L’imprevedibile viaggio di Harold Fry, tratto dall’omonimo bestseller della scrittrice inglese Rachel Joyce, racconta del viaggio del sessantenne Harold, che decide di raggiungere a piedi un’amica in fin di vita attraversando l’intera Inghilterra per donarle forza e coraggio attraverso la propria lunga marcia.
Una vicenda che suonerà familiare richiamando, inevitabilmente, quella di Forrest Gump nel film di Zemeckis ma anche le imprese di Jon Krakauer in Into the Wild o le peripezie di Ben Stiller ne I sogni segreti di Walter Mitty. Eppure il film, diretto dalla regista britannica Hettie Macdonald, si distingue da quelli appena citati per la sua capacità di andare terribilmente a fondo dell’anima del protagonista, cercando di rifuggire il più possibile banalità, sentimentalismi e luoghi comuni.
Mettendo da parte un inizio un po’ forzato, in cui è percepibile una certa ansia di dare il calcio d’inizio all’avventura di Harold, e un finale che dice un po’ tutto e un po’ niente, la vera forza de L’imprevedibile viaggio di Harold Fry è, come si intuisce dal titolo stesso, la parte centrale del film, il viaggio. Un viaggio fatto di alti e bassi, sentieri pericolosi e attraversamenti luminosi, piccoli incontri speciali e altri meno piacevoli.
Un viaggio che diventa da subito opportunità per Harold (uno strepitoso Jim Broadbent) di scavare nel suo passato, di confrontarsi con i suoi errori e le tragedie che lo hanno segnato, di sfogare finalmente un’energia che ha trattenuto per una vita intera. Harold non ha niente della foga giovanile di Forrest Gump e niente da insegnare alla piccola folla che si raduna per seguirlo nel suo viaggio (diventato nel frattempo noto in tutta l’Inghilterra); Harold non è un esempio e con la sua marcia non salverà nessuno eccetto se stesso e sua moglie (la bravissima Penelope Wilton).
Espiazione e solitudine, rimpianti e solidarietà
Da questo punto di vista L’imprevedibile viaggio di Harold Fry è un film terribilmente realistico e moderno, che ci racconta di espiazione e solitudine, di rimpianti e solidarietà umana, utilizzando la scintilla di un’azione che sconvolge gli schemi cui siamo abituati e l’ordinarietà delle nostre vite.
Attraverso la sua improvvisa partenza, Harold risveglia se stesso e la moglie, caduti in un profondo torpore esistenziale dopo la scomparsa del figlio; li risveglia come individualità ma anche come coppia, obbligandoli a (ri)trovare un posto nel mondo, a (ri)definirsi come esseri umani. Un atto di coraggio, quello per l’appunto di interrompere il loop di cui si è prigionieri, che produce un ricongiungimento a un mondo vicinissimo e lontanissimo allo stesso tempo, qui raccontato attraverso gli incontri emozionanti che Harold fa durante il suo percorso e i paesaggi che attraversa.

La campagna inglese e le città attraversate sono infatti i grandi co-protagonisti di questo film, con i campi a perdita d’occhio, i tramonti e le albe, ma anche i sobborghi deserti e i capanni abbandonati, scenari alieni eppure familiari, nel cui silenzio trovano posto finalmente pensieri e ricordi, con il loro carico di dolore e felicità.
Un magma emotivo intenso ed elegiaco
Questo magma emotivo intenso ed elegiaco viene sottolineato sia dalle musiche sospese di Ilan Eshkeri, un filo convenzionali ma sempre puntuali nell’accompagnare con discrezione il viaggio di Harold, che dalla regia, capace di inventare dei flashback particolarmente efficaci e abile, assieme al montaggio, nel non perdere mai il fuoco sui due protagonisti e il loro rapporto.
Nelle descrizioni che si trovano online del libro della Joyce si legge spesso: “Harold Fry è – a suo modo – un eroe inconsapevole, proprio come Forrest Gump: un uomo speciale capace di insegnarci a credere che tutto è possibile, se lo vogliamo davvero.” Non è vero. Harold Fry è perfettamente consapevole di se stesso e dei suoi errori, e non tutto è possibile, purtroppo.
Ma questo non ha importanza, sembra dire il film, se in qualche modo si riesce a trovare il proprio posto nel mondo, e soprattutto se si riesce a venire a patti con se stessi e gli altri, accettandosi e accettando con tutta l’umanità e la compassione di cui siamo capaci.


