venerdì, Aprile 16, 2021
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L’Ombra delle Spie, recensione del film con Benedict Cumberbatch

L’Ombra delle Spie – che in originale conserva il significativo titolo The Courier – è lo spy-thriller che vede tornare sul grande schermo Benedict Cumberbatch: l’attore britannico presta voce e corpo a Greville Wynne, un uomo che negli anni ’60 si ritrovò al centro di un intrigo internazionale di spie nel cuore pericoloso della Guerra Fredda. Il film, presentato nella sezione Tutti Ne Parlano della Festa del Cinema di Roma, approderà nelle sale il prossimo 17 dicembre.

Anni ’60. Un modesto uomo d’affari britannico, Greville Wynne (Cumberbatch), si ritrova coinvolto in uno dei più grandi conflitti internazionali della storia. Per volere dell’MI-6, l’agenzia di spionaggio per l’estero del Regno Unito, e di un’agente della CIA (Rachel Brosnahan) forma una partnership segreta e pericolosa con l’ufficiale sovietico Oleg Penkovsky (Merab Ninidze) nel tentativo di fornire informazioni cruciali necessarie per prevenire uno scontro nucleare e disinnescare la crisi dei missili cubani.

L’Ombra delle Spie, fin dal suo debutto al Sundance Film Festival, è stato più volte paragonato all’opera di Spielberg Il Ponte delle Spie: di sicuro i due film hanno notevoli punti di contatto tra loro, fili sottili che legano l’atmosfera, la fotografia, l’idea di ispirarsi alla realtà per raccontare delle storie straordinarie che rischierebbero, altrimenti, di finire risucchiate nell’oblio della memoria collettiva. Ad accomunarle è anche la scelta del protagonista: un eroe comune, un everyman che si ritrova all’improvviso catapultato nella Storia, segnandola in modo indelebile ed affrontando pericoli impensabili.

La struttura drammaturgica del film diretto da Dominic Cooke è solida e inattaccabile: un perfetto film di spionaggio dalle atmosfere vintage e dall’impianto tradizionale, prevedibile nell’iter narrativo che coinvolge i personaggi sullo schermo. Caratteri che si sono già incontrati in altre pellicole del genere, sospese tra l’atmosfera thriller e il cervellotico gioco di spionaggio e controspionaggio. La Guerra Fredda, inoltre, è spesso lo scenario ideale per queste storie: messo da parte il glam comune ai vari film della saga di Bond, quando al centro delle cospirazioni c’è un uomo normale catapultato in situazioni straordinarie ritornano a galla vecchi nemici e consolidate situazioni.

La regia di Cooke scorre sicura e affascinante, in bilico tra tensione e disturbante attesa: lo spettatore sa storicamente come si è conclusa la Guerra Fredda e la piega che la crisi missilistica di Cuba ha poi preso, ma ciò non toglie che si ritrova completamente assorbito dalle vicende nelle quali sono coinvolti Penkovsky e Wynne, uomini comuni ai quali dobbiamo l’esito della Storia che ben conosciamo. Entrambi sono lo specchio della stessa medaglia, simboli di coraggio, abnegazione e determinazione: ma è soprattutto Wynne a calamitare l’attenzione.

Greville l’uomo d’affari britannico che si trasforma, (in)volontariamente, da anonimo commesso viaggiatore a pedina fondamentale di uno scacchiere molto più grande lungo il quale si muovono la CIA e l’MI-6, lo spionaggio internazionale da sempre al centro di intrighi, cospirazioni e segreti che hanno arricchito la storia del cinema. Il tono da spy-thriller divaga scivolando nel dramma carcerario grazie soprattutto all’ineccepibile performance di Benedict Cumberbatch, talento britannico camaleontico capace di calarsi letteralmente nella pelle degli altri, senza mai tradire le aspettative che il pubblico ripone nelle infinite capacità interpretative degli attori dell’isola di Sua Maestà.

Eppure, nonostante le preziose presenze degli interpreti, una buona storia di partenza e una regia salda, L’Ombra delle Spie mostra purtroppo un enorme limite: la classicità del proprio impianto, uno sguardo complessivo alla narrazione per immagini ben lontano dall’anarchia creativa della post-modernità, che condanna – e consegna – il film al nostro sguardo contemporaneo come se provenisse da una macchina del tempo, impeccabile ma prevedibile nella sua formalità.

Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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