domenica, Ottobre 24, 2021
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Lovely Boy, recensione del film di Francesco Lettieri

La recensione di Lovely Boy, il nuovo film di Francesco Lettieri ambientato nel mondo della trap. Dal 4 ottobre disponibile su Sky e Now.

A distanza di un anno e mezzo dal suo esordio cinematografico con Ultras, Francesco Lettieri, rinomato regista di videoclip, torna dietro la macchina da presa per volgere l’attenzione su un’altra storia torbida e personaggi contraddistinti da evidenti contraddizioni. Dopo aver affrontato il sottobosco criminale del tifo organizzato, con il suo nuovo film, Lovely Boy, dal 4 ottobre su Sky e Now, il regista racconta una storia ambientata nell’ambiguo (eufemismo, a giudicare dalla pellicola di Lettieri) mondo della trap italiana.

Nato alla fine degli anni ’90 negli Stati Uniti come evoluzione del Southern hip hop, il genere musicale trap – sovente accostato (eresia!) al parente rap – ha iniziato a riscuotere successo in Italia a partire dal 2000, divenendo con il passare degli anni un fenomeno capace di rivoluzionare una parte del panorama musicale italiano: tendenzialmente, quello più vicino alla Generazione Z. Successo mediatico che però non è stato determinato esclusivamente dalla qualità della musica in sé – per taluni detrattori discutibile -, bensì dal complesso universo umano e artistico che la contraddistingue.

Con una notevole dose di approssimazione, la figura del trapper – ovvero, colui che pratica la trap – è stata sovente associata a quella di un delinquente esibizionista dedito all’autodistruzione e all’eccesso; oppure, in una visione più edulcorata, un soggetto fragile le cui performance sono un disperato grido d’aiuto. Un luogo comune che naturalmente ha (come tutti i luoghi comuni) un fondo di verità, anche se tende a demonizzare più che soggetti circoscritti un intero genere musicale, i suoi performer e i suoi adepti. Ma, proprio per queste sue “qualità”, un universo intrigante, che Francesco Lettieri decide di mettere in scena ed analizzare raccontando una classica storia di ascesa e caduta di un giovane cantante che si trova a dover fare i conti in particolare con il problema della tossicodipendenza.

Niccolò, in arte Lovely Boy (Andrea Carpenzano, bravissimo) è un giovane e talentuoso cantante romano con problemi di droga. Convinto dai genitori a seguire un percorso di riabilitazione in Trentino Alto-Adige, Nic, come lo chiamano gli amici, cerca di riprendere le redini della propria vita. La “prigionia” forzata lo costringe a ripercorrere le fasi salienti della sua carriera e della sua esistenza post successo: dal sodalizio artistico con l’amico di una vita (Enrico Borello) al conflittuale rapporto con il primo manager (Riccardo De Filippis), passando per la fine della relazione con la fidanzata (Ludovica Martino).

Già con il precedente Ultras, Lettieri aveva dimostrato interesse nei confronti di un tipo di estetica rarefatta, a tratti volutamente eccessiva, talvolta persino tendente a deformare la realtà con l’aiuto di elementi pseudo surrealisti. Lovely Boy rispecchia la medesima attenzione verso questa poetica, che di fatto va ad incidere pesantemente anche sulla struttura drammaturgica del racconto (la sceneggiatura è firmata dallo stesso Lettieri con Beppe Fiore). Un’influenza che porta alle estreme conseguenze la provocatoria considerazione di Claude Chabrol che recitava «la storia è niente, è la forma che è tutto», senza tenere conto del necessario dialogo che dovrebbe essere instaurato tra le parti.

Il rischio, di fronte a un atteggiamento estremo di questo tipo, è di concentrarsi eccessivamente sull’involucro senza la capacità di occuparsi – con la stessa parsimonia – anche del suo contenuto. Un azzardo che Lettieri compie con Lovely Boy, non riuscendo però in questo caso a replicare il risultato ottenuto con UltrasSe in quel caso, infatti, la storia veniva posta in secondo piano per privilegiare la descrizione – senza filtri – di un mondo contraddistinto da leggi proprie come quello del tifo organizzato, nel nuovo film lo scompenso tra gli elementi visivi e quelli narrativi appare talmente eccessivo da non permettere al primo di colmare le lacune che caratterizzano il secondo.

In parole povere, pur convincendo dal punto di vista della messa in scena, Lovely Boy pecca nell’incapacità (o nella non volontà) di approfondimento. Giustamente rifiuta di inerpicarsi lungo l’irto (e per certi versi retorico) sentiero della sociologia spicciola, non ponendosi mai domande relative ai motivi che spingono Nic all’autodistruzione e non dando mai risposte in merito alla sua condizione (aspetto che accentua la condizione di solitudine e spaesamento del personaggio), ma al contempo non sembra neppure interessato a “pedinare” il protagonista per indurre lo spettatore ad assumere il suo punto di vista, a guardare il mondo (in maniera distorta) attraverso i suoi occhi.

Tutto in Lovely Boy rimane in superficie. Ciò non vuol dire che quello di Lettieri sia un film superficiale. Si limita però a fotografare un fenomeno senza una sua adeguata analisi. Così, le vicissitudini di Nic – che non ambiscono certo ad essere specchio di una generazione (se questa è l’intenzione, il film fallisce da questo punto di vista) – scorrono di fronte ai nostri occhi di spettatori senza che da parte nostra ci sia il minimo sussulto, la minima emozione – che non deve essere necessariamente compassione -, e la sensazione è che più che vedere un film sulla trap – il cui sottobosco umano è descritto in modo troppo approssimativo – siamo davanti all’ennesimo “aggiornamento” del genere biopic musicale; oltretutto, non particolarmente convincente.

Guarda il trailer ufficiale di Lovely Boy

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Pur convincendo dal punto di vista della messa in scena, Lovely Boy pecca nell'incapacità di approfondimento. Giustamente rifiuta di inerpicarsi lungo l'irto sentiero della sociologia spicciola, non ponendosi mai domande relative ai motivi che spingono Nic all'autodistruzione e non dando mai risposte in merito alla sua condizione, ma al contempo non sembra neppure interessato a "pedinare" il protagonista per indurre lo spettatore ad assumere il suo punto di vista, a guardare il mondo attraverso i suoi occhi.
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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