sabato, Febbraio 27, 2021
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Malcolm & Marie, recensione del film con Zendaya e John David Washington

Recensione del film Malcolm & Marie, scritto e diretto da Sam Lavinson. Interpretato da Zendaya e John David Washington. Dal 5 febbraio disponibile su Netflix.

Kammerspiel significa letteralmente “dramma da camera”. Il termine nasce in ambito teatrale, salvo poi essere stato utilizzato anche per “etichettare” talune opere cinematografiche. Le prerogative di questo tipo di rappresentazione sono l’utilizzo di un numero limitato di personaggi e la circoscrizione degli avvenimenti in un unico luogo. Malcolm & Marie, il nuovo film di Sam Levinson, appartiene decisamente a questo genere. Già famoso per essere stato realizzato durante il lockdown causato dalla Pandemia – con una troupe ridossa all’osso e tutte le difficoltà del caso -, il film sarà disponibile su Netflix a partire dal 5 febbraio.

Giovane figlio d’arte in cerca di un’identità cinematografica, Sam Levinson (il padre Barry è l’autore, tra gli altri, di Rain Man – L’uomo della pioggia) dopo due lungometraggi indipendenti e soprattutto il successo della serie Euphoria alza la posta in gioco scrivendo e realizzando un film estremamente ambizioso. Il regista prende spunto dalla propria vita privata per raccontare una storia intimista: quella di una coppia la cui relazione è sull’orlo del collasso. A fare da cornice: a livello temporale, un’intera notte; a livello spaziale, invece, un’avveniristica e asettica villa (per la cronaca, la Caterpillar House di Carmel in California).

Malcolm (John David Washington, già attonito protagonista di Tenet) è un giovane regista cinematografico in rampa di lancio che la critica paragona a Spike Lee (Da 5 Bloods) e a Barry Jenkins (Moonlight). La compagna Marie (Zendaya), invece, ha abbandonato la carriera d’attrice e ciclicamente deve fare i conti con il proprio turbolento passato. Dopo la première dell’ultimo acclamato film di Malcolm la coppia torna a casa e Marie rinfaccia al fidanzato di non averla citata durante il rituale discorso di ringraziamento. Quella che inizialmente sembra essere una banale scaramuccia innesca però un confronto/scontro serrato e senza esclusione di colpi (verbali) tra i due amanti, alimentato da rancore, gelosia e invidia. Neanche a dirlo, la situazione fa emergere il lato peggiore di entrambi.

Due soli interpreti, unità di luogo, spazio e (quasi) tempo. Una struttura drammaturgica costruita soprattutto sui dialoghi. Una macchina da presa che dapprima si muove sinuosa all’esterno della villa, spiando i due protagonisti, per approdare poi – quasi in punta di piedi – all’interno dell’abitazione, in modo tale da permettere allo spettatore di osservare i due amanti più da vicino. Ha ambizioni autoriali, Malcolm & Marie; inutile girarci intorno. Quel bianco e nero patinato – immotivato, chiaramente di maniera, ma talmente affascinante da risultare accettabile -, ottenuto grazie all’utilizzo della pellicola 35mm. Quell’eleganza raggelata delle inquadrature, sempre perfette, belle da vedere, da contemplare, profondamente antitetiche rispetto al caos emotivo che contraddistingue i due personaggi.

Lui, egocentrico ed opportunista. Lei, fragile e frustrata. Lui, che per scrivere la sceneggiatura del suo ultimo film si è ispirato al passato di lei, ex tossicodipendente, ma non vuole ammetterlo. Lei, che ha scelto di eclissarsi per essere fedele spalla (invisibile) di lui e ora lo accusa di non averla scelta come protagonista del film appena presentato alla stampa. Chi dei due ha ragione? Chi ha, invece, torto? A ben vedere, in entrambi i casi nessuno dei due. Ad ogni ragionevole accusa segue un altrettanto ragionevole controaccusa. Diviene così impossibile per lo spettatore parteggiare per uno dei due protagonisti.

Sia Malcolm che Marie non fanno nulla per risultare simpatici. Non provano a fingere di essere altro rispetto a quello che sono veramente. Perché dovrebbero, dopotutto? Sono circondati dalle quattro mura della loro abitazione, dove è inutile indossare maschere. Per la verità, Marie per un po’ prova a farlo. Si nasconde dietro un’espressione impassibile e vagamente snob, cerca di tenere testa all’impettito compagno ma poi finisce per cedere, facendo emergere tutta la sua fragilità. Così, i due personaggi appaiono infine nudi, non solo l’uno di fronte all’altra, ma anche di fronte allo spettatore voyeur che entra per un attimo – poco più di una notte – nelle loro vite, non riuscendo naturalmente a cogliere alcuna verità incontrovertibile sul loro conto, ma solo una lieve parvenza.

