martedì, Aprile 16, 2024
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L’uomo che uccise Don Chisciotte recensione del film di Terry Gilliam

Don Chisciotte vive! Finalmente, dopo quasi 30 anni, la favola avventurosa e clandestina di Terry Gilliam ispirata al leggendario protagonista del classico di Miguel de Cervantes, arriva nelle sale cinematografiche.

È quasi surreale pensare a L’uomo che uccise Don Chisciotte come ad un film compiuto, pronto per essere distribuito al cinema: il percorso di sviluppo di questo progetto maledetto – a cui Gilliam ha iniziato a lavorare per la primissima volta nel 1989 – è stato fra i più lunghi e tortuosi della storia del cinema.

Eppure, alla fine, proprio come il suo amatissimo Don Chisciotte, che non accetta i limiti della realtà continuando a camminare nonostante gli ostacoli, Gilliam è riuscito nella mirabolante impresa di portare a termine la realizzazione del film dopo anni e anni di estenuanti attese e perplessità, regalando ai fan e ai cinefili di tutto il mondo la sua personalissima versione della storia del Cavaliere dalla triste figura.

 

Dopo aver rimaneggiato più e più volte la sua idea del film, Gilliam è giunto alla conclusione di voler raccontare la storia di Toby (Adam Driver), un cinico e arrogante regista pubblicitario che, ai tempi dell’università, aveva realizzato una rivisitazione lirica della storia del Don Chisciotte, ambientanta in un pittoresco villaggio spagnolo.

Stanco della corruzione del denaro e del mondo del glamour, Toby decide di partire alla ricerca del piccolo villaggio dove anni prima aveva girato il suo primo film. Ben presto si ritroverà intrappolato nelle bizzarre illusioni di Javier, il vecchio calzolaio spagnolo che aveva interpretato Don Chisciotte nel suo film (Jonathan Pryce) e che adesso, vittima della più bieca follia, è convinto di essere davvero il cavaliere errante.

L’uomo che uccise Don Chisciotte dal 27 settembre al cinema

Provare a giudicare L’uomo che uccise Don Chisciotte senza considerarne la travagliatissima epopea produttiva è un’impresa difficile, se non impossibile. Quello realizzato da Terry Gilliam è un film squisitamente doloroso e magico nel quale il regista di Brazil e Parnassus ha riversato tutta la sua passione non solo per il classico della letteratura spagnola ma anche – e soprattutto – per il mondo del cinema, inteso dai più vili come spietata macchina da soldi, considerazione alla quale Gilliam ha sempre cercato di contrapporre il suo veemente genio visionario.

Al di là del suo essere un viaggio bizzarro tra realtà e fantasia – con tanto di donzelle da salvare, tornei di combattimento, giganti da uccidere e donne con la barba – guidato da due attori in assoluto stato di grazia (un Adam Driver più brillante che mai e un Jonathan Pryce pienamente consacrato al ruolo), L’uomo che uccide Don Chisciotte (qui il trailer italiano ufficiale) è soprattutto un fantasmagorico esperimento metacinematografico, una sorta di indispensabile testamento che ama prendersi gioco, con scanzonata fierezza, di tutti gli anni di duro lavoro che il suo deus ex machina ha dovuto patire per portarlo a conclusione.

 

È innegabile quanto le intenzioni di Terry Gilliam e la storia del film siano state contaminate nel corso degli anni, così come è innegabile quanto il risultato finale appaia sgangherato negli snodi narrativi, posticcio nella messa in scena e anche un po’ sciatto nel montaggio.

Eppure, al di là delle imperfezioni formali e contenutistiche, è impossibile non provare compassione e tenerezza nei confronti di uno dei figli più sfortunati delle insidie che costellano le produzioni cinematografiche, in cui è palesemente rintracciabile – con buona pace di tutti gli amanti del cinema di Gilliam – la poetica triste e malinconica di un regista che è riuscito ancora una volta a sconfiggere le negligenze del sistema con la forza dirompente dell’immaginazione.

Stefano Terracina
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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