martedì, Settembre 27, 2022
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Mektoub, My Love: Canto Uno recensione del film di Abdellatif Kechiche

A quattro anni di distanza da La Vita di Adele, vincitore della Palma d’Oro a Cannes 2013, il regista e sceneggiatore tunisino Abdellatif Kechiche torna dietro la macchina da presa con Mektoub, My Love: Canto Uno, primo capitolo di una trilogia dedicata alle nostalgie e alle meraviglie della giovinezza, quella fase di transizione della nostra vita che segna l’inevitabile e doloroso passaggio dalla fanciullezza all’età adulta.

Fase della vita che Kechiche racconta attraverso la storia di Amin, un aspirante giovane sceneggiatore che vive a Parigi e che decide di tornare per l’estate nella sua città natale, una piccola comunità di pescatori nel sud della Francia. Per Amin è l’occasione per ritrovare la famiglia e gli amici d’infanzia, ma anche per portare avanti la sua ricerca filosofica e lanciarsi nella scrittura delle sue sceneggiature.

Un atipico racconto di formazione che sfugge alle regole della narrativa cinematografica per imporsi, attraverso la bellezza delle immagini, come vera e propria esperienza cinematografica

Ambientato nel 1994, Mektoub, My Love: Canto Uno è un atipico racconto di formazione che sfugge a tutte le regole della narrativa cinematografica per imporsi, attraverso la bellezza delle immagini, come vera e propria esperienza cinematografica che riprende (invece di raccontare) la vita nella sua forma più elementare, e proprio per questo affascinante e capace di emozionare.

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Mektoub, My Love: Canto Uno recensione del film di Abdellatif Kechiche

Abdellatif Kechiche si concentra sulle euforie fisiche e sui meccanismi psicologici tipiche di quell’età, costruendo un racconto avulso dal tempo cinematografico che sembra nascere e vivere nel momento in cui il regista lo filma, per poi morire (o forse no) nell’istante in cui si accendono le luci della sala.

Kechiche celebra la giovinezza nella sua forma più spensierata e sensuale, osservandola nel suo incessante scorrere, ed elogiando le forme del corpo come motore unico attraverso cui dare voce alle passioni e ai desideri. Ecco perché il regista non stacca mai l’occhio dai suoi protagonisti, bellezze dionisiache e mozzafiato, anime imperfette che nel confronto e nella solitudine si riconoscono e si riscoprono.

Il gruppo di attori scelto da Kechiche sfugge a qualsiasi dettame della recitazione: non c’è la minima avvisaglia di estraniazione; sembra davvero di essere con i personaggi a ridere su quelle spiagge, a bere in quei locali, a baciarsi per quelle strade, e a ballare fino allo sfinimento in quelle discoteche.

Un’opera completamente anarchica che trasforma la tradizionale fruizione del prodotto audiovisivo in un impareggiabile atto di condivisione tangibile con quanto accade sullo schermo

Mektoub, My Love: Canto Uno è un’opera completamente anarchica che trasforma la tradizionale fruizione del prodotto audiovisivo in un impareggiabile atto di condivisione tangibile con quanto accade sullo schermo. Un meraviglioso inno alla vita, alla bellezza che può nascondersi in essa (anche nei posti più impensabili), e al periodo più bello della nostra esistenza, quel tempo che non tornerà più e che non dovremmo mai pentirci di aver sciupato.

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Stefano Terracina
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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