martedì, Aprile 16, 2024
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Lo strangolatore di Boston, recensione del thriller true-crime con Keira Knightley

La recensione de Lo strangolatore di Boston, il thriller true-crime diretto da Matt Ruskin e interpretato da Keira Knightley. Dal 17 marzo su Disney+.

Istintivamente, verrebbe da paragonare Lo strangolatore di Boston ad un qualsiasi tradizionale crime thriller che ricostruisce il caso di cronaca nera in questione come già tante altre pellicole dello stesso genere avevano fatto in passato.

Ma la verità è che il film scritto e diretto da Matt Ruskin ha molto più in comune con titoli assai più recenti come Anche io – She Said, e questo perché, esattamente come avviene nel dramma biografico di stampo giornalistico della tedesca Maria Shrader (incentrato sullo scandalo Weinstein e sulla nascita del movimento #MeToo), anche qui si parla della tenacia di alcune donne che scovano la proverbiale falla nel sistema; un sistema in cui una volta credevano, ma che adesso sono pronte a sovvertire.

Lo strangolatore di Boston, disponibile in esclusiva per l’Italia su Disney+ dallo scorso 17 marzo, mette al centro della storia i personaggi di Loretta McLaughlin (interpretata da Keira Knightley) e Jean Cole (Carrie Coon), le due giornaliste pioniere che decisero di portare all’attenzione della stampa locale – e non solo! – la storia del noto serial killer che agì indisturbato nella città eponima degli Stati Uniti a cavallo tra il 1962 e il 1964.

Le due reporter del Boston Record dovettero scontrarsi con il sessismo radicato dell’epoca, ma anche fare i conti con una burocrazia tanto ambigua quanto riluttante e con la devianza delle forze dell’ordine per riuscire a scoprire la verità e condividerla con tutte quelle donne innocenti che, altrimenti, sarebbero finite per diventare a loro volta delle povere vittime.

Quello di Ruskin non è un thriller che vuole raccontare il fatto di cronaca utilizzando la prospettiva del mostro, dell’abominio, del killer: Lo strangolatore di Boston non è quel tipo di storia. Questa volta, il punto di vista è quello delle donne, nello specifico delle due giornaliste che misero a rischio tutto (anche la loro vita privata) pur di perseguire un’ideale di giustizia al fine di portare a galla una verità terribile ma anche scomoda, aggirando modi operandi e formae mentis votate alla supremazia, all’indifferenza e all’insabbiamento.

Senza mai sfiorare l’incommensurabile, Knightley e Coon si impegnano per dispiegare il loro talento a pieno regime e rappresentare un solidissimo contrasto l’una rispetto all’altra, facendo sì che anche l’interpretazione assuma un ruolo cruciale rispetto alla riuscita del film: la prima dà il volto a Loretta, una donna tanto coraggiosa quanto tenace e ambiziosa, una mente brillante e acuta che ogni tanto cede alle ingenuità tipiche di chi brama l’affermazione personale; la seconda veste, invece, i panni di Jean, una donna più fredda, algida, decisamente meno scomposta e forse più razionale.

Lo sguardo e l’esperienza femminile

Il merito di un costruzione narrativa puntuale e a suo modo efficace, che al di là degli aspetti più oscuri e macabri risuona soprattutto come storia di rovesciamento delle aspettative riposte dalla società e dagli altri nei confronti della persona (all’epoca dei fatti era impensabile che una giornalista potesse occuparsi di questioni che non riguardassero il mero costume), va comunque al lavoro di Matt Ruskin, che riesce a delineare con mano sicura una cornice tutto sommato d’impatto.

