni metallici che rimbalzano nel vuoto, il corpo che non risponde; ancora in preda ai postumi di una sbornia violenta, il detective Chris Raven (Pratt) riapre gli occhi immobilizzato su una sedia, al centro di una stanza asettica, apparentemente spoglia, eppure carica di una tensione innaturale. Nessun giudice, nessuna giuria, nessun avvocato: solo uno spazio chiuso, freddo, che si rivela presto essere la sede del più avanzato tribunale mai concepito.
È la Mercy Court, un sistema giudiziario automatizzato che ha delegato la giustizia a un’intelligenza artificiale incaricata di stabilire colpa o innocenza in novanta minuti esatti. Per Raven, detective della polizia di Los Angeles e tra i principali promotori del progetto Mercy, la scoperta è brutale: è accusato dell’omicidio della moglie. Davanti a lui prende forma il giudice Maddox (Ferguson), un’IA che scompone la realtà in dati e percentuali: prove digitali, tracciati biometrici, filmati di sorveglianza, body-cam, archivi di comunicazioni, ogni frammento di vita ridotto a evidenza.
Il tempo scorre, la percentuale di colpevolezza oscilla, e Raven ha poco più di un’ora per ribaltare l’accusa, trovare nuovi elementi o almeno scendere sotto la soglia che, allo scadere del conto alla rovescia, decreterebbe la sua condanna a morte. Il film si sviluppa come un’indagine a ritroso, scavando nella vita del protagonista – la carriera, la dipendenza dall’alcol, gli scatti d’ira, le crepe di una relazione logorata – fino a trasformare il processo in una corsa contro il tempo che conduce a un finale adrenalinico, prevedibile ma coerente, dove l’azione prende definitivamente il sopravvento sulla riflessione.

Uomo, macchina e giustizia: un confronto noto
L’idea alla base di Mercy: Sotto accusa è senza dubbio la sua componente più interessante: usare il sistema giudiziario come campo di battaglia per il confronto tra umano e artificiale, declinandolo attraverso un’estetica moderna, tecnologica, quasi videoludica. L’idea di una giustizia ridotta a calcolo, percentuali e soglie numeriche è potente e disturbante, soprattutto in un’epoca in cui gli algoritmi già influenzano decisioni cruciali.
Tuttavia, il film fatica a portare questo spunto oltre la superficie. Il confronto tra uomo e macchina si risolve rapidamente in riflessioni già ampiamente esplorate, primo fra tutti il limite dell’intuito umano come elemento mancante dell’IA. Un tema che il cinema ha già sviscerato con ben altra profondità, basti pensare a Minority Report di Steven Spielberg, ma anche a opere come Blade Runner, Ex Machina o, sul piano più strettamente giudiziario, La parola ai giurati.
Qui il film sembra oscillare continuamente: da un lato attribuisce all’intelligenza artificiale tratti quasi umani, dall’altro ne ribadisce i limiti in maniera didascalica, senza mai chiarire davvero quanto quel confine sia fragile. Il risultato è un discorso timido, che ogni volta sembra sul punto di affondare il colpo e subito dopo si ritrae, preferendo l’azione alla riflessione.
Quando lo schermo diventa il protagonista
Bekmambetov dimostra ancora una volta di saper maneggiare con disinvoltura il linguaggio dello screenlife, trasformando uno spazio chiuso e statico in un flusso continuo di immagini, interfacce e punti di vista che si sovrappongono senza sosta. Mercy: Sotto accusa è un film che visivamente scalpita, accumula, stratifica, sperimenta, divertendosi a spingere il cinema oltre la cornice tradizionale e a interrogarsi sulle possibilità espressive del tempo reale e della moltiplicazione degli schermi.
Ma proprio questa tensione ludica e laboratoriale diventa il suo limite più evidente: l’opera sembra accontentarsi di essere un esercizio di stile, un gioco visivo fine a sé stesso che raramente riesce a trasformarsi in vera urgenza narrativa o in coinvolgimento emotivo. Il virtuosismo tecnico, per quanto intrigante, finisce spesso per soffocare il racconto invece di servirlo, lasciando allo spettatore la sensazione di un meccanismo che funziona, ma che non incide davvero.

L’ingombro dei temi marginali
La trama lambisce questioni enormi e potenzialmente esplosive – violenza domestica, abuso, tradimento, senso di colpa – ma le mantiene costantemente sullo sfondo, senza mai integrarle in modo organico nel discorso centrale sul rapporto tra umanità e artificialità. Sono elementi evocati, suggeriti, talvolta strumentalizzati, ma mai davvero affrontati o messi in relazione con il sistema giudiziario automatizzato che dovrebbe esserne il cuore tematico.
I personaggi restano così ingabbiati nel meccanismo narrativo, funzionali al procedere dell’azione ma privi di una reale profondità emotiva; le interpretazioni, pur corrette e professionali, non riescono a creare un legame empatico con lo spettatore. Il film corre, accumula tensione, alza continuamente il volume, ma finisce per svuotarsi proprio quando dovrebbe rallentare, fermarsi e interrogarsi sul significato di ciò che sta raccontando.


