venerdì, Ottobre 7, 2022
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Macchine Mortali, recensione del film prodotto da Peter Jackson

Macchine Mortali è il primo capitolo della saga che adatterà, per il grande schermo, la serie di romanzi scritta da Philip Reeve. Al timone di regia Christian Rivers, già storico collaboratore di Peter Jackson che figura nel progetto come produttore e co-sceneggiatore insieme a Fran Walsh e Philippa Boyens.

Migliaia di anni dopo la distruzione del mondo civilizzato a causa di una catastrofe, la razza umana si è adattata evolvendosi con un nuovo stile di vita: vivono in gigantesche città in movimento che vagano per una Terra brulla, desolata e arida; meccanismi di morte su due ruote che prendono brutalmente di mira le più piccole città “trazioniste” che incontrano lungo il loro cammino, per rubare beni di prima necessità pur di sopravvivere.

Tom Natsworthy (Robert Sheehan), un giovane storico proveniente da una classe inferiore della grande città trazionista di Londra, la più aggressiva, si ritrova a dover combattere per la sopravvivenza dopo essersi imbattuto in Hester Shaw (Hera Hilmar), una pericolosa fuggitiva. I due opposti, i cui sentieri non avrebbero mai dovuto incontrarsi, sigleranno invece un’alleanza destinata a cambiare il corso del futuro.

Macchine Mortali (qui il trailer italiano ufficiale) “ruba” il proprio, evocativo, titolo a un verso dell’Otello di Shakespeare: il futuro mostrato sul grande schermo – steampunk, vittoriano e distopico – attinge esteticamente a piene mani dai suoi predecessori. L’universo di Star Wars, la saga di Mad Max, perfino Terminator, Atto di forza, Hunger Games o il più recente Ready Player One, tutte suggestioni che sembrano definire i contorni degli scenari mostrati, le scelte intraprese dai maghi della CGI e le decisioni stilistiche di Rivers stesso.

Adattare una saga letteraria per il cinema è un’idea allettante, perché avere successo con il primo capitolo vorrebbe dire inaugurare un nuovo franchise capace di colonizzare soprattutto l’immaginario dei più giovani; ma Macchine Mortali sembra non avere quell’appeal commerciale capace di trasformarlo in un prodotto unico, anzi, risulta piuttosto una summa compendiaria di un certo cinema fantasy dal forte impatto ma dai pochi guizzi fantasiosi.

Gli effetti speciali eccezionali, maestosi e fin troppo perfetti, sono il polo d’attrazione di una storia tutto sommato convenzionale. Le figure forti intorno alle quali ruota l’azione dinamica, quelle che permettono d’innescare le rivoluzioni auspicate nel film, sono incarnate da donne; donne indipendenti e dall’animo tormentato come la protagonista Hester o la rivoluzionaria Anna Fang (interpretata dalla cantante sud coreana Jihae), perfette eroine figlie dell’era del #TimesUp e del movimento #MeToo.

Nonostante questo aspetto inedito, che torna a vedere una donna nei panni della protagonista di una saga, a colpire però per l’intensità drammatica sono soprattutto le interpretazioni maschili di Sheehan e di Hugo Weaving (nei panni dell’ambizioso archeologo Thaddeus Valentine), capaci di rendere credibili dei personaggi altrimenti destinati al cliché dell’oblio cinematografico.

Macchine Mortali, a prescindere dalla riuscita effettiva del progetto, è un mastodontico kolossal rassicurante: trama lineare, pochissimi colpi di scena, narrazione prevedibile che restituisce sicurezza allo spettatore, cullandolo lentamente fin nel cuore della storia, permettendogli di seguire le vicende dei personaggi mostrati e quelle minime – quanto necessarie – tracce del loro passato.

Tutto fa presagire un altro capitolo: fin dall’inizio e possibile cogliere, tra le righe, quella necessità di non svelare mai troppe informazioni, preferendo piuttosto distillarle con parsimonia, in virtù di un altro adattamento (visto che la saga di Reeve è composta da ben sette capitoli). Ciò che rimane è un grande spettacolo cinematografico, grandioso e stupefacente, figlio – e frutto – dell’immaginazione e delle moderne tecnologie all’avanguardia nel campo del digitale.

Guarda il trailer ufficiale di Macchine Mortali

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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