giovedì, Gennaio 20, 2022
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Macbeth, recensione del film di Joel Coen con Denzel Washington

La recensione di Macbeth, il film diretto da Joel Coen e interpretato da Denzel Washington e Frances McDormand. Dal 14 gennaio su Apple TV+.

Quello tra Shakespeare e il cinema è sempre stato un rapporto privilegiato. La settima arte si è nutrita delle opere del Bardo fin dalle origini, preferendo spesso le tragedie e i drammi storici rispetto alle commedie. Ancora oggi, il drammaturgo inglese continua ad avere un certo ascendente su produttori, registi e sceneggiatori, forse grazie all’universalità e alla a-storicità dei suoi testi, ancora oggi profondamente attuali. Si pensi, ad esempio, a Il re di David Michôd, distribuito da Netflix qualche anno fa e ispirato a Enrico V, ma anche alla nuova trasposizione di Macbeth firmata da Joel Coen, per la prima volta dietro la macchina da presa senza il fratello Ethan, dal 14 gennaio disponibile su Apple TV+.

Macbeth è forse la tragedia shakespeariana più rappresentata sul grande schermo insieme a Romeo e Giulietta. Non solo adattamenti, ma anche riletture – più o meno fedeli – rispetto al testo originale: è il caso, ad esempio, del sontuoso Il trono di sangue di Akira Kurosawa. Tra tanti i film tratti dall’opera teatrale più fedeli all’originale, è bene ricordarne almeno due: il capolavoro di Orson Welles del 1948 (il quale aveva già portato a teatro la tragedia nel 1936, ambientandola in un’isola dei Caraibi) e l’adattamento firmato da Roman Polanski degli anni ’70 (primo film realizzato dal regista polacco dopo l’omicidio della moglie Sharon Tate, la cui storia ha ispirato Quentin Tarantino per C’era una volta a… Hollywood).

Due trasposizioni molto diverse tra loro, quelle di Welles e Polanski, che rileggono il testo di partenza da due prospettive differenti: la prima colloca la storia in un mondo oscuro e ancestrale; la seconda ne privilegia invece la componente granguignolesca. Dunque, portare oggi Macbeth nuovamente al cinema non significa solo dialogare con un testo teatrale di quasi 400 anni (li compirà nel 2023), ma confrontarsi – direttamente o indirettamente – con tutti quei film che l’anno fatto in precedenza. Un compito certamente non semplice per Joel Coen, che, orfano del fratello, abbandona i toni caustici tipici del loro cinema, sempre a metà strada tra farsa e dramma (come testimonia anche il loro penultimo film, La ballata di Buster Scruggs), per immergersi a capofitto in un dramma fosco, fobico e onirico.

Reduce da una guerra che l’ha visto protagonista, il prode  Macbeth (Denzel Washington) s’imbatte, insieme al compagno Banquo (Bertie Carvel) in tre streghe (Kathryn Hunter) che predicono a entrambi il futuro: il primo diverrà il nuovo sovrano di Scozia, ma il secondo darà i natali alla futura dinastia di regnanti. Scosso dalla notizia, Macbeth, accolto con tutti gli onori da Re Duncan (Brendan Gleeson), architetta con la moglie (Frances McDormand) un diabolico piano: uccidere il regnante e prendere così il suo posto. Dopo aver compiuto l’efferato gesto personalmente e aver indotto l’erede al trono Malcolm (Harry Melling) a fuggire in Inghilterra, Macbeth viene incoronato. Ben presto, però, scivolerà nella pazzia, e la sua sete di sangue e potere lo condurrà alla disfatta.

Il lavoro che Joel Coen compie sul testo di Shakespeare è encomiabile. La nuova versione di Macbeth tende a scarnificare la narrazione, affidandosi quasi totalmente alla sua portentosa forza estetica. Il regista esclude a priori l’ipotesi di affidarsi a una messa in scena teatrale, preferendo propendere per un rigore tecnico-formale che amplifica il dramma insito nella storia. La vicenda è ambientata in un tempo sospeso che tanto assomiglia al regno dei morti. Il film inizia con l’immagine di uno stormo di corvi che volteggiano nel cielo – minaccia che incombe sui comuni mortali e che ben presto assume le forme di tre inquietanti megere (straordinaria la loro prima apparizione) -, mentre Macbeth fa la sua entrata in scena avvolto da una sottile e fitta nebbia, come un redivivo destinato a vagare nel limbo fino alla fine dei suoi giorni. 

