Ancora una volta, il cinema dei Safdie si muove sul fil rouge della dipendenza ossessiva e compulsiva, dell’estenuante tensione verso l’irraggiungibile, che corrompe, corrode e consuma affetti, legami, relazioni. Diciamo “dei Safdie”, al plurale, nonostante a dirigere Marty Supreme troviamo solo Josh, uno dei due fratelli, perché in realtà anche Benny, con il suo The Smashing Machine – che ha dato nuova linfa alla carriera attoriale di Dwayne “non chiamatelo più The Rock” Johnson – ha toccato corde simili, certo con un taglio più intimista e privato, confinato tra quattro pareti: quelle della casa di Mark Kerr/Johnson, dove si sgretolava a poco a poco il matrimonio con Dawn/Emily Blunt, e quelle del ring, dove si infrangevano i sogni di gloria del protagonista.
Ambizioni sfrenate e senza limiti
La prima, straordinaria opera in solitaria di Josh Safdie, al contrario, sembra volersi disfare completamente di qualsiasi limite, ha ambizioni sfrenate tanto quanto quelle del personaggio che dà il titolo al film, il Marty Mauser di Timothée Chalamet. Lo dicono i numeri stessi: 149 minuti di durata, secondi solo a Beau ha paura tra i titoli della A24, e 70 milioni di dollari di budget, che lo rendono il film più costoso della casa di produzione indipendente newyorkese. Non c’è da meravigliarsi che, durante la campagna promozionale, Chalamet abbia trasformato il The Sphere di Las Vegas in una gigantesca pallina da ping pong, né che sia andato da Jimmy Fallon spammando al pubblico americano “Marty Supreme Christmas Day Christmas Day Marty Supreme” come un bot impazzito di Telegram.
“Dream Big”, recita la catchphrase all’interno di ogni poster, ogni trailer, ogni copertina dedicata al film, quasi fosse ormai diventato un sottotitolo fantasma. Il riferimento, ovviamente, è al sogno americano, quello di un giovane uomo che ha un grande obiettivo in mente e vuole raggiungerlo a tutti i costi, con le sue sole forze: diventare il più forte giocatore di tennis da tavolo al mondo. Si chiama, lo abbiamo già detto, Marty Mauser, plasmato sulla figura realmente esistita di Marty Reisman, medaglia di bronzo mondiale negli anni ‘50.
Dopo aver perso clamorosamente la finale di un torneo contro il giapponese Koto Endō (Koto Kawaguchi), Marty anela disperatamente la sua rivincita ai Campionati del Mondo, che quell’anno – il 1952 – per la prima volta si terranno a Tokyo. Nemmeno a farlo apposta, anche The Smashing Machine si spostava spesso in Giappone, dove gli atleti erano attirati dai considerevolmente maggiori guadagni: che i Safdie ci stiano dicendo, a modo loro, che gli Stati Uniti non sono più la terra promessa per chi cerca nuove opportunità e successo e che sia meglio, piuttosto, rivolgersi a Oriente?

La New York di sempre, ma negli anni ’50
Forse sì, ma in ogni caso in Marty Supreme torna assoluta protagonista New York, città natale di Josh e Benny che, tra il passato da documentaristi e i primi lungometraggi insieme – Heaven Knows What, Good Time e Diamanti grezzi -, hanno raccontato come solo Abel Ferrara – non a caso, qui interprete di un ruolo che gli calza a pennello, il mafioso Ėzra Miškin – faceva negli anni ’90: un luogo sporco, grezzo, dominato da una sola logica, quella del dollaro.
Se in Diamanti grezzi – dal quale in parte Josh ricalca la struttura narrativa e le martellanti sovrastimolazioni sonore, visive e sensoriali, oltre alla suggestiva e magnifica transizione iniziale – l’Howard Ratner di Adam Sandler continuava a prendere una decisione sbagliata dopo l’altra nel tentativo di saldare i propri debiti e, allo stesso tempo, diventare milionario, anche in Marty Supreme tutto parte non tanto dalla questione sportiva, ma da quella economica: Marty è stato multato, in maniera salatissima, per il suo comportamento dopo la sconfitta contro Endō, e non potrà andare a Tokyo se non troverà la somma necessaria.
Un film ipercinetico, caotico e magnetico
Parte quindi un film ipercinetico, frenetico, esaltato (ed esaltante), esagerato nella miglior accezione possibile del termine. Un treno (o una pallina, per usare un paragone più appropriato) che viaggia alla velocità della luce e trascina lo spettatore in un vortice magnetico che è molto di più di un semplice dramma sportivo, per quanto ogni volta che Safdie posa il suo sguardo sui campi da ping pong – stavolta non più solo attraverso uno schermo come accadeva con il basket in Diamanti grezzi – sembra di assistere a un evento ultraterreno.
Marty Supreme è fatto di corpi in movimento, che sia durante una sparatoria del più stravagante dei gangster movie, negli scambi impossibili di due incredibili atleti, o nei passionali atti sessuali – tra adulti che agiscono come adolescenti in piena esplosione ormonale – consumati in lussuose stanze d’hotel e parchi notturni. È un trionfo cinematografico ipersensoriale, che non concede un attimo di respiro, popolato da un fiorito cast di comprimari, su cui troneggia Odessa A’zion con la sua Rachel, l’unica in grado di tenere davvero il passo del protagonista.

Timothée Chalamet allo stato puro
Ma Marty Supreme è soprattutto – non c’è neanche bisogno di dirlo – Timothée Chalamet allo stato puro. L’attore incarna alla perfezione la nevrosi di un personaggio respingente, tronfio, egocentrico ed egoriferito, spregiudicato e infantile, dalla parlata infinita, e allo stesso tempo totalizzante e irresistibilmente affascinante, indubbiamente tra i personaggi più rappresentativi di questo secolo concepiti negli ultimi anni.
Un eterno perdente che prova in tutti i modi a fare la voce grossa e vorrebbe somigliare, per carisma e abilità persuasive, al Jordan Belfort di The Wolf of Wall Street, e invece (come Ratner/Sandler) viene costantemente umiliato: dal già citato gangster di Ferrara alla diva decadente Kay Stone di Gwyneth Paltrow (un grande ritorno), fino al Milton Rockwell di Kevin O’Leary, un reale imprenditore che va ad affiancarsi a Kevin Garrett, Bas Rutten e altri nella schiera di non attori delle opere safdiane. Anche quando riesce a ottenere la tanto agognata rivalsa, si tratta comunque di una vittoria parziale, soffocata, che trova conforto solo nella dolcezza della sequenza finale.
Non c’è dubbio che, con Marty Mauser, Chalamet abbia raggiunto la piena maturità artistica, ancora di più rispetto a A Complete Unknown e Dune – Parte 2, e non ci stupirebbe vederlo superare Leonardo DiCaprio nell’imminente – anzi, già iniziata – stagione dei premi. A questo punto è chiaro che la star, resa famosa da Guadagnino in Chiamami col tuo nome e ora più che mai sulla cresta dell’onda, punta al premio più ambito, che per due volte gli è sfuggito per un soffio. Ma anche se non lo ottenesse, non sarebbe forse in pieno spirito Marty Supreme?


