Empatia ed apatia, due parole che raramente si toccano, si vogliono, si ascoltano, e che sovversivamente tentano diventare la medesima esperienza. Lo straniero, nuovo film di François Ozon presentato in concorso all’8esima Mostra del Cinema di Venezia, è l’adattamento dell’omonimo romanzo di Albert Camus, uno dei testi più celebri della letteratura francese. Con coraggio e rigore formale, Ozon sceglie di misurarsi con un romanzo che tutti hanno letto e che ciascuno ha già ricreato nella propria immaginazione, trasportandolo in un bianco e nero asciutto, rarefatto, quasi metafisico.
Protagonista è Benjamin Voisin (Illusioni perdute) nei panni di Meursault, impiegato taciturno e indifferente, affiancato da Rebecca Marder nel ruolo di Marie e da Pierre Lottin nei panni Raymond, il vicino che muove i fili della vicenda. La fotografia è di Manu Dacosse, il montaggio di Clément Selitzki, le musiche ipnotiche di Fatima Al Qadiri. Nel rievocare Camus, Ozon intreccia anche la propria memoria familiare legata all’Algeria, trasformando l’operazione in un ritorno personale oltre che artistico. Un’opera che si muove tra fedeltà e rischio, tra storia e filosofia.

Un delitto senza pathos
La trama resta fedele al romanzo. Algeri, 1938: Meursault partecipa al funerale della madre senza versare lacrime, e già questa mancanza lo pone fuori dal sentire comune. Il giorno successivo inizia una relazione con Marie, quasi un diversivo, mentre la sua vita sembra scorrere senza scosse. È l’amicizia con Raymond Sintès, figura ambigua e aggressiva, a trascinarlo in dinamiche di violenza che culminano sulla spiaggia, in un caldo insostenibile, con l’omicidio di un indigeno arabo che aveva mosso minacce nei confronti dell’amico.
Da qui inizia il processo, ma più che un procedimento giudiziario diventa un atto d’accusa contro il modo di essere del protagonista. L’apatia di Meursault, il suo non lasciarsi scalfire da nulla, diventa motivo di condanna ben oltre il crimine commesso. Ozon costruisce questo passaggio con lentezza estrema, lasciando che lo spettatore viva la stessa noia che grava sul personaggio. La prima mezz’ora è ai limiti del tedio, poi il film acquista ritmo, seguendo la cadenza del protagonista e il suo sguardo vuoto, imprigionato in un male di vivere che non trova nome. È un cinema che non cerca l’emozione ma l’assenza di essa, e in questo può risultare disturbante o, per alcuni, rivelatorio.
Il regista francese non si limita a trasporre il romanzo: tenta di far dialogare l’indifferenza di Meursault con il contesto coloniale dell’Algeria francese. Lo straniero non è solo lui, incapace di emozioni, ma anche l’arabo anonimo che cade sotto i suoi colpi, simbolo di una minoranza emarginata e bisfrattata. Il film mette così in parallelo due forme di estraneità: quella interiore, vissuta come vuoto esistenziale, e quella esteriore, segnata dal dominio coloniale. In entrambi i casi l’estraneo viene lasciato ai margini, ridotto a corpo o a pretesto narrativo.

Empatizzare con l’apatia
Se la sceneggiatura rimane fedele al testo di Camus, manca però un passo ulteriore: Meursault resta una figura piatta, incapace di trasformarsi in qualcosa di più rotondo o complesso. L’interpretazione di Voisin segue questa scrittura impenetrabile, priva di mordente, costretta a incarnare un personaggio che, appunto, non vuole mordere. In questo quadro, spicca invece Lottin come Raymond, vero motore dell’azione, presenza viva che contrasta con il vuoto del protagonista. Ozon sembra chiedere se sia possibile provare emozione per la mancanza di emozione, se si possa entrare in un personaggio che rifiuta di essere penetrato. È qui che risiede la sfida, e anche il limite, di questo adattamento.
Lo straniero è un film complesso da giudicare perché propone un’esperienza inusuale: empatizzare con l’apatia, sentire sulla propria pelle la noia e il distacco. Ozon costruisce un’opera rigorosa, quasi ascetica, sostenuta da scelte formali coerenti ma non sempre avvincenti. Il bianco e nero, l’uso dei silenzi, il ritmo spezzato tra immobilità e improvvisa accelerazione restituiscono fedelmente l’universo di Camus, ma finiscono per schiacciare il film nella stessa impassibilità del protagonista. Se l’intenzione è chiara – mostrare la condanna di un uomo non tanto per ciò che ha fatto, ma per come è – il risultato rimane parziale.
Nonostante il valore filosofico e il peso storico, la sceneggiatura non riesce a dare nuova linfa a un personaggio che resta monolitico, costringendo lo spettatore a una distanza a volte insostenibile. La riflessione sul colonialismo e sul rapporto con l’«altro» rimane sullo sfondo, accennata ma mai davvero messa in primo piano. È un cinema che stimola domande più che emozioni, che lascia sospesi tra fascinazione e disinteresse. Un’opera rispettosa, talvolta elegante, ma incapace di incidere con forza.