the tragedy of macbeth

Le scenografie potenziano il clima di incertezza che avvolge i personaggi: lo spazio esterno, ricostruito in studio, appare rarefatto, quasi inconsistente; mentre gli interni (in particolare, il castello di Macbeth) sono angusti e minimali, oltre che contraddistinti da un rigore geometrico che contrasta e accentua le caotiche emozioni primordiali che animano i personaggi (il protagonista, ovvio, ma anche la moglie). Mentre le musiche di Carter Burwell, storico collaboratore dei Coen, e il tessuto sonoro nel suo complesso contribuiscono a determinare l’ambientazione angosciante in cui sono calati i personaggi (si pensi, ad esempio, al sangue che sgorga dalla ferita mortale che Macbeth infligge a Duncan, le cui gocce, a contatto con il pavimento, sprigionano tormentose sonorità).

Il risultato è un film ambizioso, laconico e moderno; e questo nonostante l’evidente omaggio al cinema del passato, forse ritenuto dal regista più audace rispetto a quello contemporaneo. Filmato in un anacronistico formato 1,19:1 e fotografato in un algido bianco e nero da Bruno Delbonell (La donna alla finestra), Macbeth è influenzato dal cinema degli anni ’30 e degli anni ’40, dall’estetica barocca di Welles (l’uso della nebbia non sarà mica una citazione al suo Othello?) e di Kurosawa; ma anche dall’espressionismo tedesco (le ombre sembrano quasi dipinte, come ne Il gabinetto del Dottor Caligari di Robert Wiene, mentre le tortuose strade di campagna ricostruite in studio rimandano ai classici di Friedrich Wilhelm Murnau, Nosferatu il vampiroFaust) e dal cinema rarefatto di Carl Theodor Dreyer (a proposito, Vampyr – Il Vampiro quest’anno compie 90 anni).

Dal punto di vista del racconto, la caratura tragica del personaggio di Macbeth si stempera di fronte a una struttura narrativa che sottolinea l’ineluttabilità del destino a cui il protagonista va – inconsciamente? – incontro. Più vittima (dei propri vizi, dei propri sogni di grandezza) che carnefice, il Macbeth descritto da Joel Coen è un uomo in balia di eventi che riesce a malapena a comprendere; un perdente che cerca in modo goffo e ingenuo di intraprendere una scalata sociale ma che finirà – come tanti altri personaggi del cinema dei Coen – a cadere sotto il peso della sua inettitudine (significativa, da questo punto di vista, la descrizione della sua morte, dove una manciata di inquadrature sottolineano la scellerata e cieca avidità del personaggio).

Macbeth di Joel Coen è, dunque, un’opera concettuale e visionaria che certamente avrebbe meritato ben altro palcoscenico rispetto al (Dio lo abbia comunque in gloria) canale streaming di Apple (solo negli Stati Uniti il film è uscito in alcuni cinema selezionati). Ma è soprattutto una sfida che il regista e sceneggiatore ha affrontato con coraggio. Lo dicevamo all’inizio di questo articolo: non era facile trasporre per l’ennesima volta la tragedia di Shakespeare sul grande schermo. E, in particolare, non era semplice infonderle nuova linfa e trovare una chiave di lettura inedita e originale. Joel Coen ce l’ha fatta, grazie anche al notevole supporto garantito dal cast tecnico e da quello artistico (ottimi tutti gli interpreti, a cominciare da Denzel Washington). Il suo adattamento di Macbeth è certamente diverso rispetto a quelli citati di Welles, Kurosawa e Polanski, ma merita comunque di occupare un posto al loro fianco nella storia del cinema.

Guarda il trailer ufficiale di Macbeth

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Macbeth di Joel Coen è un film ambizioso, laconico e moderno; e questo nonostante l'evidente omaggio al cinema del passato, forse ritenuto dal regista più audace rispetto a quello contemporaneo. Filmato in un anacronistico formato 1,19:1 e fotografato in un algido bianco e nero il film è influenzato dal cinema degli anni '30 e '40, dall'estetica barocca di Welles e di Kurosawa; ma anche dall'espressionismo tedesco e dal cinema rarefatto di Carl Theodor Dreyer.
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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