Al di là delle inevitabili drammatizzazioni quando si maneggia una materia come il true-crime, il risultato finale è dignitosissimo, al confine tra il resoconto degli eventi reali e la riflessione sullo stato del giornalismo durante quegli anni, così come sul ruolo delle donne e della polizia all’interno della società. C’è la volontà di ricostruire, ma anche quella di porre l’attenzione senza mai condurre al patibolo. Lo strangolatore di Boston non è mai un atto di accusa totale nei confronti di un sistema: semplicemente, si limita a ricostruire con eleganza e sobrietà un’agghiacciante storia vera che evidenza – attraverso lo sguardo e l’esperienza femminile – quanto quello stesso sistema sia, in realtà, imperfetto e fallace da sempre, capace da solo di oscurare la verità e ostacolare la giustizia.

L’occhio della macchina da presa di Ruskin, raffinato, sempre pulito, mai appariscente o sopra le righe, ben si sposa con la fotografia evocativa e coinvolgente di Ben Kutchins, che da un lato conferisce al film quell’aria di incertezza e pericolo necessaria ad un racconto del genere, dall’altro serve a ricreare quell’angosciante nuvola di disperazione e inquietudine che colpì lo stato di Boston all’epoca dei fatti. Atmosfere e suggestioni vengono ricreate con fascino e gusto, mentre la tensione è costruita in maniera ponderata: Ruskin non vuole raccontare tanto l’orrore del maniaco di turno (gli omicidi avvengono quasi tutti fuori dallo schermo), quanto piuttosto la diffidenza e l’indifferenza di chi proprio da quell’orrore è stato chiamato a proteggerci.

Lo strangolatore di Boston non glorifica mai il noto serial killer del titolo, né assolve la polizia dagli errori commessi durante le indagini. Il lavoro di ricerca di Ruskin e tutte le informazioni raccolte dal regista su quest’incredibile caso (ancora oggi, la reale identità dell’assassino – identificato in Albert DeSalvo – è oggetto di dibattito) confluiscono in un thriller solido e avvincente che non sminuisce mai l’importanza del fatto di cronaca né delle persone che ne furono coinvolte in prima linea, riconoscendo finalmente la dedizione e l’impegno delle due giornaliste che combatterono contro enormi avversità per smascherare un’inquietante rete di bugie (spesso nessuno ricorda che furono loro le prime a indagare, a collegare gli omicidi e a scriverne).

Per chi conosce già la storia vera, la mancanza di un lieto fine non sarà di certo una sorpresa, ma sapere che al mondo sono esistite persone come Loretta McLaughlin e Jean Cole restituirà sicuramente un senso di speranza e fiducia. E forse, il merito più importante de Lo strangolatore di Boston è proprio questo: sottolineare ancora una volta come il giornalismo sia stato e continui ad essere un potentissimo mezzo non solo per dare voce a tutte quelle persone che una voce non l’hanno mai avuta, ma anche per cercare di dissolvere la bellissima illusione di vivere in un mondo sicuro… Un mondo dove gli uomini ammazzano e, purtroppo, continueranno ad ammazzare le donne.

Guarda il trailer de Lo strangolatore di Boston 

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Quello di Matt Ruskin non è un thriller che vuole raccontare il fatto di cronaca utilizzando la prospettiva del mostro, dell'abominio, del killer: Lo strangolatore di Boston non è quel tipo di storia. Questa volta, il punto di vista è quello delle donne, nello specifico delle due giornaliste che misero a rischio tutto (anche la loro vita privata) pur di perseguire un'ideale di giustizia al fine di portare a galla una verità terribile ma anche scomoda, aggirando modi operandi e formae mentis votate alla supremazia, all'indifferenza e all'insabbiamento.
Stefano Terracina
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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Quello di Matt Ruskin non è un thriller che vuole raccontare il fatto di cronaca utilizzando la prospettiva del mostro, dell'abominio, del killer: Lo strangolatore di Boston non è quel tipo di storia. Questa volta, il punto di vista è quello delle donne, nello specifico delle due giornaliste che misero a rischio tutto (anche la loro vita privata) pur di perseguire un'ideale di giustizia al fine di portare a galla una verità terribile ma anche scomoda, aggirando modi operandi e formae mentis votate alla supremazia, all'indifferenza e all'insabbiamento.Lo strangolatore di Boston, recensione del thriller true-crime con Keira Knightley