L’Immortale, recensione del film di e con Marco D’Amore

scritto da: Ludovica Ottaviani

L’Immortale è il titolo dell’atteso film che riporta in vita, sul grande schermo, il personaggio di Ciro Di Marzio: già protagonista delle prime tre stagioni di Gomorra, nella quali divideva la scena (e lo scettro del potere) con Genny Savastano, lo avevamo visto affondare tra le acque, colpito al petto dall’amico fraterno di una vita. E invece, contro ogni pronostico, l’attore che gli presta il volto – Marco D’Amore – non solo ha scelto di tornare in quei panni ma anche di dirigere il film, scrivendolo insieme agli sceneggiatori Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli, Francesco Ghiaccio e Giulia Forgione (come ha raccontato durante la conferenza stampa).

In questo nuovo capitolo “di transizione” tra le atmosfere delle prime quattro stagioni della serie e la quinta in arrivo, la narrazione si apre dove si era interrotta, ovvero nel momento in cui il corpo di Ciro sta affondando nelle acque scure del Golfo di Napoli, colpito al petto dal suo migliore amico Genny. Mentre sprofonda sempre di più, iniziano ad affiorare i ricordi: il terremoto del 1980 al quale è sopravvissuto, neonato, guadagnandosi già l’appellativo di “Immortale”; l’infanzia malavitosa vissuta tra piccoli furti e l’amore del padre putativo Bruno, fino al presente speso in esilio, lontano dalla sua Napoli, sotto il cielo freddo di Riga, coinvolto tra le eterne lotte fratricide tra russi e lettoni. Ciro è un uomo solo che cerca in tutti i modi di sopravvivere a un mondo dove l’immortalità, in fin dei conti, più che un privilegio è una condanna.

L’Immortale ha in sé il privilegio di essere qualcosa di diverso – e ben più complesso – rispetto a un semplice film: è un ponte, un’opera autonoma ma capace di ricoprire la funzione di anello di raccordo tra le varie stagioni di Gomorra, creando un continuum narrativo ininterrotto che si arricchisce progressivamente di vari tasselli come in un mosaico, aumentando il livello di complessità man mano che ci si addentra nel cuore della narrazione, intrecciando passato e presente.

E proprio i due piani temporali dialogano tra loro mostrandosi come due facce della stessa medaglia, perché ciò che è accaduto nell’infanzia si abbatte sul presente, presentando il conto salato delle proprie conseguenze capaci di raggiungere – nel caso specifico – Ciro ovunque nel mondo, perfino nella fredda Lettonia affacciata sul Baltico. Il continuo scambio tra piani temporali rende più affascinante la narrazione, garantendole un ritmo sostenuto da noir crepuscolare, vista soprattutto la natura cinica e disillusa del protagonista. Ciro Di Marzio è un uomo messo alla prova dall’esistenza, un uomo che avverte il peso delle proprie azioni e che forse desidera, in cuor suo, semplicemente di morire una volta per tutte, per concludere in modo definitivo l’ininterrotta catena di eventi criminali.

A questo punto si svela il potenziale drammatico del concetto stesso d’immortalità che accompagna L’Immortale: un uomo solo al comando vorrebbe finalmente trovare un posto dove restare (più o meno) lontano dai guai più grossi, ma sono quest’ultimi a trovarlo, come attratti da un’eco come il canto selvaggio delle sirene di Ulisse. E Ciro è un po’ una figura speculare all’Odisseo omerico, un uomo che ha avuto un enorme privilegio – “l’immortalità” metaforica al posto della conoscenza, o comunque l’esistenza – ma che adesso è condannato da questa maledizione/fortuna a girovagare senza meta, incapace di trovare il proprio posto nel mondo.

Il dramma umano e i dilemmi morali di Ciro si mescolano sullo sfondo di un crime solido e cupo che deve molto all’estetica della serie; a dare ossigeno alla linea narrativa principale ci pensano i flashback ambientati nel passato, nella Napoli degli anni ’80, che si trasformano subito in malinconico momento amarcord quanto in uno specchio capace di riflettere i problemi atavici che da sempre attanagliano il protagonista; l’umanità povera e alla deriva narrata in questi momenti è intima e familiare, dolente ma gravida di sconvolgente voglia di vivere nonostante il terribile senso di morte che aleggia sulle teste di ogni personaggio, sia esso Ciro bambino, Bruno, O’ Merlo o Stella.

Eppure, nonostante le premesse avvincenti e l’impeccabile resa registica di D’Amore mutuata sul successo di alcune caratteristiche vincenti di Gomorra, L’Immortale non convince fino in fondo, facendo piuttosto pensare ad un’operazione di mercato per la gioia di tutti i fan e gli appassionati, ma che lascerà abbastanza perplessi gli avventori casuali della settima arte.

Pur nella propria autonomia narrativa e registica, il film di D’Amore è, piuttosto, una grande lettera d’amore ai fan e a Ciro stesso; un modo per tornare sui propri passi facendo i conti con i cliché che, da sempre, aleggiano nel mondo della serialità e sovvertendo quel luogo comune che vede da sempre gli attori incorrere nel rischio di “legarsi” troppo a un personaggio, fino a diventare irriconoscibile perché inglobato dalla maschera pubblica.

Alla fine gli unici, veri, cliché che si vedono nel film sono quelli di genere che lo rendono un meccanismo impeccabile ma vuoto, restituendo a tratti la sensazione di un lungo episodio della serie, là dove il vero cuore pulsante si annida nei ricordi da bambino, nella mente che divaga tornando indietro e permettendo al pubblico di provare empatia evitando, così, qualunque tipo d’involontario giudizio morale su L’Immortale.

Guarda il trailer ufficiale de L’Immortale

Ludovica Ottaviani

Redattrice | Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


Siti Web Roma