Più che sulle conseguenze di una vita vissuta all’ombra di un evento distruttivo, May December è un film sull’avvertimento ai rischi del method acting. Sarebbe a dire quella pratica di recitazione che vuole l’attore immedesimarsi completamente nel personaggio che andrà a ritrarre, ricreandone l’atteggiamento a partire dalle esperienze e dalle motivazioni più profonde. Si fa per scherzare, ma in fondo nemmeno così tanto. Il nuovo lavoro di Todd Haynes dopotutto è un elegante – forse non complesso quanto ci vuole far credere – attorcigliamento tra vita e finzione.
La vita è quella di Gracie (Julianne Moore), donna che nel 1992 all’età di 36 anni ha violentato Joe Yoo (Charles Melton), compagno di classe tredicenne di suo figlio, restandone incinta. Dopo aver trascorso un periodo in prigione, ora, nel 2015, i due sono insieme da 23 anni e in qualche modo hanno una famiglia con tre figli. La finzione sta invece in Elizabeth (Natalie Portman), attrice rinomata ma insoddisfatta del suo privato fatto di menzogne e tradimenti, che adesso sta facendo ricerche su Gracie perché dovrà interpretarla in un prossimo film indipendente.
La finzione che si riappropria della vita
La sceneggiatura di Samy Burch parte da questo spaccato: la vita, nel suo articolarsi, non solo ha imitato la finzione, ma l’ha superata. E allora ecco che la finzione deve riacquistare terreno nei confronti di un reale da riassorbire a tutti i costi – nella sequenza conclusiva, Elizabeth sta recitando la parte di Gracie e dice al suo regista di ripetere ancora una volta la scena perché «sta diventando più reale». Allora Elizabeth irrompe nella vita di Gracie e Joe Yoo. Mette radici nella loro casa, nel loro rapporto, nella percezione che le persone che li conoscono o li hanno conosciuti hanno di loro. Intervista con taccuino alla mano l’ex marito (D.W. Moffett), l’avvocato che ha difeso la donna (Lawrence Arancio), Georgie (Cory Michael-Smith), il primogenito di Gracie devastato dalla storia.
Ma questa che per Elizabeth è una storia, per tutti gli altri è appunto la vita vera. Glielo ribadisce Joe Yoo, che nelle spalle perennemente curve, il broncio e le improvvise lacrime di Melton è forse la cosa migliore di May December. Un adulto strappato troppo in fretta dalla sua innocenza, papà-bambino per tutto il film (due ore) all’eterna ricerca di un’infanzia in cui è rimpallato dentro e fuori dallo spietato reticolato di potere in cui i gesti delle due donne che si ritrova al fianco lo costringono. Gracie, nella prima scena in cui li vediamo, lo ammonisce per la seconda birra che il ragazzo sta per bere e poi gli dà un bacio. Elizabeth invece lo seduce e lo rigetta nel ciclico ritorno del trauma.

Un dramma incapsulato tra insoddisfazione e rigidità
Ciò che più intriga di May December è come si incastri nel mezzo di problemi familiari che, presi come tali, hanno l’aspetto e la misura di qualsiasi altro problema familiare di qualsiasi altra famiglia. I conflitti con i figli, l’arrivo del diploma e poi del college, la freddezza con l’ex marito e i rapporti con il vicinato. Ma non si capisce, e non si può stabilire del tutto, dove questi nascano e finiscano in relazione a quell’ingombrante passato che tuttavia resta lì, come azione scatenante e pietra angolare di un futuro che nell’aspetto della normalità ne cela anche l’imponderabile distorsione.
Eppure la tesi di May December chiama all’essere accettata in quanto tale. È lo spunto suadente e allo stesso tempo maggiore freno dell’opera. Pretende di abbandonarsi con fede un po’ ingenua nei confronti delle immediate pulsioni di Elizabeth verso un oggetto di interesse da cui è eccitata – arriverà a “mettere in scena” il momento dello stupro. Invita a concedersi alle sue esagerazioni un po’ camp (la forte zeppola di Moore, i bozzoli di farfalla), sottolineate nel progressivo lavoro di immedesimazione e mimesi di Elizabeth da un Haynes che opta per una regia insistita sul lavoro di specchi, rifrazioni e sdoppiamenti che si lascia dietro anche la sensazione di una efficace ma immediata maniera.
Alla fine si riconosce come l’aspetto maggiormente riuscito del film sia la capacità di incapsulare l’intimità di un dramma in cui si rincorrono di continuo insoddisfazione e status quo. La presenza di un personaggio-osservatore come Elizabeth ammalia, così come ammalia con il suo irrompere l’idea di una società bulimica fondata sullo storytelling ad ogni costo e ad ogni mezzo. Il suo ruolo è l’oggetto rigido che May December sfrutta come ariete alla curiosità, ma che rimane più fisso che insondabile, arnese che resta tale e a causa di ciò meno interessante del previsto.


