Il serial killer è probabilmente una delle figure più abusate dalla fiction, funzionale sia per modellare antagonisti senz’anima, simbolo del male assoluto, che per riflettere sul lato oscuro dell’essere umano. Spietati e perversi assassini, come il killer di “Atto d’amore” Joe R. Lansdale, che, a volte, si ammantano anche di un certo fascino oscuro, come il celebre Hannibal Lecter, nato dalla penna di Thomas Harris. Un tipo di personaggio con alle spalle anche una lunga carriera cinematografica, che ha iniziato a prendere davvero piede nel 1960 con l’uscita del seminale capolavoro di Alfred Hitchcock Psyco, ma anche del bellissimo, e spesso dimenticato, L’occhio che uccide di Michael Powell, uno dei film preferiti di Martin Scorsese. Ma la narrazione intorno ai serial killer non si limita alle opere di pura finzione, arrivando quasi a monopolizzare anche tutta la ricca produzione true crime odierna, tra docu-serie e podcast.
Dire qualcosa di nuovo sul soggetto, quindi, risulta davvero difficile, soprattutto cercando di evitare i soliti cliché reiterati all’infinito. Ci prova il regista e sceneggiatore Osgood Perkins, il cui incontro con la figura del serial killer si potrebbe dire che fosse scritto nel suo destino. Osgood, noto anche come Oz, è infatti il figlio del grandissimo Anthony Perkins, la cui carriera è stata per sempre segnata dall’interpretazione del più celebre dei maniaci del grande schermo: il tassidermista, affetto da una grave forma di complesso di Edipo, Norman Bates. Il risultato è l’horror-thriller Longlegs, nelle sale dal 31 ottobre dopo il passaggio alla 19esima Festa del Cinema di Roma nella sezione “Grand Public”, peculiare oggetto cinematografico che va a collocarsi nel solco tracciato dai precedenti lavori del cineasta (February: L’innocenza del male, Sono la bella creatura che vive in questa casa, Gretel e Hansel). Pellicole basate quasi esclusivamente sulla costruzione di un’atmosfera di sottile inquietudine, dove poco o niente succede a livello di trama, esponenti di quel certo tipo di horror che si appropria degli strumenti espressivi del cinema arthouse (per definire l’opera di Perkins, si potrebbe usare il termine “post-horror”).
Una detective calata in un mondo di mostri
Siamo negli anni ’90, la giovane agente dell’FBI Lee Harker (Maika Monroe) mostra delle doti percettive fuori dal comune, una sorta di sesto senso che si rivelerà cruciale nella risoluzione di un’indagine. Scoperte queste sue capacità, l’agenzia assegna subito alla detective uno dei casi più inquietanti e criptici degli ultimi 30 anni: una catena di 10 efferati omicidi-suicidi, dove sembrerebbe che dei capifamiglia siano stati persuasi da qualcuno a sterminare moglie e figli, prima di porre fine alla loro stessa vita. Su ogni scena del delitto sono stati lasciati degli enigmatici messaggi cifrati, simili a quelli inviati alle autorità dal serial killer Zodiac; tutti sembrerebbero scritti dalla stessa mano e portano la solita firma: Longlegs (Nicolas Cage, anche produttore del film). Con il procedere dell’inchiesta, Harker si avvicina sempre di più al misterioso figuro, in una lenta, quanto inarrestabile, discesa nei territori dell’incubo.
Una detective alle prime armi, minuta e spaesata, si ritrova immersa in un mondo popolato da mostri, un’indagine insidiosa sia per la sua incolumità che per il suo equilibrio mentale. Sintetizzata così, la premessa di Longlegs ricorda da vicino quella de Il silenzio degli innocenti, somiglianza rafforzata anche dal periodo storico d’ambientazione della storia. Ma i paralleli con il mondo letterario creato da Thomas Harris, e incastonato nell’immaginario collettivo dall’omonima pellicola di Jonathan Demme, non si fermano qui. Nel personaggio di Harker, infatti, non sono solamente riscontrabili caratteristiche dell’agente Clarice Starling, ma anche del suo predecessore Will Graham, geniale profiler dalle capacità ai limiti della percezione extrasensoriale, portato sullo schermo sia in Manhunter – Frammenti di un omicidio che in Red Dragon, ma anche nella serie tv Hannibal.

Un’atmosfera disturbante, fra thriller e soprannaturale
Sempre parlando di similitudini con Il silenzio degli innocenti, lo stesso Longlegs, con il suo aspetto dai tratti femminei, può portare alla mente l’assassino Buffalo Bill, anche se qui gli intenti dietro le sue apparenze sono molto differenti. Se le ragioni del look di Bill sono da ricercarsi nella sua psicosi, il desiderio di trasformarsi e rinascere come donna, quelle di Longlegs risiedono nella semplice volontà dell’autore di dargli un aspetto grottesco e spiazzante, probabilmente ispirato anche dalla scena glam rock anni ’70 (il serial killer è un grande fan dei T.Rex di Marc Bolan). Apparenze che, sommate alla disturbante performance di Nicolas Cage, costantemente sempre sopra le righe, sono pronte a lasciare lo spettatore con un forte senso di inquietudine. L’interpretazione di Maika Monroe, in questo senso, rappresenta il contraltare perfetto a quella strabordante di Cage. Un lavoro per sottrazione che rende la protagonista un personaggio al limite del catatonico; una spaesata Alice catapultata in un paese delle meraviglie da incubo, in cui entrano in gioco anche elementi soprannaturali mutuati dall’immaginario satanico.
Longlegs non è il primo film a introdurre elementi esplicitamente sovrannaturali e orrorifici nel thriller a tema serial killer (ricordiamo esempi come Occhi di Laura Mars di Irvin Kershner, ma scritto da un giovane John Carpenter, e il sottovalutato In Dreams di Neil Jordan), ma si differenzia per il suo quasi totale abbandono della logica della detection in favore di quella dell’incubo. Seppur qui troviamo una trama leggermente più consistente rispetto alle sue precedenti pellicole, Oz Perkins è pur sempre un autore più interessato all’atmosfera che a raccontare una storia ben articolata. Un’atmosfera davvero inquietante, tanto da penetrare sottopelle, costruita attraverso lunghe inquadrature fisse, soggettive con lenti zoom e movimenti di macchina spesso incollati alla protagonista. Un mondo freddo e glaciale, dove negli esterni dominano colori desaturati e bianchi, mentre gli interni sono illuminati dall’arancione di una luce crepuscolare, incapace di trasmette un calore rassicurante. Longlegs è il film più riuscito del talentuoso figlio d’arte, un’opera originale e agghiacciante, ma non è di sicuro per tutti i palati. Se siete alla ricerca di un puro thriller psicologico, magari con particolare attenzione per l’aspetto investigativo e procedurale (il film Zodiac, la serie Mindhunter), tenetevi a debita distanza.


