C’è proprio la sensazione di essere alla fine di una trilogia quando si guarda Maria. La terza opera di Pablo Larraín dedicata alle donne in lotta con il loro cognome. C’è stata Jackie (Kennedy), con i suoi traumi e i suoi amori, la forza politica e il tentativo di uscire dall’ombra degli uomini della sua vita. Spencer raccontava tre giorni in cui la Principessa di Galles era “imprigionata” dalla famiglia reale britannica nelle lunghe celebrazioni natalizie: la sua fuga dalla prigione dorata aveva lo scopo di ritrovare “Diana Spencer”, la ragazza entrata nel castello e trasformata in icona. Anche in Maria c’è un arco di tempo limitato e questa tensione verso l’esigenza di trovare la dimensione più vera di sé. Gran parte del film si svolge nella settimana prima della morte della cantante, come a dire che bastano poche ore cardine per raccontare un’esistenza. Si mantiene anche qui la duplicità di un personaggio in lotta. Maria contro La Callas. La ragazza che cantava per soldi ai soldati e la Primadonna Assoluta. La più grande star della lirica che non può più cantare.
La Callas degli ultimi giorni è un’artista ferita, provata dalla malattia e dall’abuso di farmaci. Come consuetudine di Larraín, l’intero biopic è una menzogna fondata su emozioni vere. Si svolge cioè in gran parte nella testa del personaggio. Ad eccezione della domestica (interpretata da Alba Rohrwacher) e il maggiordomo (Pierfrancesco Favino), quasi tutte le persone che circondano Maria nel suo vagare a Parigi appartengono al suo mondo interiore. La regia è tesa a rompere gli schemi dell’immedesimazione. In una scena la Callas si ribella a un regista che le impone di cantare, ma sembra farlo contro Larraín stesso. I tre capitoli, più il finale, sono scanditi da un ciak. Addirittura, ad un certo punto, il film si ferma per un attimo e ribadisce che la frase che sta per pronunciare è la più importante di quella sezione narrativa. Non è metacinema, è autobiografia scritta dalla mente della propria protagonista.

Maria Callas e la sua centralità nel mondo di Larraín
Scegliendo la non linearità e l’estrema soggettività del racconto Larraín riesce a fare centro. Il biopic esce dai confini molto limitanti del genere partendo dal presupposto che lo spettatore sappia chi è Callas e quale impatto abbia avuto la sua arte. Lo fa con una splendida sequenza di apertura, non molto diversa dai montaggi che riassumono tutto ciò che è avvenuto in precedenza delle serie tv. È lo stile con cui è fatto a renderlo un momento fondamentale e potentissimo che accompagnerà per tutto il resto del film. Avvicinandosi alla fine, Maria si lega inevitabilmente a Jackie.
A fare da collante è la figura di Onassis, un fantasma che per gran parte della durata resta sottinteso. Quando appare riesce, in poche battute, a definire i legami tra i film della trilogia. Onassis è il controllo. Un uomo che colleziona bellezza, ma anche inevitabilmente un censore. Uomini contro donne, ma soprattutto l’idea di libertà contro il possesso. Di questo parla Larraín nei suoi biopic al femminile. In quest’ottica, il canto diventa un contenitore di emozioni e di sviluppo dei personaggi. Fa bene la regia a provare a trattenersi dal mettere la musica ovunque; fa ancora meglio quando cede alla tentazione di farlo sentire in tutta la sua potenza cinematografica.

Una storia di dolore, arte e controllo
La Primadonna ha perso la potenza della voce di un tempo, lo sforzo del cantare potrebbe ucciderla. La sua ultima settimana viene trascorsa tra camminate, incontri e prove per riconnettersi con “La Callas”. Eccolo il secondo tema della trilogia: figure pubbliche in dialogo con la versione privata di sé. Lo scontro, in questo caso, è soprattutto musicale ed è sublime. La fotografia di Edward Lachman valorizza gli ambienti. C’è tantissimo vuoto, come spazio per l’immaginazione. I palcoscenici calcati dalla Callas non hanno pubblico. Lei cerca di trovare la forza per cantare ancora ricordandosi i vecchi concerti, quelli problematici, quelli duri. Come a vendicarsi con un pubblico che l’ha portata in alto, ma con cui non è mai riuscita ad entrare in sintonia. Anche un complimento fatto da un passante viene letto come un insulto.
Così la sceneggiatura di Steven Knight porta la cantante a riempire con la mente le sale da concerto. Come se la sua arte potesse esprimersi al massimo solo in una lotta con la propria voce e con gli ascoltatori. Non è un film sportivo, Maria, ma come ogni film del genere affronta la lotta contro il proprio corpo, l’invecchiamento e la mancanza delle forze come cardine per raccontare una vita. Non è un caso che la prima inquadratura, che risuona sul finale, sia dalla prospettiva di un pianoforte, continuamente spostato nella casa. Musica, vita e cinema si legano con armonia, con qualche minuto di troppo, ma la sua presenza in concorso all’81esima Mostra del Cinema di Venezia, che spesso accoglie il regista cileno (il film uscirà in sala il 1 gennaio con 01 Distribution), conferisce un’ulteriore emozione alla fine di questo splendido viaggio cinematografico.