MALCOLM & MARIE (L-R): JOHN DAVID WASHINGTON as MALCOLM, ZENDAYA as MARIE. DOMINIC MILLER/NETFLIX © 2021

Lo sguardo glaciale della macchina da presa che si posa sui personaggi e le loro azioni, il realismo dei dialoghi e la qualità dei due interpreti (davvero notevoli) sono probabilmente gli aspetti più interessanti di Malcolm & Marie. Se è vero che il confronto/scontro tra i due protagonisti appare spesso ridondante, è altrettanto vero che Levinson ha la capacità di non permettere mai alla narrazione di incamminarsi lungo la strada più ovvia del dramma sentimentale. Mantenendo, nel complesso, un rigore estetico encomiabile. Urlano e sbraitano, Marie e Malcolm, ma senza eccessi. Si rinfacciano cose indicibili, ma riescono a fermarsi un attimo prima di perdere l’ultimo briciolo di dignità che rimane loro, di risultare ridicole macchiette.

Il film racconta una piccola storia, ma attraverso di essa tratta temi esistenziali universali. Ed è un peccato che Levinson non abbia creduto fino in fondo alle potenzialità insite nel confronto tra i due amanti. Forse per paura di non riuscire a rendere abbastanza dinamico il racconto, l’autore preferisce ogni tanto spostare l’attenzione dai due protagonisti ad altri temi – innanzitutto, il cinema -, inserendo quelle che potremmo definire delle sequenze riflessive. Quando il vigore del confronto tra i due amanti scema e la situazione sembra tornare sotto controllo, ecco che allora emergo “cantucci narrativi” dove i personaggi si dimenticato, per un attimo, dei loro problemi di coppia, concentrandosi su altre tematiche.

Così, attraverso il personaggio di Malcolm – per certi versi suo alter ego -, Levinson sembra voler riflettere sul proprio mestiere e, in generale, sull’industria cinematografica. Se da una parte troviamo la descrizione disincantata di un mondo dello showbiz in cui il successo personale conta assai più della fedeltà alla propria poetica artistica; dall’altra, il film non risparmia veementi invettive contro la critica cinematografica, personificata da un’ignorante giornalista del «Los Angeles Times» che definisce il film di Malcolm un capolavoro, benché non l’abbia davvero compreso fino in fondo (di fatto, ne ha frainteso il significato).

Prese di per sé queste meditazioni appaiono tutt’altro che banali, ma nel contesto del film risultano decisamente fini a se stesse. Più che altro danno la sensazione di essere dei divertenti riempitivi, ma nulla di più. Non fanno acquisire al film una dimensione più profonda. Non contribuiscono a determinare una vera e propria riflessione sul film in quanto arte e sul cinema in quanto industria (per dirla alla Luigi Chiarini). Si limitano ad essere un flusso di coscienza confessorio del protagonista (e, di conseguenza del regista); uno sfogo acido contro una realtà (quella del cinema) e i suoi derivati (come la critica).

Le divagazioni pseudo teorico-cinematografiche fanno perdere mordente alla narrazione. Dilatano eccessivamente il racconto, dando la sensazione che la storia (principale) narrata in Malcolm & Marie sarebbe stata più congeniale per un medio o un cortometraggio. E sebbene la noia non faccia mai capolino, l’impressione è quella di trovarsi di fronte a un un’opera che – ingenuamente? – aspira ad essere qualcosa che non è in grado di essere: un capolavoro contemporaneo (tenuto conto anche dei significati che il film acquisisce in relazione al tempo storico in cui è stato realizzato: la Pandemia e il relativo lockdown).

Malcolm & Marie è un buon film, ma nulla di più: elegante, a tratti magnetico, formalmente curato, per certi versi accattivante. Supportato, come già accennato, da due attori in stato di grazia. Se John David Washington offre un’interpretazione soprattutto “fisica” (a livello espressivo conferma di non essere all’altezza del padre Denzel), Zendaya è invece straordinaria nel tratteggiare un personaggio come quello di Marie che, a differenza di Malcolm, è in continuo mutamento durante il corso del racconto. Candidandosi per un ruolo da protagonista durante la prossima stagione dei premi.

Guarda il trailer ufficiale di Malcolm & Marie

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Lo sguardo glaciale della macchina da presa che si posa sui personaggi e le loro azioni, il realismo dei dialoghi e la qualità dei due interpreti (davvero notevoli) sono probabilmente gli aspetti più interessanti di Malcolm & Marie. Se è vero che il confronto/scontro tra i due protagonisti appare spesso ridondante, è altrettanto vero che il regista Sam Levinson ha la capacità di non permettere mai alla narrazione di incamminarsi lungo la strada più ovvia del dramma sentimentale. Mantenendo, nel complesso, un rigore estetico encomiabile.
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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