sabato, Maggio 18, 2024
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Lubo, recensione del film di Giorgio Diritti

La recensione di Lubo, il nuovo film di Giorgio Diritti con protagonista Franz Rogowski, presentato in Concorso a Venezia 80. Dal 9 novembre al cinema.

Lubo è uno zingaro che vive da nomade, fa il giocoliere, suona la fisarmonica. Per anni ha provato a fare l’uomo altolocato, ricco, seducente, affabile. Ma è quando si trova da solo con la fisarmonica che si sente davvero se stesso.

Dopo Volevo nascondermi, Giorgio Diritti porta sullo schermo la storia di un altro uomo tribolato dalla sua storia, dalla società che lo circonda e vittima degli eventi. Ispirandosi al libro “Il seminatore” di Mario Cavatore, Diritti parte dalla storia individuale per trattare della storia di una discriminazione di stato contro i nomadi di etnia Jenisch. La trama è, infatti, quella che vede come protagonista un artista nomade al quale vengono sottratti i figli tramite il programma di rieducazione nazionale per i bambini di strada, in vigore in Svizzera tra gli anni Venti e gli anni Settanta. Le stime delle ricerche parlano di circa 2.000 bambini sottratti alla minoranza Jenisch.

Vicenda individuale e macrostoria

Uno studio che ha colpito Diritti in modo inquietante e particolarmente stridente per un Paese democratico e civilizzato come la Svizzera, la Confederazione Elvetica, spesso citata come “esempio virtuoso” di rapporto tra cittadini e istituzioni. Il protagonista, interpretato da Franz Rogowski, che di recente ha interpretato il nazista Franz in Freaks Out di Gabriele Mainetti e il bielorusso in fuga dal suo passato Aleksej in Disco Boy di Giacomo Abbruzzese, qui si ritrova ad essere una vittima di un sistema che reputa inappropriata l’educazione dei bambini secondo i nomadi.

Nel momento in cui diventa vittima degli eventi, Lubo decide di esercitare lui stesso il ruolo di giustiziere appropriandosi dell’identità di un altro, diventando così un uomo più che accettabile per la società del tempo. Sperpera, seduce, affascina con la sua dialettica che riesce ad adattare a seconda dei contesti. Ed è così che al sopruso che ha subito, Lubo risponde con altrettanta violenza. Il senso di giustizia è radicato in ciascuno di noi, seppur in modo diverso da individuo a individuo.

Nel dialogo tra Lubo e il poliziotto è evidente l’impossibilità di conciliare due diverse visioni di giustizia, perché cambiano le prospettive: uno reputa più grave l’omicidio, l’altro invece un governo che ti sfrutta e ti comanda. Una cosa va detta: le tre ore di film non pesano, la vicenda intrattiene e ha un buon ritmo, ma il problema più evidente sta nella sceneggiatura che dà troppo respiro alla vicenda individuale senza che ci siano ripercussioni tsulla macrostoria.

Franz Rogowski in Lubo. Credits Francesca Scorzoni

Lubo, presentato in Concorso all’80esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, vorrebbe essere un film che parla di umanità ma che si restringe ad un singolo. Diritti, che insieme a Fredo Valla ha scritto la sceneggiatura, decide di tralasciare la parte del romanzo in cui Lubo decide di inseminare il maggior numero possibile di donne svizzere, per rispondere alla politica eugenetica con un gesto uguale e contrario; il film invece, nella parte centrale – forse inutilmente troppo lunga – si abbandona alle gesta quasi da Casanova del protagonista, che un giorno troverà l’amore ma che dovrà fare i conti poi con la giustizia.

Dimenticare il punto di partenza della storia

La storia a quel punto sembra dimenticarsi quello che era il punto di partenza del protagonista: mettersi sulle tracce dei figli. Così accade che quando lo scopo principale del viaggio di Lubo salta di nuovo fuori a film praticamente già concluso, ogni possibilità di coinvolgimento è impossibile e lo stesso perde il potenziale che poteva avere. La storia è interessante, perché tratta di una vicenda che ha caratterizzato un paese che nell’immaginario comune è simbolo di democrazia e grande civiltà. Allo stesso tempo, però, Diritti sembra soffermarsi più sulla vicenda del singolo, cambiando la prospettiva che forse avrebbe potuto adottare grazie al punto di vista dei bambini, le vere vittime che vengono sradicate dalle loro famiglie di origine.

Il comparto tecnico è curato, come anche la recitazione, le musiche e la fotografia. C’è un attento lavoro di ricostruzione storica, dei costumi e della lingua. Franz Rogowski, per quanto forse non sembra usare tutto il suo potenziale, ha la capacità di parlare lingue diverse con una certa fluidità e di cambiare personaggio in maniera invidiabile. Tutti elementi, quindi, che creano un buon equilibrio ma che allo stesso tempo sembrano quasi abbellire un bel quadro che però comunica davvero ben poco a chi lo sta guardando.

Guarda una clip ufficiale da Lubo

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Il comparto tecnico è curato, come anche la recitazione, le musiche e la fotografia. C’è un attento lavoro di ricostruzione storica, dei costumi e della lingua. Franz Rogowski, per quanto forse non sembra usare tutto il suo potenziale, ha la capacità di parlare lingue diverse con una certa fluidità e di cambiare personaggio in maniera invidiabile. Tutti elementi, quindi, che creano un buon equilibrio ma che allo stesso tempo sembrano quasi abbellire un bel quadro che però comunica davvero ben poco a chi lo sta guardando. 

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